THE CURE – The Head on the Door (Fiction)

The Head on the Door mette a fuoco il linguaggio polimorfo che i Cure masticano dopo i bagni nelle acque gelide dei primi anni Ottanta.

L’obiettivo, raggiunto a livello concettuale ma non del tutto sul piano qualitativo, è quello di realizzare un disco dove nessun pezzo suoni come quello che lo precede o che lo segue e suona un po’ come l’appendice estetica a The Top, alimentato dalla consapevolezza ormai raggiunta di poter scrivere con disinvoltura canzoni pop coperte da zucchero caramellato (In Between Days, A Night Like This, Six Different Ways) e di potersi concedere allo stesso tempo il lusso di piccoli abissi di depressione (Sinking) o di dare sfogo alle eccentriche claustrofobie del leader (Close to Me, Push) contando sull’appoggio di schiere di fan risucchiate dal vortice esistenziale dalle catarsi emotive rovesciate loro addosso negli anni e che ora si fanno sempre più numerose e sempre più voraci e per le quali sono già pronte raccolte, riletture, concerti sempre più gremiti e tonnellate di poster e foto su ogni rivista di tendenza e su ogni giornaletto di musica, dal più idiota al più rinomato, che circoli in Europa.  

I Cure sono una band di successo, nonostante tutto.    

Anche qui dentro, come sul disco precedente, risuona spesso l’eco di musiche mediterranee o orientali (il flamenco di The Blood o i piccoli ideogrammi giapponesi di Kyoto Song) che Robert associa ai suoi sbalzi d’umore, dovuti in questo periodo al tentativo di tirarsi fuori dall’alcolismo cronico che lo accompagna dall’adolescenza. I richiami etnici sono pertanto sfruttati a livello cromoterapico, sfuggendo alla pericolosa trappola della musica etnica.

Singolare notare come, nonostante The Head on the Door sia il primo (e l’unico, NdLYS) album dei Cure in cui le canzoni siano accreditate al solo Smith, in realtà sia il primo disco dove l’apporto creativo degli altri componenti (l’alter-ego smithiano Simon Gallup rientrato nei ranghi ufficialmente, Lol Tolhurst, Porl Thompson, Boris Williams) è invece tangibile e ufficialmente riconosciuto da Robert.

Ognuno porta con sè un colore, un pennello, uno schizzo per dipingere gli incubi di Robert di colori così intensi da farli diventare un attraente parco giochi, senza permettere ad alcuno di chiedersi se durante la discesa lungo lo scivolo di Sinking quella che Robert sta intonando sia una filastrocca per bambini o una disperata richiesta di aiuto.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

The_Cure_-_The_Head_on_the_Door

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