THE SISTERS OF MERCY – First and Last and Always (Merciful Release)

C’è un momento preciso in cui la musica dark si trasforma in musica gotica.

Un momento che è il primo, l’ultimo e per sempre.

Ed è l’11 Marzo del 1985, quando arriva nei negozi il primo album dei Sisters of Mercy, il disco che trasforma il sogno dei Cult di Dreamtime in un incubo horror.

Preceduto da una sfilza di singoli che ne diffondono il culto tra gli orfanelli dei Joy Division che ne accettano la candidatura ad eredi legittimi anche davanti ad una sfacciata copia cinetica di She‘s Lost Control come Body Electric, First and Last and Always accende nuovi entusiasmi tra i tenebrosi darkettini trasportati dai Cure dentro le discoteche del vecchio continente e poi lasciati lì a marcire.

Le vendite per corrispondenza di Inferno & Suicidio e World‘s End hanno una nuova impennata.

L’ultima.

C’è una nuova smorfia d’angoscia che attrae i cuori di tenebra e che per un po’ raggela le viscere, facendo leva su due tratti essenziali della loro musica e che da lì in avanti sarà il marchio di fabbrica di tanta goth-music cannibale e ne permetterà l’infiltrazione nelle maglie della musica industriale e del metal.

La voce di Andrew Eldritch inanzitutto. Catacombale, oppressiva, glaciale, doomy. Come uno Ian Curtis seppellito vivo.

E poi il passo gelido di Dr. Avalanche. Biondo e con gli occhi cerchiati di nero a dispetto di una forma che, invece, non ha. Perché è una drum-machine.

Tra l’uno e l’altro si stende un manto di jangle chitarristici tenebrosamente psichedelico. E’ il dono portato dall’arrivo di Wayne Hussey, appena reclutato dopo la defezione di Ben Gunn, il primo a rimanere schiacciato dall’ego immenso di Eldritch. Durante il tour per First and Last and Always se ne andranno tutti gli altri.

Andrew li avrebbe perseguitati ossessivamente per mesi, prima in strada, poi dentro i tribunali.

Quella che rimbomba sorda dentro la musica dei Sisters of Mercy è una claustrofobia costruita, ricercata, perseguita con l’obiettivo dichiarato di intossicare l’aria. E’ questo a farne il capostipite della tradizione goth e a differenziarlo dalle produzioni-chiave del giro dark-wave che lo hanno preceduto.

La musica di First and Last and Always pesa come una lastra di marmo che ti si chiude sopra portandosi via prima la luce, poi il tuo respiro.

L’angoscia non è più uno stato d’animo, una condizione psichica.

È una gita organizzata per i gironi infernali.

Una messinscena pateticamente dolorosa, asfittica, tetra ed enfatica.

Una marcia di cavalieri senza testa che vaga per foreste spettrali.

Eldritch è l’officiante di questo sabba. Ray-Ban™ perennemente calati sugli occhi, capello sudicio, completi in pelle, capello da cowboy, non un accenno di sorriso.

Veste quest’aria di uno con tante cose da dire ma poca gente con cui condividerle che però suona tanto di fasullo proprio perché ostentata senza nessun filtro, con pacchiana inclemenza. Una caricatura del rocker cattivo in cerca di guai.

È un po’ la sensazione che lascia l’ascolto di First and Last and Always, anche dopo tanti anni.

Una rappresentazione volgare del teatro del dolore.

Con tanti aghi da infilzare e poca forza di penetrare davvero sotto la pelle, se non con l’ausilio di un buon impianto scenico. Sarà mica per questo che abbondavano così tanto di fumi e fasci di luci?

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

First+and+Last+and+Always

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