VIOLENT FEMMES – 3 (Slash)

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Dopo l’abbuffata di The Blind Leading the Naked le Femmes tornano all’essenzialità delle origini. Una necessità resa manifesta già dal titolo.

3: le Violent Femmes rimandano tutti a casa, evitando la gran confusione che aveva regnato durante le sessions del loro “vero” terzo album.

Tre: Gordon Gano, Brian Ritchie e Victor De Lorenzo.

O, se preferite il retro della copertina, una chitarra acustica, un rullante e un basso acustico.

Fanno tutto da solo, le femmine violente. Suonano e producono tutto, con l’unica eccezione per i cameo di Peter Balestrieri e di Sigmund Snopek III sul banale stomp di Fool in the Full Moon che sembra venuto fuori dalle stesse confuse session del disco precedente, sul blues da calavera di World We‘re Living In e sulla depressa ballata di Nothing Worth Living For

3 è dunque un ritorno a quell’essenzialità originaria sacrificata troppo presto in favore di un suono che vuole adeguarsi al rock dei college americani finendo per banalizzarsi. Un errore che la band del Wisconsin tornerà a fare subito dopo, mostrando una recidiva al disastro da codice penale.

Nei tribunali invece Brian e Gordon ci finiranno una decina d’anni dopo, per le solite questioni di divisione millesimale del condominio comune.

Ma a quel punto dei Violent Femmes non frega più niente a nessuno.

Non così all’epoca dell’uscita di 3, nonostante i tempi d’oro siano inevitabilmente finiti per sempre. Sia chiaro, Gordon Gano ha sempre quella voce monotimbrica a metà tra Richman e Dylan, Ritchie è ancora il miglior bassista della sua generazione e DeLorenzo il peggior drummer professionista sulla piazza (come lo battezzerà il Variety non senza un’ombra di verità, basti sentire cosa combina ai 2’33’’ di Full Moon, NdLYS), l’ironia talvolta davvero perfida dei testi e la veste acustica talvolta baldanzosa (Telephone Book, Just Like My Father, Fat, Lies, Nightmares) altre volte dimessa (See My Ships e Nothing Worth) che scorre per il disco mostrano una band che ha ancora una lucidità che è bene tenersi preziosa. Ma nonostante 3 sia un ritorno alle radici, la furia del loro disco del debutto appare del tutto ammansita. Come se le Femmes fossero tornati si tre animali. Ma tre animali in gabbia.

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro


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THE D4 – Out of My Head (Flying Nun)

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Magari non se li ricorda già più nessuno ma dei D4 si parlava solo 3/4 anni fa come della formazione che, assieme ai Datsuns, stava portando la Nuova Zelanda nelle mappe geografiche del rock ‘n roll. Tornano oggi ancora per la storica label con un altro disco furioso di rock infettato di punk e Aussie-sound (cui rendono omaggio con covers di Lime Spiders e Fun Things NdLYS). Il suono dei D4 è un carburatore elettrico che brucia ottani di garage stradaiolo, di punk primordiale alla Richard Hell, di distorsioni figlie della Motor City strisciando dalle parti dello sleaze rock e del blues. Non hanno un songwriting eccezionale e nessuna vera canzone da manuale però hanno un buon impatto. Piaceranno a chi venti anni fa era troppo giovane per i dischi di Nomads o Cosmic Psychos e adesso sbava per Electric Frankenstein e Adam West. Agli altri un po’ meno.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE LONG RYDERS – Three Minute Warnings: Live in New York City (Prima Records)

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Vuole di certo dire che grazie a Dio la musica non ci ha lesinato occasioni di distrazione se, ridendo e scherzando (e facendo anche tutt’altro, a dirla tutta) sono passati venti anni da quando l’America musicale che contava era quella polverosa ed elettrica del grass-roots movement. Gente che prendeva le radici della musica americana e le ripiantava nel concime del punk. Meat Puppets, Unforgiven, Giant Sand, Thin White Rope, Beat Farmers, Del Fuegos, Gun Club, Jason & the Scorchers, Tex & the Horseheads e soprattutto gli eroi del cowpunk: i Long Ryders. Assieme agli altri secessionisti del Paisley Underground (Green on Red, Dream Syndicate, Rain Parade, Three O’Clock, ecc.) furono loro a restaurare la tradizione musicale americana e a sdoganarla anche al pubblico delle college radio.

Nel cuore nervoso dei Long Ryders si agitava il rottame ferroso dell’honky tonk, dell’hoedown, del folk rock. Creedence Clearwater Revival, Byrds, NRBQ, Flying Burrito Bros. erano gli spiriti invocati nelle “sedute” di Sid Griffin e Stephen McCarty. Quattro in tutto, dal 10-5-60 del 1983 al Two Fisted Tales del 1987. Poi, la scissione. Quello che ora ci piove addosso, sull’etichetta privata dello stesso Sid, è il loro ultimo gig al Bottom Line di New York: 17 tracce che ripercorrono l’intera vicenda della band di cowpunks americani e ce ne fanno sentire la nostalgia, dalle ombre amare di Harriet Tubman’s Going to Carry Me Home all’inno da prateria di Looking for Lewis & Clark. Un disco che trasuda di America fino a sentirne il puzzo fin da qui. Rotaie che si muovono come serpenti di ferro fra campi di cotone, miniere d’oro e motel polverosi. Retorica da cartolina illustrata? Può darsi. Ma con la schiettezza di chi crede in ciò che professa, senza nessuna pretesa di apparire trendy o, viceversa, “abilmente” fuori dal tempo. Grandi Long Ryders, gli ultimi cowboys ad aver calpestato il cuore dell’America.

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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CRASH BOX – Veleno per voi (SOA/Hellnation)

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I Negazione a Torino, i Kina ad Aosta e i Crash Box a Milano. Per il sottoscritto questo fu il triangolo delle Bermuda dell’hardcore italiano, nei primi anni Ottanta. Poi ovviamente era una giungla di bands e teppisti sbolognati per tutto lo stivale, davanti ai Centri Occupati di Pisa, Bologna, Roma o nei vicoli di Bologna, Napoli, Firenze, Reggio Emilia, fanzines malcopiate, 7” autoprodotti, qualche etichetta realmente contro come T.V.O.R. e Blu Bus e soprattutto una valanga di cassette registrate male e spedite per posta. Me ne fosse mai arrivata una con la custodia integra. Erano anche le urla dei miei vicini quando sparavo le demo di Link Larm o Disper/Azione, ma queste le tengo per me. Roba che ad un quindicenne di oggi dovremmo spiegare con il supporto di studiosi del repertoriato archeologico. Spuntati da qualche buco metropolitano milanese nei primi anni Ottanta i Crash Box vivono fino in fondo il sogno hardcore italiano (che non era quello punk, malgrado ne fosse stata la prosecuzione storico-temporale), gli anni di coinvolgimento totale, di autofinanziamento, di atterraggi di fortuna nel Nuovo Mondo per esportare un movimento che rimane l’ultima cosa che gli italiani sono riusciti ad esportare prima di Ramazzotti e la Pausini. Il primo segnale è una cassetta autoprodotta nel Maggio dell’83. Sono dodici pezzi sufficientemente elaborati per chi non ha un’idea nemmeno vaga di cosa voglia dire tecnica strumentale. Ascoltare i passaggi e i cambi di tempo su un pezzo come Il mio inferno oggi non può non far sorridere. Allora, semplicemente, metteva i brividi. Così come la corsa a perdifiato di Senza Uscita. Quasi un anno dopo la band si chiude allo Studio Lupo di Verbelli e registra sei pezzi che diventeranno uno dei dischi cardine di tutto il movimento hardcore italiano. Si intitola Vivi! ed esce per la Crash Records, appoggiandosi alla distribuzione T.V.O.R.. Il disco spacca, letteralmente, creando fermento intorno alla band. Stiv Valli crede nel gruppo e lo sprona alla crescita. Ma la formazione è instabile. I cambi di line-up saranno talmente frequenti da stravolgere l’assetto e la stabilità della band e di mutare pelle al loro suono. L’ingresso di Tommy Massara degli Extrema porterà nel gruppo un cambiamento importante, che coincide col solco crossover tracciato all’estero con bands come Corrosion of Conformity e Suicidal Tendencies. Il punkcore delle origini svisa col trash metal e nascono pezzi come Nato per essere veloce, Sul filo del rasoio e Veleno per voi che costruiscono l’ossatura di Finale, numero di catalogo 02 della T.V.O.R. Nel Cuore esce col gruppo ormai esangue anzi, di fatto sciolto. Marco “Maniglia” Medici è l’unico sopravvisuto della formazione originale e scrive l’epitaffio del gruppo sulle pagine di Rockerilla senza nascondere la sua amarezza che è un po’ quella di tutto il movimento hardcore storico, giunto al suo capolinea. Eppure il loro album postumo resta forse il loro disco più compiuto. I pezzi sono elaborati (forse troppo, a sentire quanto scrive Giulio, il chitarrista di turno, tra le note del booklet) ma privi delle sbavature degli esordi così come dalle slabbrature metal di Finale mentre al banco di regia siede quel Vernetti che poi sfonderà nei ’90 con le produzioni dei suoi Aeroplani Italiani. L’estate del 1989 sta per bussare alle porte, anche a quella ormai chiusa della sala prove dei Crash Box. Sono stati sette anni in cui è successo quello che avete letto ma anche molto altro (come la storica cassetta di rarità compilata da Vittorio “Maze” Piaggi per la sua Linea Diritta ‘zine). Dentro questo doppio CD trovate tutto quanto. Ora sapete se rubarlo o meno.

 

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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COUNT FIVE – Psychotic Revelation: The Ultimate Count V (Big Beat)

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Chi sa della mia fissa per i Count V può intuire l’entusiasmo dinanzi a quello che è, ad oggi, l’attestato più completo sul combo californiano: tutto lo scibile sulla band di San Josè integrato da tracce inedite: una manna per ogni cultore del vero 60‘s sound!!!

Move It Up è una delle prime cose scritte dal gruppo, un buon numero da beat club introdotto da un riff lievemente fuzzato che lascia spazio a due accordi uptempo che immagino abbiano fatto scuotere un buon numero di zazzere giù a Redwood City. Sul riff di Mailman è costruita invece People Hear What I Say orfana però del calore soul che alitava sul pezzo già noto. Analogo periodo pure per So Much, brano dall’andatura zoppa vagamente simile ad All Black ‘n Hairy di Lord Sutch. Curiosa la versione primordiale di Psychotic Reaction, con un finale del tutto difforme da quello noto realizzato con un abile ed efficace lavoro di cut-up trasferendo in chiusura il celebre “ponte” psicotico che la spaccava in due. Anche il suo retro The House in the Hill è qui edito nella sua prima mise, con un’accelerazione centrale che, giudicata ambigua, andrà perduta al momento della sua metamorfosi in They’re Gonna Get You. E ancora My Generation con la chiusura leggermente diversa rispetto all’edit definitivo che conosciamo, malgrado non ne venga segnalata l’origine. Duplice versione infine per Contrast, che viene pubblicata anche in una più rozza e gracchiante versione demo. Vi basta se vi scrivo OBBLIGATORIO?

                                                                                 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BAUHAUS – Mask (Beggars Banquet)

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Dopo la barbarie macabra ed elettrica di In the Flat Field i Bauhaus indossano la maschera per rappresentare quest’altra opera altrettanto inquieta ma sfaccettata e apparentemente irrisolta che se da un lato traghetta le spinte dark della band fin dentro l’horror dall’altro le veste di piccoli specchi per inscenare una disco music sghemba per vampiri dalle facce esangui.

La cadaverica marcia funebre di Hollow Hills e la danza sintetica di Kick in the Eye sono i due paradigmi di questo disturbo bipolare che sembra essersi impossessato del gruppo inglese che ha integrato alle scorie glam del debutto ripetuti ascolti di musica nera iconoclasta e inacidita come il dub, il reggae e il free jazz ma anche certa psichedelia floydiana.

Il suono del gruppo diventa elaborato, forse fin troppo concettuale rispetto alla furia elettrica degli esordi. Conserva il suo fascino sinistro (The Passion of Lovers o The Man with the X-ray Eyes sono tra le migliori rappresentazioni del gotico moderno, NdLYS) ma gli cuce addosso abiti nuovi, diversi, insoliti, ambigui.

Si contorce, si raggomitola, si muove all’indietro, rallenta, si immerge nella terra come un lombrico e riemerge strisciando dalle sue viscere, si allunga, si attorciglia.

Mask è il disco di un gruppo che sta cambiando pelle, un album dinamico e bizzarro che gioca col buio, la luce e le ombre. Con tetro rigore ma anche con grottesco senso dell’humour (la caricatura di Of Lillies and Remains mal digerita da tanti ridicoli fanatici delle tenebre, NdLYS).

I Bauhaus vi danno l’occasione per ridere, anche vestiti da pipistrelli.

Io non la sottovaluterei.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro


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