JAPAN – Tin Drum (Virgin)

Non ho mai fatto pace con Tin Drum.

È un disco che mi gira intorno come uno spettro. Proprio come uno di quei fantasmi emotivi evocati da David Sylvian su una delle tracce più incredibili di questo disco.

Ho provato a scacciarlo in mille modi diversi cercando di soffocarne l’alito sinistro per ventotto lunghi anni. Ma lui è sempre lì, indenne, a reggere la torcia nell’angolo più sinistro della mia camera.

Tin Drum è un disco che suona come nessun altro disco sulla terra. E in questo sta la sua forza, il suo fascino che è suo e suo soltanto. E’ un viaggio decadente in un Oriente di palafitte, gong e tamburi di latta.

Un album che ha una sorta di trascendenza divina, soprattutto se confrontata con le musiche di esordio dei Japan che avevano flirtato con le smanie gay di Bryan Ferry e David Bowie senza lasciare segni sulla pelle, come piccoli kanji tatuati con l’hennè.

Il progressivo, graduale avvicinamento alla musica orientale, nonostante il nome, sarebbe avvenuto più tardi, all’indomani dell’incontro con Giorgio Moroder che avrebbe dato vita a Life in Tokyo e indotto la band ad un progressivo cambio di rotta verso l’elettronica e le ritmiche funky. È in questi anni che la band fa del Giappone la sua seconda patria. Non è solo un coinvolgimento spirituale ed emotivo, un esistenzialismo dipinto di astrattismo orientale, un pennello di bambù con cui colorare di esotico i quadri del salotto, l’Oriente diventa parte del “corpo” dei Japan, si fa odore e immagine nitida, tersa e limpida che si staglia sull’orizzonte del loro romanticismo glam. I contatti artistici e privati con la scena locale (la Yellow Magic Orchestra, gli Ippu Do, Yuka Fujii) permettono a Mick Karn, Richard Barbieri, Steve Jansen e David Sylvian di studiare la musica orientale “dall’interno” sviscerandone l’essenza e coagulandola all’interno di un suono che diventa perfetto punto d’incontro tra l’algida elettronica post-punk mitteleuropea e la muzak di origine tribale (non dimentichiamo che anche le percussioni africane eserciteranno un notevole stimolo artistico nell’evoluzione del suono dei Japan, NdLYS).   

Quiet Life e Gentlemen Take Polaroids erano stati i manuali di studio per una musica che sposasse il decadentismo dandy occidentale con le suggestioni orientali di una musica che era morbida e marmorea allo stesso tempo.

Stare davanti a Tin Drum è invece, ancora oggi, come stare davanti a una pagoda della Città Proibita di Pechino o ad un Torii che introduce ad un santuario scintoista giapponese. Trasmette quello stesso fascino fatto di curve e di linee simmetriche di cui abbonda la cultura orientale. Provate a imbottire la vostra stanza della musica di Sons of Pioneers e avrete quello stesso sgomento estatico che si prova davanti ad un monumento che sembra eterno.

Orfano della chitarra di Rob Dean, il quartetto si concentra su architetture elaborate, assemblate seguendo le morbide linee di basso di Mick Karn e le intelaiature di percussioni esotiche e di cui The Art of Parties, Talking Drum, Still Life in Mobile Homes e Visions of China rappresentano la chiave di volta. La voce di Sylvian si staglia elegante, ricca di un pathos insieme decadente e alieno che si esalta nei momenti in cui il suono si sguscia e si mostra nella sua fragilità tetra e disperata. Era successo prima con The Other Side of Life e Nightporter, accade ancora di più con gli ectoplasmi sonori di Ghosts.

Un groppo di angoscia che dalla gola scende giù fin dentro lo stomaco. I giardini di loto si sono trasformati in un minaccioso orto di piante carnivore e le ombre cinesi sono ora solo tetre sagome di nude falangi scheletriche ritorte come spettrali rami di acacia.

Tin Drum resta un affascinante documento sull’arte pop, dal simbolismo dell’affascinante scatto di Fin Costello (che in quel periodo “scatterà” pure per Duran Duran, Bauhaus, Boomtown Rats, Police, NdLYS) sulla copertina fino all’ultimo soffio di flauto africano di Cantonese Boy. Un disco con cui non farò mai pace.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

 

Tin+Drum+tindrum

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