THE SMITHS – Meat Is Murder (Rough Trade)

Meat Is Murder.

La carne è un delitto.

Titolo lapidario e copertina emblematica come un disco dei Dead Kennedys.

A due anni esatti dal singolo di debutto la band inglese è cresciuta a dismisura, acquisendo una consapevolezza che il timido suono degli esordi non lasciava presagire, trasformandosi da piccola indie-band a gruppo epocale.

Gli Smiths nel 1985 non sono un gruppo tra gli altri ma una band irrinunciabile, necessaria.

Morrissey è l’icona dell’adolescenza inquieta e delusa, l’immagine ordinaria e imperfetta della solitudine interiore dei perdenti, degli ultimi della classe, di chi parte già sconfitto, delle cause perse.  

Gli Smiths sono la cosa più importante uscita dalla musica inglese, un affare pubblico maledettamente privato.

La musica del quartetto inglese è il ritratto di mille solitudini, di mille soprusi, di mille delusioni.

A differenza di Beatles, Rolling Stones, Led Zeppelin, Clash o Sex Pistols che foraggiano e si nutrono a loro volta di una collettività adorante e dell’energia di un’aggregazione delirante, gli Smiths uniscono lasciando separati.

Non sono il viatico al male interiore, ma ne sono soltanto il suo ritratto, le pagine del suo diario segreto.

Ogni ascoltatore degli Smiths è solo davanti alla musica della sua band.

Gli Smiths sono il proprio specchio del bagno.

È in questa identificazione fortissima tra la band e il suo pubblico che sta gran parte della forza del gruppo inglese, questo è il suo tesoro.

Nessun altro artista pop è riuscito a infiltrarsi così in profondità tra le crepe del dolore adolescenziale e riuscire a dargli voce.

Meat Is Murder indulge ancora nelle derive di autocommiserazione compiaciuta della poetica di Morrissey (What She Said, That Joke Isn‘t Funny Anymore ma soprattutto Well I Wonder) ma mai come prima polemizza e accusa, sviscera e prende posizione sul mondo esterno, oltre che sulle debolezze endogene:

The Headmaster Ritual è una critica feroce all’istituzione scolastica così come Nowhere Fast è trainata dall’impeto di rabbia e di impertinenza nei confronti del consumismo spietato e della monarchia britannica.

La title-track, “condita” con muggiti bovini da macello, riesce a farti rigurgitare la tua bistecca col suo esplicito manifesto vegetariano mentre Barbarism Begins at Home, poco prima, apre uno squarcio sul mondo della violenza domestica, argomento ancora tabù all’epoca dell’uscita del disco.

Meat Is Murder è dunque un disco politico, aguzzo, sfrontato.

La crescita lirica di Morrissey si accompagna a quella artistica di Marr, Joyce e Rourke, diventati abilissimi costruttori di impalcature sempre più adorne, abbandonando spesso le culle jingle jangle dei primi anni in favore di un suono che va a cozzare con la vecchia passione di Marr per Bo Diddley, Presley, il rockabilly e il suono “da rotaia” (Rusholme Ruffians, What She Said, Nowhere Fast e il singolo coevo How Soon Is Now? incluso nelle ristampe successive) e quello di Andy Rourke per il funk (la linea di basso di Barbarism Begins at Home è campionabile quanto quella di un Ohio Players qualsiasi, NdLYS) e di imprimere una dinamica che il disco del debutto sconosceva e che qui pezzi come I Want the One I Can’t Have e The Headmaster Ritual invece ben chiariscono tracciando inconsapevolmente le linee per il futuro movimento emo.

Arte pop.

Sublime e nauseabonda, come la carne.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 


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