THE CRIMSON SHADOWS – One Step Beyond Sanity (Groovie)

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La Svezia custodì negli anni ‘80 alcune delle più selvagge garage band di sempre. Tra queste, i Crimson Shadows furono gli unici, assieme ai Backdoor Men, a lasciarci con l’amaro in bocca per non averci concesso altro che un paio di singoli e qualche sparuto pezzo distribuito qua e là motivando loro malgrado il periodico e postumo riassemblaggio antologico che ora torna a lambirli.

Molto rapidamente però: se avete tra gli scaffali la raccolta pubblicata una decina d’anni fa dalla In Betweens, avete tutto.

Lasciate perdere.

A meno che allora non l’abbiate snobbata perché uscita in formato digitale, nel qual caso One Step Beyond Sanity è un ottimo ripiego pur risultando orfana di qualche traccia rispetto a quella prima antologia.

La qual cosa è si trascurabile per pezzi come Apeman, il furto in cantina Stomachmouths di Don‘t Put Me Down o per la Nightmares da poco nuovamente reperibile su singolo ma assolutamente intollerabile per un pezzone come Gonna Make You Mine, in assoluto una delle più devastanti zozzerie del garage punk europeo. Stipare in valigia un’intera collezione di francobolli e scordarsi a casa il Penny Black. O, se preferite, portarsi a casa Pamela Anderson e scoprire che non le puoi slacciare il reggiseno. Rialzatevi la zip.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE NOMADS – Solna (loaded deluxe edition) (Career)

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Non avevo loro notizie da un decennio e pensavo semplicemente si fossero dimenticati di me, come hanno fatto tutti gli amici. O che io mi fossi dimenticato di loro, già molto più improbabile. Poi è arrivato Solna e mi sono semplicemente reso conto che non facevano un disco nuovo dai tempi di Up-tight. Undici anni di assenza dopo venti anni di presenza costante e rumorosa come portabandiera del garage e del punk ‘n roll scandinavo.

Solna celebra quindi il loro rientro in scena.

I nomadi fanno ritorno a casa.

Quella che si vede in copertina è infatti una delle stazioni principali della metropolitana di Stoccolma, proprio quella che si apre sotto il Kvickly di Solna.

Un disco importante ed intenso, tanto da venire prontamente ristampato anche in questa versione australiana con scaletta leggermente modificata (vai a capire perché). Trying So Hard, The Bells e Fine Fine Line vengono sacrificate in onore di Don’t Kill the Messenger, The Way You Let Me Down e Get Out of My Mind senza tuttavia alterare il peso specifico del disco, uno dei migliori della discografia dei Nomads. Forse il migliore in assoluto, pieno zeppo di belle canzoni che echeggiano di New Christs e Flamin’ Groovies, di Fleshtones e Sick Rose, di Saints ed MC5, di garage rock e power pop. Un disco dove tutto sembra al posto giusto (cosa si potrebbe aggiustare su pezzi come Make Up My Mind, Miles Away, You Won‘t Break My Heart, Hangman‘s Walk, Don‘t Kill the Messenger o sulla cover di American Slang di Jack Oblivian se non sistemare il cursore del volume a fondo scala? NdLYS), più di quanto lo fosse negli anni Ottanta. Grandi chitarre (un Hans Ostlund in gran spolvero) ed energia a profusione.

Se vi divertite ancora col rock ‘n roll, fatevi questo viaggio a Solna.

Altrimenti, c’è sempre Lourdes.       

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro   

NZO

   

THE WYLDE MAMMOTHS – Things That Matter (Crypt)

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Dopo l’ultraprimitivo “Go Baby Go” i Wylde Mammoths lasciano la caverna.

Ancora coperti di pellame pleistocenico cominciano a girare per le lande scandinave. Lasciano le clave e cominciano ad usare attrezzi di taglio fine.

Il suono deragliante, riverberato e maniacale dei primissimi dischi sembra letteralmente schiudersi verso una forma di garage folk solare.

Things That Matter e il singolo Help That Girl! hanno un’intensità del tutto diversa dall’album precedente, un’energia positiva e brillante esaltata da una registrazione che dà respiro al suono criptico di Go Baby Go!, un rituale voodoo attorno all’immagine diabolica di Bo Diddley.

Ora che Peter ha scacciato quel fantasma e quello meno ingombrante del fratello, può dare spazio alla sua nuova ossessione per i suoni crepitanti di piccole band di beat screziato di folk, sui modelli che lui stesso espone in vetrina tra i capi di sua manifattura: gli Squires del Connecticut, i Go-Betweens di Corona, Queens, gli svizzeri Dynamites, i Big Beats dalla Virginia.

Sono queste le “cose che importano” adesso a Peter Maniette, più che il R ‘n B animale con cui ci aveva intossicato qualche anno prima, assieme all’idea fissa per le donne poco vestite con cui ha tappezzato il furgone della band.

Un suono meno selvaggio ma ancora vibrante, dolcemente intriso di malinconia e di amarezza adolescenziale.

Poi l’estinzione porterà via tutto, come la storia e l’archeologia ci insegnano, ma ogni tanto qualche scheletro riemerge dalle sabbie a farci ricordare il nostro passato, anche quello che credevamo sepolto.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro