FUGAZI – In On the Killtaker (Dischord)

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Un cielo epatico pesa grave attorno all’obelisco dedicato a George Washington, colando umido anche sul verde che gli si stende attorno. 

È questa visione post-nucleare della loro città a dominare sulla copertina del terzo album dei Fugazi.  

Registrato dapprima col supporto invasivo di Steve Albini (il risultato è qui: http://www.mediafire.com/?nybnzmjvzmt) e quindi intermente ri-registrato assieme a Ted Niceley, In On the Killtaker conferma uno stile inetichettabile eppure sorprendentemente individuabile, riconoscibile, unico.  

Un suono ferroso e legnaceo, lucido e drammatico, che torna spesso al vecchio amore per l’hardcore (The Great Cop l’esempio più feroce) pur progredendo e sfidando la deriva rovinosa nei mari paurosi dei Pere Ubu (23 Beats Off) o nei canali di scolo del post-core dei fIREHOSE (l’apertura degli oblò di Sweet and Low e della successiva Cassavetes), fino alle convulsioni di Walken’s Sidrome o alla furia di Public Witness Program e Smallpox Champion che canalizzano l’orgoglio punk dei Dead Kennedys spurgandolo dall’iconografia anti-capitalistica e lasciandolo libero di scivolare verticalmente come la lama di una ghigliottina e poi trascinando perpendicolarmente la macchina del supplizio evitando la decapitazione (un abilissimo trucco che qui viene usato per i fantastici finali “orizzontali” di Smallpox Champion e Facet Squared e che torneranno nei dischi successivi, NdLYS).  

È il disco che porta quella testa da würstel di Ahmet Ertegün della Atlantic ad offrire un contratto milionario alla band che sta infiammando Chicago e che lo costringe a sucarsi un educato e civile benservito dal gruppo più fieramente indipendente della storia del rock moderno. 

Caro Signor Ertegün, un giorno i suoi dollari si inghiottiranno il mondo intero, lei e noi compresi.

Fino ad allora, ci lasci credere che un mondo senza è possibile.

Saluti,

Fugazi.

 

 Franco “Lys” Dimauro

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R.E.M. – Automatic for the People (Warner Bros.)

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Automatic for the People nell’Ottobre del 1992 smorza nuovamente le luci dopo l’abbaglio mendace di Out of Time. L’ottavo album della band americana è un disco sulla disillusione. Un disco che concede pochi attimi di festosa e apparente leggerezza (la Sidewinder Sleeps Tonite che pare fare il verso, non solo nel titolo, a The Lion Sleeps Tonight, la trionfale Ignoreland) e che invece preferisce accartocciarsi su se stesso e concentrarsi sul dolore e sulla morte. Automatic for the People è carico di un sospiro greve, ammantato di nostalgia e di incertezze, amarezza e paura. Folleggia in un vuoto d’aria che è quello creato dal nuovo decennio partito gravido di speranze già disattese, arranca nell’amarezza dell’ingresso nell’età adulta, precipita nella malinconia del vuoto a rendere delle belle illusioni. Così come Out of Time era stato il disco del disimpegno, Automatic chiede al suo pubblico attenzione e fede, come un’auto lanciata a fari spenti lungo un pendìo.

Il plumbeo folk acustico dell’inaugurale Drive rivela già le intenzioni di voler avanzare nell’ombra, quasi a protezione della propria identità artistica che il successo planetario dell’anno precedente ha fatto vacillare come lampadari di carta di riso sotto le scosse di un terremoto troppo intenso per non averne paura.

Un intimismo rigenerante, come quello che la psicologia di coppia impone nei rapporti che si stanno incrinando. Una decelerazione dei ritmi che consenta al cuore di tornare ad ossigenarsi, malgrado poi quell’ossigeno non arrivi mai e non giunga  più una risata di petto, ora che quel Dio che ci ha tolto John Belushi, si è portato per il suo teatro privato anche Andy Kaufman.

E così l’auto procede, fino a sprofondare nel miele (gli ultimi interminabili, irritanti venti minuti affidati a Star Me Kitten, Man on the Moon, Nightswimming, Find the River buoni per farsi un best of dei R.E.M. da ascoltare mentre si carica la lavastoviglie), riaffermando i R.E.M. come la band americana di maggior successo popolare e riacquistando la stima della critica vera. Non la mia.  

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE CRAMPS – How to Make a Monster (Vengeance)

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Ecco la stanza degli orrori.

La cantina del dott. Frankenstein.

La costruzione del mostro, diapositiva per diapositiva.

Una band di veri incapaci con l’obiettivo di mettere su un fantoccio che si muova come “un incrocio tra Carl Perkins e gli Shadows of Knight”.

Un piccolo mostro domestico che non si regge in piedi, perde pezzi e si sbullona ad ogni passo (le imbarazzanti prove in studio dell’estate del ’76) e che invece piano piano impara a camminare (le prove dell’autunno dell’81) e poi a conquistare il mondo (i demo dell’82 e le registrazioni private del 1988).

Quando il prototipo del mostro viene mostrato al pubblico, come avviene il 14 Gennaio del ’77 sul palco del Max‘s Kansas City di New York, il risultato è imbarazzante: la documentazione di quel concerto è quella di uno spettacolo dove gli insulti e le bottiglie lanciate sul palco si sovrappongono alle goffe movenze dell’essere mostruoso che si agita mostrando le sue orbite vuote.

Il pubblico dei Cramps non esiste ancora.

Arriverà di lì a poco, però: il concerto registrato al CBGB‘s appena un anno dopo è già la prima celebrazione del mito crampsiano di un rock ‘n roll immorale e necrofilo costruito con la spazzatura dei genitori di quei sedicenni che affollano il locale.

Uranium Rock, I Was a Teenage Werewolf, Can‘t Hardly Stand It, I‘m Cramped, Subwire Desire, TV Set, Love Me, Baby Blue Rock, Human Fly: il mostro è pronto, mettete a letto i bambini.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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NICK CAVE & THE BAD SEEDS – Abattoir Blues/The Lyre of Orpheus (Mute)

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Se gli ultimi dischi di Cave erano stati costruiti lavorando per “sottrazione” fino a rendere quasi impercettibile l’apporto dei Bad Seeds, il primo doppio album della carriera dell’artista australiano (e il primo realizzato senza il contributo di Blixa Bargeld) torna alla coralità partecipativa dei primi anni. Alle preziose mani di Martyn Casey, Warren Ellis, Conway Savage, Thomas Wydler, Jim Sclavunos, Mick Harvey e James Johnston si aggiungono le voci di Ase Bergstrom, Lena Palmer, Wendy Rose, Stephanie Meade, Donavan Lawrence, Geo Onayomake e dell’intero London Community Gospel Choir a creare un capolavoro di musica illuminata da una sacralità finalmente piena e sfavillante e da un songwriting impetuoso e curatissimo che accende di fede e speranza pezzi come Nature Boy o Get Ready for Love, veri e propri spiritual del XXI secolo.

Hiding All Away, sempre sul primo dei due dischi, è invece un blues zoppicante che potrebbe essere confuso con un inedito della Jon Spencer Blues Explosion mentre Cannibal‘s Hymns e Fable of the Brown Ape riaccendono il sopito amore per le atmosfere sinistre dei vecchi album.

È lo stesso passo esitante e waitsiano che introduce al secondo disco con il racconto della lira dannata di Orfeo in una delle più intense interpretazioni del Cave adulto. Breathless, a seguire, solcata dal flauto di Warren Ellis è una pastorale ode al dio Pan vestita da canzone d’amore. Struggente e notturno è il dolce inno ai soldi facili di Easy Money che precede al pressante avanzare di Supernaturally che sembra essere tirata fuori dal pozzo dei Waterboys dei tempi d’oro (diciamo periodo A Pagan Place/This Is the Sea, per intenderci, NdLYS). La chiusura del disco, affidata a due spiritual in forma di ballata come Carry Me e O Children, chiude l’anello andandosi a confrontare idealmente all’inaugurale inno di Get Ready for Love.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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VIOLENT FEMMES – New Times (Elektra)

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DeLorenzo molla nel 1993 per inseguire il proprio sogno solista.

Non riuscirà a raggiungerlo, tanto da tornare a casa per il fugace ritorno delle Femmes di quindici anni dopo.

Brian e Gordon lo rimpiazzano subito col vecchio amico Guy Hoffman dei BoDeans con i quali in passato avevano condiviso etichetta (Slash) e produttore (Jerry Harrison) e realizzano per la Elektra il loro sesto album che si dibatte ancora tra un passato glorioso ma sempre più lontano (Breakin’ Up, una vecchia scoria dei primi giorni scelta come estratto dell’album, 4 Seasons, la bella I‘m Nothing dove tutto il gruppo si zittisce per lasciar sillabare Gordon, la dolorosa When Everybody‘s Happy), dei “nuovi tempi” abbastanza confusi (Machine è un maldestro tentativo di giocare con la musica a transistor, Agamennon è una buffa burla alla Ween senza la follia dei Ween, Mirror Mirror una storpia ballata alla Tom Waits senza lo sgraziato ghigno di Waits) e un presente del tutto anonimo (New Times, This Island Life, Don‘t Start Me on the Liquor, la tronfia Key of 2 il greve valzer di Jesus of Rio tra le nuove, tante cose da dimenticare). Nessun picco di genio e tanto mestiere.

Abbastanza da scontentare tutti e da vendere talmente poco da giustificare la revoca del contratto con la Elektra e la ricerca disperata di una nuova etichetta che li porterà fino ai confini del Pianeta Terra.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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