TALKING HEADS – Talking Heads: 77 (Sire)

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Tra i tanti dischi di debutto della scena punk e new-wave nata in seno al CBGB‘s, quello dei Talking Heads fu probabilmente il meno chiassoso e il più bizzarro. Quello che sceglieva di essere punk senza tuttavia esserlo neppure per un nanosecondo. Quello che, mentre i Ramones inseguivano i Beach Boys, i Television i Velvet e Patti Smith i Doors, si lasciava attraversare dal battito vitale della musica nera.

Funky e soul, soprattutto.

Messi ad asciugare sulle terrazze di Manhattan fino a renderli secchi come pale di stoccafisso.

Chi comprò il debutto dei Talking Heads attratto da un titolo lapidario che celebrava il furore del ’77 e credendo di poter strappare coi denti il detonatore che chiudeva la sacca di glicerina dentro cui era compressa la rabbia del punk, rimase probabilmente come un piromane cui si è bagnato il cerino.

Nessun anthem da guerriglia urbana lo illuminava. E mentre tutto quello che contava pareva provenire dalla strada, 77 sembrava invece scritto ed interpretato da quattro impiegati disperati usciti da un qualsiasi corridoio di uno dei tanti uffici dei quartieri finanziari della Grande Mela. Undici canzonette pervase da una demenza nervosa che tocca livelli infantili su Don’t Worry About the Government e vertici da psicopatologia assassina su Psycho Killer, arricchite da una strumentazione policroma che include guiro, sassofono e mandolino usate per dare sapore caraibico o mediterraneo agli accenti frenetici e funky della chitarra e alla voce stizzita di David Byrne, sorta di incrocio inverosimile tra Anthony Perkins ed Enzo Jannacci.

Un album che inietta resina nera dentro i lineamenti ariani della new-wave americana.    

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE CURE – The Top (Fiction)

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L’uscita dal tunnel nero della trilogia scura dei primi anni Ottanta ha per i Cure la luce abbagliante e stroboscopica della svolta dance e tenerona dei singoli pubblicati tra l’Ottobre del 1982 e il Novembre dell’anno successivo frutto delle strategie di mercato del deus-ex-machina della Fiction Chris Parry e della crisi artistica seguita alla rottura con Simon Gallup culminata con la cancellazione del 14 Explicit Moments Tour e il temporaneo split della band.

L’empasse artistico viene scongiurato grazie al rientro in formazione di Porl Thompson, uscito fuori dalla band poco prima dell’esordio discografico.

Porl ha uno stile cervellotico e nervoso che ad inizio carriera cozza con i progetti di Robert Smith di una band dallo stile spartano e che invece adesso sono in perfetta sintonia con le nuove ambizioni del leader, messe in fila indiana dentro The Top in maniera scombinata e disomogenea: strappi hard-rock (Shake Dog Shake, Give Me It), mielose canzoni da sofà (Dressing Up), oblique serenate per le ricercate reginette del gotico (Piggy in the Mirror), accenni di musica mediterranea e di bolero (Bird Mad Girl), marce per soldatini di ghisa (The Empty World), eccentriche canzoni da terra incantata (la genialata di The Caterpillar e il nonsense di Bananafishbones), pesanti macigni di dolcezza (la lunga e cadenzata The Top), oscure discese tra le rocce di tufo infestate dai pipistrelli (Wailing Wall), The Top è disco babelico e caotico, in parte ripudiato da Smith che lo catalogherà come il suo disco più brutto, specchio di un periodo dove la confusione anarchica sembra essersi impossessata della band scombinandone gli equilibri. Eppure è questo suo tormento, questa pressione esogena che schiaccia dall’alto e preme dall’interno a renderlo un tassello importante nella lunghissima storia della band inglese.

Queste sue mille sfaccettature tracceranno le coordinate per i Cure che verranno di lì a poco, rifondando il suono della band su nuovi pilastri. Per niente malfermi, per niente insicuri. Soltanto, per capriccio, costruiti su un terreno disomogeneo, così che il prossimo solaio possa venire tutto storto. The Top è un disco di architettura creativa.

Chi lo biasima è solo un pessimo geometra.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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