THE MIRACLE WORKERS – Inside Out (Voxx)

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Portland è, nei primi anni Ottanta, una periferia dell’Impero Americano.

Chi suona musica dal taglio “sixties” lo fa sotto l’influenza di Fred Cole e del suo negozio di dischi. Lui ha avuto il suo momento di gloria nazionale durante gli anni Sessanta con i suoi Lollipop Shoppe e la sua You Must Be a Witch e ora ha un negozio di vecchia strumentazione d’epoca dove Gerry Mohr e Matt Rogers vanno costantemente a rifornirsi di vecchie e obsolescenti macchine da guerra. È con quella roba che Fred vende loro a buon mercato assieme a qualche 45 giri della sua collezione che iniziano a familiarizzare con i suoni del beat-punk e che mettono su il loro primo disco. Ma nel 1984, all’epoca di 1000 Micrograms, i Miracle Workers sono una band tra le tante che cominciano a giocare con piccoli classici perduti del garage punk. Dilettanti e sporchi. Niente di più.

Buoni per passare una mezz’oretta prima di tornare a liquefarsi il cervello con i dischi di Unclaimed, Fuzztones e Chesterfield Kings.

Poi nel 1985 arriva Inside Out. E i Miracle Workers diventano un band irrinunciabile.

Non una band da cantina alle prese con i Sonics e la Chocolate Watch Band, voglio dire. Ma un gruppo che ti prende con tutta la tua merdosa poltrona e ti scaraventa fuori dalla finestra, con un candelotto di dinamite infilato tra le emorroidi.

Una band enorme, come più tardi ammetterà lo stesso Rudi Protrudi dei Fuzztones, finito a suonare per un brevissimo periodo con loro l’anno seguente, dopo la defezione di Joel Barnett e prima dell’ingresso di Robert Butler.

I Workers in quel periodo stanno di nuovo cambiando, fulminati dall’ascolto degli Stooges e dei Flamin’ Groovies. Gerry Mohr ha già impattato la musica degli Stooges nel 1984, sbattendo il muso sul riff lercio di Loose ma non ha ancora assimilato la lezione, non ha ancora trovato quale sia la valvola che permetta a quel mulinare rovinoso di infilarsi dentro la sua devozione per i Rolling Stones. Ma comincia già a provarci, proprio in apertura di Inside Out: Go Now è un brano velocissimo e apparentemente incompiuto che dura due minuti scarsi e che si chiude con un classico assolo stoogesiano. Un esperimento, un tentativo, un test. Per adesso può bastare e si può tornare a fare quello che la sua band, in quel preciso momento, riesce a fare come nessun altro: suonare potentissime garage song con un grande appeal melodico.

Inside Out lo puoi cantare dall’inizio alla fine e poi daccapo.

Non è Tyrants of Teen Trash o Something Weird e neppure All Black and Hairy.

Non devi necessariamente cacciar fuori la lingua e autoindurti il vomito per provare a cantare. Devi semplicemente lasciarti andare in questo flusso di punk rock sborrato da bassi fuzz (clamoroso quello di Hey Little Bird, unica cover del disco), organetti (Love Has No Time e la spirale optical di One Step Closer to You tra i classici di tutto il neogarage di quegli anni) e a volte carico di suggestioni folk-rock che sembrano saccheggiate di peso a band come Golliwogs o What‘s New (Tears e You‘ll Know Why sono roba da pelle d’ oca che fa inzuppare le mutande alle groupies di quegli anni). 

Chi ascolta rock ‘n roll in quegli anni non può tenere Inside Out lontano dal proprio piatto per più di un giorno o due. Chi c’era se lo ricorda bene. Chi finge di essersene dimenticato o è in malafede o era stracotto per gli Spandau Ballet.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 


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X – Los Angeles (Slash)

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Fatevi un giro sul web e, se non li avete mai visti, guardate gli X.

Erano o no una delle cose più belle da vedere, oltre che da sentire, che siano passate nelle nostre vite?

C’è un romanticismo misto a sconforto che trasuda dalle loro foto, così come dai loro dischi. Perlomeno dai loro primi dischi.

Gli X. Una croce di fuoco appiccata sul camposanto del punk.

Billy Zoom è un appassionato di rock ‘n’ roll.

Chuck Berry, Eddie Cochran, ciuffi impomatati, blue suede shoes e tutte quelle robe lì. Incontrerà Gene Vincent e suonerà con lui, così come suo padre, anni prima, aveva fatto con Django Reinhardt.  

È il Paul Simonon della band, solo con due corde in più.

Imbraccia una Gretsch glitterata che brilla come una sciabola dentro l’inferno del Whisky A Go-Go e quando di tanto in tanto pare di sentir partire il riff strisciato di Johnny B. Goode dentro la furia di quei concerti in cui gli accordi non si sprecano mai, basta lanciare un’occhiata sul palco per averne la certezza: è stato lui.

John Doe occupa sempre la parte sinistra del palco. È arrivato a Los Angeles da Baltimora inseguendo il sogno di una musica proletaria, una musica nata dal basso, fatta per tutti. Disgustosa o piacevole. Ma per tutti.

Sbarca il lunario con qualche lavoro saltuario e il resto del tempo frequenta il centro di arti letterarie del Beyond Baroque.

È qui che conosce Exene, lei viene dalla Florida, ha vent’anni e un’infanzia che le ha portato via la madre ma regalato una sorella che la invoglia a scrivere. Di qualunque cosa. Exene e John si spartiranno vita e arte per qualche anno, ma non lo sanno ancora. Mirielle Cervenka morirà invece la sera del 12 Aprile del 1980. mentre si reca in auto a sentire la sorella cantare al Whisky A-Go-Go.

Donald J. Bronebrake lo incontrano un po’ di tempo dopo al The Masque, appena dopo aver finito di distruggere la batteria degli Eyes durante l’ennesimo gig-massacro. Destinato dall’età di dodici anni alla carriera di musicista classico, era stato deviato dal punk a fare le cose peggiori, e aveva appreso bene.

È giovane, furioso e ha energia da vendere: è abbastanza.

D.J. diventa il quarto uomo, la quarta asticina di quella che sarà la lettera per antonomasia del punk americano tutto: X.

Los Angeles esce nel 1980, ed è un disco perfetto.  

Ha una brutalità accesa ma stemperata dall’approccio roots di Billy Zoom e canta di storie disperate, di fughe e di voglia di vomitare.

Di sesso, di abusi, di telefoni occupati e di musica che nessuno ascolta.

E ci sono soprattutto le due voci di John e Exene, incrociate come in un abbraccio.

Sotto di loro scorrono i Ramones e Chuck Berry, Lou Reed e i Dictators, i Doors e i Modern Lovers.

E tutt’intorno, solo bianco e nero.

Solo, una X che prende fuoco. Come se il Ku Klux Klan avesse finito la sua festa in maschera e abbandonato il posto del suo Carnevale. Le fiamme ci metteranno quattro anni per bruciarla, assieme all’amore tra John e Exene. Poi ci saranno solo dischi brutti (Ain’t Love Grand), mediocri (See How We Are) o trascurabili (hey, Zeus!), altri matrimoni falliti, dischi solisti, comparsate e il comunicato del 2 Giugno 2009 con cui Exene annuncia al mondo di essere affetta da sclerosi multipla. The days change at night / change in an instant.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE CLASH – Sandinista! (Columbia)

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Tre dischi, sei facciate.

Sandinista! si annuncia subito, sin dal formato, un gigante.

Prima di riuscire a guardarlo negli occhi dovrai faticare come Ercole.

E non è detto ci riuscirai.

Scommetto che c’è ancora chi non ce l’ha fatta dopo trenta anni.

E sono sicuro di vincere.

Nessun grande gruppo si era ancora spinto a tanto.

Non i Beatles e nemmeno i Rolling Stones.

Non i Led Zeppelin e neppure i Pink Floyd.

Una torre di Babele di vinile nero dentro cui scorrono tutte le lingue del mondo.

Un triplo imperfetto che sarebbe stato un doppio perfetto.

Si sa, lo si è già detto.

Mick Jones ha l’elmetto in copertina ma chi si aspetta un disco di mitragliate è la prima vittima. Chi odia Sandinista!, e saranno in tanti, lo fa da subito, dall’ attacco disco-funky di basso e batteria di The Magnificent Seven: i Clash hanno lasciato questo pianeta.

Sandinista! è un disco di musica nera suonata da bianchi.

Anzi, un disco di musica nera arrabbiata suonata da bianchi arrabbiati.

Non è nato per piacere ma per creare disgusto, per essere maltrattato.

Perché va bene sporcarsi con la musica dei rude boys, ma con la disco music, il soul di Phil Spector o la musica sudamericana è qualcosa che allora, nel 1980, nessun punk avrebbe loro perdonato.

E i punk sono ancora, in quel periodo, il loro pubblico.
Ma chi cazzo si credono di essere?”

E invece la domanda sarebbe dovuta essere “Dove vogliono portarci?”.

Nel quarto mondo che sarebbe arrivato e che allora veniva ancora nascosto e taciuto dal capitalismo occidentale. Ecco dove voleva portarci, e ci portò Sandinista!. Ecco perché ne proviamo ancora fastidio, come quando ci fanno vedere i bambini affamati all’ora di pranzo, nella pausa tra il nostro secondo di carne grassa e il dessert alla frutta tropicale.

Musicalmente qui dentro nascono e convivono gomito a gomito, ma questo nessuno poteva saperlo, sia i Big Audio Dynamite (The Leader, The Call Up) che i Mescaleros (Let’s Go Crazy, Version City). Del rock barricadero dei Clash resta poco se non l’urgenza di tracce come Up In Heaven, Somebody Get Murdered o della cover di Police on My Back.

I Clash giocano e si prendono in giro, divertendosi a far cantare la loro Career Opportunities a due bambini, affidando simbolicamente alla nuova generazione il messaggio lanciato dal loro primo album.

Sandinista! è questo e moltissimo altro ancora, per chi vuole ascoltare.

Vi obbliga a perdere parte del vostro tempo prezioso, a prendere posizione, anche nei suoi confronti.

O sei dentro, o stai fuori.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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