HÜSKER DÜ – Zen Arcade (SST)

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Si può girare il mondo seduti sul proprio giradischi.

Si può fare, perché io l’ho fatto.

E si può immaginare di prendere il mondo e lanciarlo come una palla da bowling.

Se hai sul piatto Zen Arcade puoi fare tutto.

Quarantacinque minuti di registrazione, ottanta minuti di lavoro totale per un disco che ne dura appena settanta.

Ottanta minuti per tirar su il Quadrophenia del punk.

Ottanta minuti che valgono una vita intera.

Un disco che ti entra dentro lo stomaco e ti fa esplodere la carne, come se ti avessero sparato nel fegato un proiettile ad espansione.

La devastante furia dell’hardcore sciolta nell’acido della psichedelia espansa degli anni Sessanta e il punk che, per la prima volta, sostituisce i vetri delle finestre con degli specchi, cominciando a guardarsi dentro.

Con uno sguardo non meno lucido e spietato.

Zen Arcade è lo snodo di tutto l’alternative rock americano, Hüsker Dü compresi.

Dopo la furia cieca dei primi lancinanti dischi e prima del pop rumoroso degli album della seconda metà degli anni Ottanta. E’ il giro di boa del decennio. Ed è una boa che ha il peso di una palla di cannone. Eppure tiene a galla, pure in questo mare in tempesta.

Un disco concettuale sul bisogno di trovare la propria identità sociale, culturale, affettiva e religiosa fuori dalle mura di casa.

Un film. Col suo inizio folgorante (Something I Learned Today) e i suoi lunghi titoli di coda (Reoccurring Dreams, ovvero la Tomorrow Never Knows dell’età hardcore, NdLYS). Tra l’uno e gli altri c’è una bella fetta di vita. E una bella fetta di musica: dai Fugs di Hare Krsna agli MC5 di Turn on the News, dai Black Flag di I‘ll Never Forget You ai Nobody‘s Children di Masochism World dai Germs di Indecision Time ai Byrds visti dai finestrini di un treno ad alta velocità di Chartered Trips.

Ci sono i Ramones e i Dead Kennedys, i Beatles e la psichedelia, il folk e la musica sperimentale, i Sonic Youth e lo speed metal.

E ci sono, ma ancora non lo sapevamo, i Pixies, i Nirvana e i Dinosaur Jr.

I pezzi non sono numerati ma solo indicati “a blocchi”, per ogni facciata.

Diventeranno ventitré titoli in colonna nella versione in cd.

Non una track list, ma una sequenza di ventitre fotogrammi.

Nessun singolo verrà pubblicato. La sua verginità non sarà intaccata.

Zen Arcade è la pagoda dove il vecchio punk va a morire e si trasforma in materia che plasma il mondo, in unguento di vita e saggezza, in sindone di malessere.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

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THE SMITHS – The Smiths (Rough Trade)

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Uno dei debutti più importanti della storia della musica moderna, da qualunque lato lo si guardi. E indipendentemente dal fatto che li si ami o li si odi.

E a prescindere da quello che hanno fatto dopo o da quanto li si consideri influenti per la storia della musica pop. Un debutto artisticamente più rilevante di quello dei Beatles o degli Stones, per dire. Anche se, ovvio, gli Smiths non furono ne’ i Beatles ne’ i Rolling Stones. Gli Smiths furono gli Smiths.

Non suonavano ne’ Chuck Berry ne’ Muddy Waters ma suonavano Oscar Wilde.

Suonavano di quel dolce dolore di chi è “mille miglia distante dal resto del mondo”.

Creando ad arte una non-immagine nell’epoca in cui l’immagine era tutto.

Sono gli anni Ottanta. Gli anni dei video, degli impianti laser, dei look esasperati, delle acconciature improbabili, dell’eyeliner e dei sintetizzatori, delle popstar dai nomi ridicoli. Gli anni degli ABC, dei Kajagoogoo, degli A Flock of Seagulls, dei Wang Chung, degli Wham!, dei Curiosity Killed the Cat, dei Duran Duran insomma.  

Loro scelgono di battezzarsi con un cognome anonimo, di non girare alcun video, di non apparire nemmeno sulle copertine dei dischi, di suonare vestiti di stracci, ostentando occhiali da vista e apparecchi acustici, alla bisogna.

Scelgono di dare spazio alla musica e alle parole. Tante. Tantissime parole.

Troppe, per quel decennio in cui imperversano alla radio e in tivù canzoni che parlano di vacanze a Rio, di feste in piscina e di amori di plastica e dove si è sempre in tanti. A far baldoria magari.

Nelle canzoni degli Smiths non si è mai in compagnia. Anche se non si è mai davvero da soli, in quella solitudine appagante delle anime in pace col mondo.

È una solitudine piena di rimpanti e rimorsi, di debiti mai del tutto saldati (“L’Inghilterra è mia e mi deve una vita” cantano su Still Ill mentre su I Don‘t Owe You Anything Morrissey incalza “io non ti devo nulla ma tu si che mi devi qualcosa, così ripagami adesso” o ancora “cosa abbiamo avuto in cambio di guai e dolore? Niente, solo una camera in affito a Whalley Range” su Miserable Lie).

Inoltre c’è questa ambiguità ostentata o allusiva a metà tra orgoglio gay e smanie pedofile che mette soggezione perché a differenza delle tante icone del nuovo gay movement di quegli anni (FGTH, Culture Club, Bronski Beat, Dead Or Alive, ecc.) non vuole shockare e scandalizzare e non vuole nemmeno farsi accettare.

È già stata metabolizzata, digerita, interiorizzata.

È già diventata racconto, ricordo, ferita.

E’ già un amore da raccontare, non desiderio di farsi accettare.

Le prime canzoni degli Smiths sono piene di queste immagini: This Charming Man, Reel Around the Fountain, You‘ve Got Everything Now così come la cover di I Want a Boy for My Birthday delle Cookies portata in studio per aggiungere qualcosa all’ancora esiguo repertorio autoctono lanciano petardi nella borsa dei ricordi colpevoli e nei bagagliai testimoni di innumerevoli amori illeciti.

E lasciano che tutto esploda in una deflagrazione appagante, in una bramosia, in una ingordigia e in uno struggimento emotivo e sessuale liberatorio.

Anche per questo The Smiths diventerà il secondo “gay-album di tutti i tempi” dietro solo a Ziggy Stardust di David Bowie.

Musicalmente The Smiths è ancora fragilissimo, scarno ed essenziale.

Johnny Marr stende morbidi tappeti di Rickenbacker memori della lezione di Roger McGuinn. È lui la sua influenza maggiore, ma non è l’unica.

C’è molto Bo Diddley e Marc Bolan, ci sono Richard Thompson, Nils Lofgren, George Harrison e Neil Young, solo che ancora non si sente. Si sente invece chiaro qualche furtarello come quello ai danni di James Taylor (Reel Around the Fountain) e della Kimberly di Patti Smith (The Hand That Rocks the Cradle). Però Marr ha un tocco magico, completamente suo. Ha talento, ha stile. Usa accordi pieni di seste, settime e add9. A volte, forse, non sa nemmeno lui cosa stia suonando.

Ma qualunque cosa sia, sotto le sue dita suona come una sinfonia di campane.

Dondola, la musica degli Smiths. Come la culla di The Hand That Rocks the Cradle, mentre Morrissey stende le sue rime dolorose declamate con quel fastidioso tono nasale e qualche falsetto di troppo. Ma i due non hanno ancora trovato la simbiosi perfetta che raggiungeranno con l’aiuto di qualche artifizio tecnico (come quello di variare la tonalità della stragrande maggioranza dei pezzi, ad esempio). The Smiths suona per questo ancora fuori fuoco, malgrado la sostituzione di Troy Tate in favore di John Porter alla produzione abbia già di per sé giovato alla focalizzazione del sound della band di Manchester.

Lo strazio dell’adolescenza inquieta e tormentata percorre tutte le tracce del disco, ad eccezione di una: gli Smiths la mettono in chiusura dell’album, con un cambio di prospettiva atipica nella narrativa smithsiana lasciando il campo ad un agghiacciante fatto di cronaca archiviato negli anni Sessanta come “gli omicidi delle brughiere” e che ha colpito l’immaginario di Morrissey leggendone sul saggio scritto da Emlyn Williams che descrive con agghiacciante dettagli i feroci assassini di cui furono vittime cinque ragazzini della sua città. Il pezzo suscita inizialmente le ire dei parenti delle vittime citate per nome nel testo del brano.

Poi la diffidenza lascia il posto alla fiducia, quindi alla stima.

E anche per loro Morrissey diventa l’ultimo poeta del XX Secolo.

A lui saranno affidate presto le pagine dei diari di tutti i timidi del mondo che, attraverso l’autocommiserazione di massa, si riscoprono per la prima volta “gruppo”. La musica degli Smiths diventa da subito una bottiglia gettata al largo nell’oceano dell’intolleranza.

Ogni volta che qualcuno la raccoglie, ci infila dentro il suo biglietto.

Ogni biglietto, un tormento. Ogni tormento, una canzone degli Smiths.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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R.E.M. – Lifes Rich Pageant (I.R.S.)

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Che sarebbero diventati grandi erano in molti a dirlo. Un po’ di meno a crederci veramente. Finchè…

Finchè Lifes Rich Pageant non arriva a stravolgere la prospettiva della band di Athens.

Se fino a quel momento i R.E.M. erano una band di cui prendersi cura, un tenero cucciolo da preservare dai morsi delle belve incattivite che girano per le strade, un fragilissimo vaso cinese da tenere chiuso in bacheca, nell’angolo nascosto della nostra cameretta, da Lifes Rich Pageant in avanti saranno loro a prendersi cura di noi.

I R.E.M. diventano una band con cui sentirsi al sicuro.

Le sottili malinconie che avvolgevano Fables of the Reconstruction vengono allontanate con la scelta di un produttore di robusto e classico rock americano come Don Gehman, braccio destro di John Cougar Mellencamp sin dal 1980.

E Don dà al disco quello che i quattro cercano.

Soprattutto un suono di batteria asciutto, epurato da ogni scoria new-wave.

Lo si avverte sin dall’iniziale Begin the Begin, unico pezzo a stare esattamente dove indica la scaletta riportata sul retro copertina e ancora meglio sulla successiva These Days, dove il suono diventa incalzante come mai prima d’ora, ma ricco di piccolissimi particolari e di spettacolari cori e controcanti.

Nessuno canta come Michael Stipe in quegli anni, è vero.

E nessuno canta come Mike Mills.

Ma il tono del disco, oltre che musicalmente arrabbiato, è anche apertamente polemico, sfacciatamente politico e percorso da una forte identità ambientalista.

E, strano a dirsi, lo è ancor più nei pezzi meno nervosi, quelli percorsi da dolcissime e apparentemente confortanti maglie chitarristiche di estrazione folk: le piogge acide che cadono su Fall On Me, il fiume di veleno che scorre su Cuyahoga, le Amanita che coprono le tombe delle vittime del regime americano su The Flowers of Guatemala.

Ma i R.E.M. sono anche una band cui piace ridere. Sono ancora trentenni e amano le barzellette. Alcune le mettono sulle B-sides dei loro 45 giri. Ma non disdegnano di metterne qualcuna anche dentro un disco serio come Lifes Rich Pageant, anche se a chiusura di facciata.

Una si intitola Underneath the Bunker. Un tango greco per chitarra surf e megafono degno delle migliori idiozie dei Camper Van Beethoven.

L’altra è una cover. Un’altra abitudine da band di cantina che loro assecondano quando si tratta di riempire la facciata B di un singolo e che per la prima volta adottano per un disco “serio”. Si tratta di un vecchio pezzo dei Clique che Peter Buck scova tra i 45 giri di musica sixties che ama collezionare.

Stanno messe là, quasi a voler disinnescare la miccia accesa da pezzi inarrivabili come I Believe, Hyeana, Just a Touch colorate via via da un banjo, da un piano, da un organo quasi garage.

Una fisarmonica colora invece il ricamo acustico di Swan Swan H ricalcato sulla Working Class Hero di John Lennon e sistemato anch’essa quasi in chiusura.

Verrà dimenticata per un bel po’ di anni, finchè non si deciderà che quello era il modello di country nero su cui impostare un intero album che verrà intitolato Automatic for the People.

Lifes Rich Pageant disegna il primo vertice nella linea discontinua del diagramma della discografia R.E.M. e chi c’era se ne accorse subito, avvertendo pure con crescente ansia la consapevolezza che presto avrebbe dovuto condividere quel segreto con sempre più gente.

Avremmo dovuto aprire quella dannata bacheca.

Avremmo dovuto lasciare quel cucciolo incustodito, fuori dal suo recinto.

Non  avremmo più potuto sperare di portarlo a spasso senza che nessuno se ne accorgesse.

 

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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