THE SMITHS – The Smiths (Rough Trade)

Uno dei debutti più importanti della storia della musica moderna, da qualunque lato lo si guardi. E indipendentemente dal fatto che li si ami o li si odi.

E a prescindere da quello che hanno fatto dopo o da quanto li si consideri influenti per la storia della musica pop. Un debutto artisticamente più rilevante di quello dei Beatles o degli Stones, per dire. Anche se, ovvio, gli Smiths non furono ne’ i Beatles ne’ i Rolling Stones. Gli Smiths furono gli Smiths.

Non suonavano ne’ Chuck Berry ne’ Muddy Waters ma suonavano Oscar Wilde.

Suonavano di quel dolce dolore di chi è “mille miglia distante dal resto del mondo”.

Creando ad arte una non-immagine nell’epoca in cui l’immagine era tutto.

Sono gli anni Ottanta. Gli anni dei video, degli impianti laser, dei look esasperati, delle acconciature improbabili, dell’eyeliner e dei sintetizzatori, delle popstar dai nomi ridicoli. Gli anni degli ABC, dei Kajagoogoo, degli A Flock of Seagulls, dei Wang Chung, degli Wham!, dei Curiosity Killed the Cat, dei Duran Duran insomma.  

Loro scelgono di battezzarsi con un cognome anonimo, di non girare alcun video, di non apparire nemmeno sulle copertine dei dischi, di suonare vestiti di stracci, ostentando occhiali da vista e apparecchi acustici, alla bisogna.

Scelgono di dare spazio alla musica e alle parole. Tante. Tantissime parole.

Troppe, per quel decennio in cui imperversano alla radio e in tivù canzoni che parlano di vacanze a Rio, di feste in piscina e di amori di plastica e dove si è sempre in tanti. A far baldoria magari.

Nelle canzoni degli Smiths non si è mai in compagnia. Anche se non si è mai davvero da soli, in quella solitudine appagante delle anime in pace col mondo.

È una solitudine piena di rimpanti e rimorsi, di debiti mai del tutto saldati (“L’Inghilterra è mia e mi deve una vita” cantano su Still Ill mentre su I Don‘t Owe You Anything Morrissey incalza “io non ti devo nulla ma tu si che mi devi qualcosa, così ripagami adesso” o ancora “cosa abbiamo avuto in cambio di guai e dolore? Niente, solo una camera in affito a Whalley Range” su Miserable Lie).

Inoltre c’è questa ambiguità ostentata o allusiva a metà tra orgoglio gay e smanie pedofile che mette soggezione perché a differenza delle tante icone del nuovo gay movement di quegli anni (FGTH, Culture Club, Bronski Beat, Dead Or Alive, ecc.) non vuole shockare e scandalizzare e non vuole nemmeno farsi accettare.

È già stata metabolizzata, digerita, interiorizzata.

È già diventata racconto, ricordo, ferita.

E’ già un amore da raccontare, non desiderio di farsi accettare.

Le prime canzoni degli Smiths sono piene di queste immagini: This Charming Man, Reel Around the Fountain, You‘ve Got Everything Now così come la cover di I Want a Boy for My Birthday delle Cookies portata in studio per aggiungere qualcosa all’ancora esiguo repertorio autoctono lanciano petardi nella borsa dei ricordi colpevoli e nei bagagliai testimoni di innumerevoli amori illeciti.

E lasciano che tutto esploda in una deflagrazione appagante, in una bramosia, in una ingordigia e in uno struggimento emotivo e sessuale liberatorio.

Anche per questo The Smiths diventerà il secondo “gay-album di tutti i tempi” dietro solo a Ziggy Stardust di David Bowie.

Musicalmente The Smiths è ancora fragilissimo, scarno ed essenziale.

Johnny Marr stende morbidi tappeti di Rickenbacker memori della lezione di Roger McGuinn. È lui la sua influenza maggiore, ma non è l’unica.

C’è molto Bo Diddley e Marc Bolan, ci sono Richard Thompson, Nils Lofgren, George Harrison e Neil Young, solo che ancora non si sente. Si sente invece chiaro qualche furtarello come quello ai danni di James Taylor (Reel Around the Fountain) e della Kimberly di Patti Smith (The Hand That Rocks the Cradle). Però Marr ha un tocco magico, completamente suo. Ha talento, ha stile. Usa accordi pieni di seste, settime e add9. A volte, forse, non sa nemmeno lui cosa stia suonando.

Ma qualunque cosa sia, sotto le sue dita suona come una sinfonia di campane.

Dondola, la musica degli Smiths. Come la culla di The Hand That Rocks the Cradle, mentre Morrissey stende le sue rime dolorose declamate con quel fastidioso tono nasale e qualche falsetto di troppo. Ma i due non hanno ancora trovato la simbiosi perfetta che raggiungeranno con l’aiuto di qualche artifizio tecnico (come quello di variare la tonalità della stragrande maggioranza dei pezzi, ad esempio). The Smiths suona per questo ancora fuori fuoco, malgrado la sostituzione di Troy Tate in favore di John Porter alla produzione abbia già di per sé giovato alla focalizzazione del sound della band di Manchester.

Lo strazio dell’adolescenza inquieta e tormentata percorre tutte le tracce del disco, ad eccezione di una: gli Smiths la mettono in chiusura dell’album, con un cambio di prospettiva atipica nella narrativa smithsiana lasciando il campo ad un agghiacciante fatto di cronaca archiviato negli anni Sessanta come “gli omicidi delle brughiere” e che ha colpito l’immaginario di Morrissey leggendone sul saggio scritto da Emlyn Williams che descrive con agghiacciante dettagli i feroci assassini di cui furono vittime cinque ragazzini della sua città. Il pezzo suscita inizialmente le ire dei parenti delle vittime citate per nome nel testo del brano.

Poi la diffidenza lascia il posto alla fiducia, quindi alla stima.

E anche per loro Morrissey diventa l’ultimo poeta del XX Secolo.

A lui saranno affidate presto le pagine dei diari di tutti i timidi del mondo che, attraverso l’autocommiserazione di massa, si riscoprono per la prima volta “gruppo”. La musica degli Smiths diventa da subito una bottiglia gettata al largo nell’oceano dell’intolleranza.

Ogni volta che qualcuno la raccoglie, ci infila dentro il suo biglietto.

Ogni biglietto, un tormento. Ogni tormento, una canzone degli Smiths.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

the-smiths-cover

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