THE JESUS AND MARY CHAIN – Psychocandy (Blanco Y Negro)

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C’erano stati i Velvet Underground, ma io non c’ero ancora.

E poi erano venuti i Sex Pistols. Li avevo visti in tivù e mi avevano sconcertato.

Ma avevo sette anni e nessuna voglia di sommossa.

Poi era arrivato Psychocandy, a sfasciare i miei quindici anni.

Era la “mia” rivoluzione. Ed era la più rumorosa di tutte.

I Jesus and Mary Chain erano un gruppo morboso, allora.

Strafottente fino a farti incazzare.

Incapaci più dei Germs.

Scuri anche quando accendevano tutte quelle cazzo di luci bianco elettrico.

Erano Da Vinci messo davanti a un blocco di marmo di innocua musichetta pop per ragazzini insolenti. Loro tiravano il filo d’avviamento dei loro smerigliatori  e alzavano polvere elettrica. Ed era la cosa più fica un’indie band potesse fare allora.

Ascoltavi In a Hole, Never Understand, Inside Me, It’s Hard e ti credevi il custode del destino della musica pop. Era come sfondare a calci la porta dei vicini ed entrare con il mitra spianato. Un’Arancia Meccanica portatile.

Poi cresci e non ti fa più paura.

Un po’ perché il mondo è diventato veramente più rumoroso, adeguandosi a quel fischio da Cassandra Crossing.

Un po’ perché ti abitui anche alle crudeltà, e hai bisogno di nuove atrocità che ti tengano sveglio la notte.

Però Psychocandy aveva questa perversione tutta adolescenziale che mischia dolcezza e voglia di far male. È come la prima volta che fai l’amore. Non riesci a calibrare bene tenerezza e violenza e finisci per disattendere il bisogno di entrambe le cose. Poi impari. Ma ti mancherà per sempre il piacere della scoperta, del primo sospiro di piacere regalato alla troposfera in tuo onore.

Psychocandy invece celebra quel momento irripetibile. E lo celebra per chi riesce a viverlo. Non per chi lo va a cercare dopo averlo sprecato.

È un disco-parassita. Attaccato agli arbusti del rock degli anni Ottanta come una colonia di funghi pleurotus. Una muffa coriacea e rigogliosa.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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FUZZTONES – Preaching to the Perverted (Stag-O-Lee)

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Non vi affannate a trovare la refurtiva, che qualche indizio ve lo do io:

Maid of Sugar, Maid of Spice di Mouse & The Traps dentro This Game Called Girl, Dirt degli Stooges dentro Old, Black Lightning Light degli Shy Guys dentro Invisible, She Comes In Colour dei Love dentro Bound to Please, i Doors accucciati dentro Don‘t Speak Ill of the Dead e i Music Machine dentro Between the Lines e Launching Sanity‘s Dice (non a caso i pezzi scritti da Lana Loveland, da dieci anni organista dentro la Boniwell Music Machine, NdLYS).

Non ci si scandalizzi e non ci si stupisca: i Fuzztones sono un gruppo che ricicla il passato, anche il proprio (Braindrops riecheggia un po’ ovunque in questi nuovi dodici pezzi) da anni. Jerry Lee Lewis lo fa dal doppio di anni e nessuno gli ha mai chiesto di cambiare, dunque perché accanirsi sulla band di Rudi? Preaching to the Perverted, al di là dei flashbacks e delle citazioni di cui vi dicevo, abiura per un attimo la fede nella cover version e si compone di materiale autoctono, seppure imbevuto nella benzina con cui il vecchio Rudi fa i gargarismi da sei decenni.

Il suono non è più quello esplosivo degli esordi, come è pure ovvio che sia, ma rimane permeato da quella patina sinistra che lo ha reso sempre criptico e affascinante (My Black Cloud, Invisible, Lust Pavillon e la mia preferita Flirt Hurt & Desert) indugiando nell’immaginario da cartoon horror tanto caro alla band e ai suoi fedeli. Preaching to the Perverted non ci regala pezzi memorabili, è vero.

Però rimane fedele alla linea estetica dei Fuzztones, alla loro psichedelia ammantata di un velo purpureo e al loro garage rock che si rifiuta di crescere.

Rudi mi disse un giorno: “continuo a fare rock ‘n roll perché è l’unica cosa che so fare”. E io continuo a credergli. Voi fate come vi pare.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 


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THE MORLOCKS – Play Chess (Popantipop)

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La premessa è questa: i Morlocks sono la miglior rock ‘n roll del Pianeta Terra.
Il che può leggersi in maniera ambivalente.
Ovvero: siccome puzzano di sperma e sudore come pochi altri, possono fare qualsiasi cosa che abbia sette note al suo interno.
E a volte, lo sapete, ne bastano tre.
Però, visti i presupposti, è anche lecito aspettarsi da loro un disco che spacchi il culo. Che superi in corsa le centinaia di garage bands che strizzano la spugna del rock ‘n roll degli anni Sessanta e Settanta e che, una volta sorpassate, mostri loro il sedere, come facevamo sui pullman durante le gite del quinto.
Easy Listening, tre anni fa, era quel disco lì. Sfacciato, arrogante e presuntuoso.
I vecchi monarchi erano tornati per far paura al popolo, e c’erano riusciti.
Il nuovo disco però funziona solo parzialmente. Innanzitutto perché è un disco di cover e per una band che aveva dimostrato di saper scrivere ancora cose come Dirty Red o Till the Wheels Fall Off è già una piccola crepa.
E poi anche perché certe bacchettonate alla Ramones come Promised Land o Back in the USA non convincono mai. Non quando si parla dei Morlocks.
Certo, quando lo metti sul piatto, con quella rasoiata di armonica che introduce
I’m a Man, tutto il mondo può sbriciolarsi là fuori e non potrebbe fregartene di meno. Poi arriva la voce di Leighton e il brivido è inevitabile, perché è una delle poche cose che ancora ci riappacifica col nostro mondo rock debosciato e dissoluto.
E quando lui apre le fauci, molta gente farebbe bene a cercare un riparo.
Il meglio arriva sempre quando la band prova a suonare come una versione arrapata della Butterfield Blues Band, che da decenni sembra ossessionare Leighton almeno quanto le bands di teppistelli dell’era-Pebbles. Succede in Feel So Bad o You Can‘t Sit Down, ad esempio, dove si materializzano le natiche di Betty Page morse dalla tarantola.
Oppure quando i Morlocks spogliano il blues dai suoi abiti tradizionali, lo trascinano nel loro vicolo lercio dietro il garage dove da ragazzini fa provavano i pezzi di Elois, Banshees o degli Esquires e qui abusano della sua carne, come capita nell’uno-due di Help Me/ Killing Floor. Il resto, comprese le ennesime covers di Boom Boom o Who Do You Love, sono un esercizio di stile, un sonetto da stilnovisti appena sporcato da qualche sbavatura di inchiostro. Non fosse che Leighton resta il migliore della classe quando si tratta di esporre in cattedra, sarebbe facile distrarsi sbirciando le calze della prof, tanto per mantenere l’erezione.

Franco “Lys” Dimauro

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THE MAHARAJAS – Unrelated Statements (Low Impact)

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Jens Lindberg è un personaggio che ha attraversato tutta la storia del neogarage svedese senza perdere un briciolo del suo entusiasmo e trasformando in stile quello che era prima puro, brutale istinto teen. Eppure, malgrado sia stato coinvolto in venti anni di belle storie e scappatelle, il nuovo, secondo album dei Maharajas credo possa essere considerato per lui un passo cruciale. E lo è invece CERTAMENTE per la musica di matrice sixties. Unrelated Statements è infatti il disco del ritrovato vigore per Jens che qualche anno fa aveva abbandonato i Maggots perché stanco del rock ‘n roll rumoroso, totalmente invaghito di un suono più moody, screziato di malinconie folk rock e di beat dall’impronta Mersey. E H-Minor, il disco dello scorso anno, era fin dal titolo una celebrazione della dimensione più malinconica, mesta, intimista del suono anni ’60. Un disco particolarissimo, figlio di un suono raffinato e per palati fini. Questo nuovo albo è invece un disco molto più “bilanciato”. Se infatti rimane certamente traccia di quel suono un po’ malinconico che tanto ha affascinato Jens negli ultimi anni (Dead, Taste of Tears, Nice Guys Finish Last), ad esplodergli accanto sono alcune delle più belle garage songs dell’ultimo decennio: Medication, Please Leave a Message, Maggot Mocker, You for President, I Won‘t Die. Jens ha lasciato quindi che venissero fuori le due facce (ma andiamo per macrosistemi, perché a ben vedere le sfaccettature sono molto più complesse e basterebbe ascoltare qui pezzi come Alright! o Papas Dead per sincerarsene; NdLYS) della sua scrittura senza scartare nulla e a tirar fuori assieme ai suoi fidi compari un disco intrinsicamente sixties, nella forma e nel contenuto. Bravi Maharajas!

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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