HÜSKER DÜ – Warehouse: Songs and Stories (Warner Bros.)

Il rock alternativo americano degli anni Ottanta è un tavolo che si regge su quattro gambe: Sonic Youth, Pixies, R.E.M. e Hüsker Dü.

Provate a tagliarne uno e vi crollerà addosso buona parte di quello che fu l’indie-rock di venti anni fa.

Warehouse aveva le colonne anche sulla copertina. E ho detto tutto.

Che bella storia quella degli Hüskers.

Che grande, bella, fottuta storia.

Un chitarrista con la faccia da bombolone alla crema di arachidi, un batterista coi capelli unti come quelli di un hippie, un bassista con dei baffi da camionista messicano che saltano in groppa ad un selvaggio Mustang che sputa vapore dalle narici e polvere da sotto gli zoccoli e finiscono per addomesticarlo senza sbalzare dalla sella, addolcendolo un po’ alla volta.

Una storia cominciata a sputi in faccia e finita a sputi in faccia.

Prima sul pubblico, poi tra di loro.

In quattro anni e cinque dischi (dei quali due doppi, NdLYS) gli Hüsker Dü hanno cambiato la faccia del punk. Lo hanno riempito di schiuma da barba, lo hanno rasato e quando alla fine lo hanno messo davanti allo specchio non era più lui.

La rivoluzione comincia a casa. Preferibilmente davanti allo specchio del bagno.

Proprio così.

Ma quando esce Warehouse, la rivoluzione degli Hüsker Dü è finita.

E loro ne sono usciti comunque vincitori.

Hanno ridefinito le coordinate del suono punk e sono stati i primi figli di puttana della scena indipendente a varcare la porta di una major, venire accolti dalla receptionist in calze a 8 den e dal pappone di turno che ti offre un sigaro cubano.

Anzi, tre.

Qualcuno li odierà per questo. Qualcuno ci scriverà pure un’orribile canzone (Middle dei Fifteen, NdLYS) che tutta intera non vale un solo accordo della chitarra di Mould.

Per la Warner incidono due dischi che sono il preludio alla fine. E anche alla tragedia: le tensioni tra Bob Mould e Grant Hart sono diventate insanabili, acuite dall’uso smoderato di eroina e del metadone che Grant usa nelle pause tra una pera e l’altra. Non sono gli unici ad avvertire la pressione. Dietro di loro c’è il loro manager che cerca di ricucire ciò che ricucibile non è: Warehouse esce a Gennaio del 1987, il 7 Febbraio David Savoy completa le ultime piccole cose perché i ragazzi non abbiano problemi durante il tour, contatta gli agenti, i locali, gli alberghi.

Fa una telefonata ai ragazzi per augurare loro un “in bocca al lupo”.

Scende le scale, prende la macchina, accosta. E salta già da un ponte mentre i ragazzi preparano i bagagli per l’ultima tournèe.

Warehouse: Songs and Stories, testamento della loro bruciante avventura, è un album disgiunto. Anche senza farsi suggestionare da quello che succede negli equilibri della band, perché tutti i dischi degli Hüsker Dü vivono di questa dicotomia, di queste due facce che sono gli identikit di Mould e di Hart.

Il primo scrive robuste ballate power pop inzuppate nel rumore, anthemiche ed amare. Scrive quasi sempre al passato.

Hart ha una scrittura meno incisiva, più complessa, dissonante ma con meno artigli.

Non scrivono insieme, mai. Non solo non riescono, ma non sopportano l’idea che qualcuno possa modificare le idee dell’altro.

Si dividono le quote su ogni disco, come fossero porzioni della loro stessa vita.

Non sono una band, eppure sono la band più perfetta del mondo.

C’é un’ostilità montante ma creativa.

Mould e Hart scrivono canzoni perfette.

Ma non sono Lennon/McCartney, ne’ Jagger/Richards, ne’ Strummer/Jones.

Sono Bob Mould e Grant Hart. Due animali che condividono lo stesso fienile.

E adesso, davvero per l’ultima volta.

Mould non sbaglia un colpo. È sua la “metà” che pesa di più, e non solo per le banali questioni di percentuali che Grant Hart chiamerà ripetutamente a sua difesa.

These Important Years, Standing in the Rain, Ice Cold Ice, Could You Be the One?, Visionary, Bed of Nails. Se ci avete rinunciato, vi siete negati una bella porzione di canzoni da poter cantare con le lacrime agli occhi sotto una pioggia di rumore.

In compenso, scommetto, vi siete fatti abbindolare da qualche abile venditore senza scrupoli che vi ha venduto l’emo-core come il punk dell’anima. Senza accorgervi che nelle sue bocce di merda d’autore non c’era ne’ il primo ne’ il secondo.

I pezzi di Grant, come da tradizione, sono più sgranati, hanno un guscio più molle ma spendono in zuccheri quello che il compagno invece sborsa in vitamine, dalle campanelline che risuonano lungo Charity, Chastity, Prudence and Hope e She Floated Away al pop alla Buddy Holly di Actual Condition ai passi marziali di You‘re a Soldier e Tell You Why Tomorrow. Sono due anime scollate, come sempre.

Che però stanno ancora lì, in quella casa burrascosa e nemica ad entrambi.

Come una coppia di separati in casa. Non un doppio album, ma un album doppio.

Dentro, c’é tutto il disincanto di chi è cresciuto con certezze che cominciano a crollare una dopo l’altra, facendoti il vuoto attorno e seppellendoti di macerie.

Niente è per sempre, neanche la tua band del cuore. Effimera e precaria proprio quando tu la credevi essere lì per sempre. Magari solo per te.

Le colonne doriche della bottega degli Hüskers si sbricioleranno di lì a poco.

E io non riesco ancora a liberarmi dalle sue rovine.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro


Husker%20Du%20-%20Warehouse%20Songs%20and%20Stories%20-%20Front

One thought on “HÜSKER DÜ – Warehouse: Songs and Stories (Warner Bros.)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...