VIOLENT FEMMES – The Blind Leading the Naked (Slash)

Ok, ok. The Blind Leading the Naked è un disco zoppo, malgrado siano in tanti a sorreggerlo. Forse addirittura in troppi.

Da Jerry Harrison dei Talking Heads a Fred Frith, da Steve Mackay degli Stooges a Leo Kottke.

Tutti al servizio della band che più di ogni altra aveva segnato la rinascita del suono delle radici senza suonare come delle scimmie replicanti ma come dei bastardi con poco o niente da perdere. Strapazzandone le fronde fino a vederne incrinare i rami.

Raccogliendo il plauso di Ornette Coleman e di altri musicisti colti così come la riverenza dei soliti idioti che gestivano le case del disco. Gente che non era nemmeno in grado di distinguere il suono di un banjo da quello di un piano e di stringere la mano a Ritchie chiamandolo Gordon. Oppure di salvare la vita a una donna persa nelle selve della Foresta Amazzonica con la forza di una canzone.

Ma con Blind qualcosa comincia a cambiare.

Tutti vogliono metterci il dito, finendo per imporre tutte e due le mani.

Il risultato sono delle Violent Femmes che non suonano più come le Violent Femmes ma come un’orchestra dal repertorio variegato come una coppa di gelato Sammontana. E’ il primo passo verso la banalizzazione del suono che produrrà dischi ignobili come Rock!!! o appena sopra la sufficienza come New Times o Freak Magnet e modesti tentativi di ritrovare la strada perduta su album come 3, Why Do Birds Sing? o il live acustico Viva Wisconsin.

Ma ciò nonostante resta, per me, un grande disco.

Una scorta di canzoni da infilare nel mangianastri dell’auto (questo era il suo destino, all’epoca, NdLYS) e macinare chilometri cantando come una mondina con le chiappe ad angolo retto.

L’ossessione di Gordon Gano rivelata sin dal titolo (una parafrasi di un celebre passo dei Vangeli di Luca e Matteo) per i temi cristiani continua a trascinare le sorti del gruppo verso la deriva provocando la rottura con Brian Ritchie ma serve da ispirazione per alcune tracce-chiave come il caldo gospel sporco di R ‘n B di Faith e l’invocazione di No Killing, musicalmente vicinissima alla struttura di Never Tell e diventata immediatamente una delle canzoni più amate dal pubblico delle Femmes, nessuno escluso. Dal canto suo Brian fa breccia con le frasi cotte nel veleno e asciugate nel disincanto come “Cristo piange fuori dalla porta della tua Chiesa. Non lasciarlo entrare, o ti sporcherà il pavimento” o “siamo diventati quello che volevamo? Tu vai pure per la tua strada. Io continuerò ad amare me stesso più di prima” stese sul boogie-rock di Love & Me Make Three.

Ma è quando la religione diventa beffa e attacco politico che Gordon Gano concede il meglio di sé, come nell’attacco folk-core di Old Mother Reagan che introduce al disco e che sputa una frase come “La vecchia madre di Reagan morì e andò in paradiso. Ma venne fermata all’ingresso dei cancelli perlacei”.

I trenta secondi più importanti dell’indie rock americano degli anni Ottanta sputati fuori ora che i Minor Threat avevano sgombrato il campo e i Replacements erano morti della stessa morte della gente che odiavano.

Il gospel al testosterone torna ad esplodere nell’incalzante I Held Her in My Arms, scoppiettante canzone d’amore figlia di un Belushi sotto anfetamina.

Heartache, Special e Breakin’ Hearts sono altre canzoni eccellenti ma ammazzate dalla produzione di Harrison che sacrifica la natura sghemba del trio di Milwaukee in favore di un rockettino sempre un po’ strampalato ma più canonico, pulito, innocuo.

Candlelight Song è una ballata dall’incedere cupo e minaccioso in cui uno scacciapensieri e delle congas sembrano seppellite assieme alla bambola di cui Gano canta con sfatto e consumato cinismo.

L’amore mai celato per le ballate di Lou Reed riemerge su Good Friend e soprattutto sulla brevissima cantilena di Two People che chiude idealmente il trittico inaugurato da Good Feelings sul disco omonimo e seguito con la I Know It‘s True But I‘m Sorry to Say di Hallowed Ground. Il peggio arriva quando la band si cimenta con ciò che, per attitudine e diritti ASCAP, non le appartiene. Ovvero la rimasticatura di una vecchia Big Babol dei T. Rex come Children of the Revolution.

Fu il bauletto che allora svelò a molti il genio di Marc Bolan.

Ma avrei preferito che fossero stati i Bauhaus a continuare ad occuparsi della faccenda, piuttosto che loro.

Due anni dopo le Femmes sarebbero tornati con un disco intitolato 3.

Era il quarto della loro discografia.

Ma si erano accorti, invano, che i conti non tornavano.

Come i vent’anni, del resto.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

The_Blind_Leading_The_Naked

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