THE CURE – Faith (Fiction)

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Poche, decise, angoscianti note di basso.

E quando, al rintocco di campana che introduce la batteria, ti accorgi che difficilmente uscirai vivo da quel mulinello di acque blu petrolio è già troppo tardi: sei sprofondato in quel pozzo angoscioso che è la musica dei Cure del biennio 1981/1982.

Se Seventeen Seconds, a un passo dalla balbuzie adolescenziale di Boys Don‘t Cry lasciava presagire una svolta dai toni decadenti, nessuno si aspettava che ergessero una cattedrale gotica come quella di Faith, versione dark e romantica del Back in Black degli ACϟDC uscito l’anno precedente.

Anche là delle campane a morto, per celebrare l’ingresso all’Inferno di Bon Scott.

Quelle che invece qui risuonano fino all’ultimo secondo di The Holy Hour accompagnano l’ultimo viaggio di Ian Curtis.

Un’assenza che pesa come un macigno sulla produzione inglese di quegli anni e che in tanti sentono di dover esorcizzare.

New Order, U2, Josef K, Orchestral Manoeuvres in the Dark, Durutti Column.

Ma i Cure superano tutti.

I Cure prendono l’helter skelter per il nulla assieme a Ian.

Perché è così che suona The Holy Hour, con quel suono liquido di chitarra che Robert ha iniziato a sperimentare, la batteria asciutta, meccanica, quel giro di basso che è un collasso del miocardio: una scivola vorticosa e lunghissima che tutti percorrono una sola volta, e senza divertirsi granchè.

Ma non è l’unica canzone che i Cure scrivono con il ricordo di Ian impresso come uno stampo a caldo.

Primary, il pezzo che la segue, nasce ancora prima, col titolo sperimentale di Cold Colours, proprio come omaggio a Ian.

Ma è solo ora che diventa il colosso che è rimasto. I Cure in comune accordo con l’etichetta la scelgono come singolo e la portano in giro per il mondo, fino all’Australia. Qui Il 16 Agosto sono ospiti di Countdown, sulla rete ABC.

Devono suonare in playback. E Gallup se ne esce fuori con l’idea di allentare le corde del basso simulando con le dita un’immersione dentro uno stagno piuttosto che una coerente mimica da bass-player.

Anche su disco Simon è al massimo della forma. Ha un ego fortissimo, capace di non piegarsi al carisma di Robert Smith e un basso a sei corde che spesso sostituisce del tutto la sei corde del leader.

All Cats Are Grey e soprattutto The Funeral Party sono ballate plumbee e incolori, distese glaciali dove la lentezza sembra veicolata da un’astenia parossistica certamente memore dei mari artici dei Joy Division di The Eternal.  

Un’angoscia che torna prepotente sulle ultime due lunghe ed esanimi tracce del disco dove l’acqua torna alta e minacciosa, ad occluderti le vie respiratorie.

Faith, come il disco che lo seguirà, è una scatola vuota dove è rimasta solo qualche piccolissima molecola di ossigeno.

Ti costringe all’apnea e allo stordimento.

È il prezzo da pagare per uscirne fuori vivo.

Di certo non felice, ma vivo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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ALABAMA SHAKES – Boys & Girls (ATO)

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Aretha Franklin può dormire sonni tranquilli. E la Winehouse (i cui fan potrebbero facilmente andare in eiaculazione precoce per le moine di Rise to the Sun, NdLYS) può continuare tranquillamente a scolarsi il suo Gilbey‘s Gin con la Joplin.

Brittany Howard non è quel che si dice. E non credo abbia la pretesa di esserlo.

Questo per mettere un po’ a tacere le dicerie e smorzare le aspettative che finiscono più per nuocere che per giovare all’album di debutto degli Alabama Shakes, gli autori di tormento(ni) come Hold On e Hang Loose che impazzano su tutte le radio. Una band onestissima che ha il dono prezioso di non strafare, con un suono misurato e vintage che a me piace tanto. Quello stesso suono che su singolo ha sempre funzionato parecchio bene ma che non regge sull’asfalto lungo finendo, lungo la corsa di Boys & Girls, per obbligare alla sosta in autogrill. O in motel, se preferite.

Un “fenomeno” non proprio fenomenale insomma, ma che ha messo su un album carino, ammuffito quel tanto che basta per produrre l’autosuggestione di star ascoltando il disco giusto. Archeologico e retrò come le produzioni della Daptone insomma ma anche un po’ annoiato e sordinato come certo indie rock che spopola in questo decennio catatonico (e non solo musicalmente parlando). Cosa che probabilmente ha influito, tanto quanto le attenzioni di Jack White, Adele e Russell Crowe e il battage promozionale, sulla popolarità del gruppo americano.

Un po’ come accadde per Frank di Amy Winehouse, Boys & Girls non scioglie tutte le riserve e non fa azzardare previsioni: potrebbero diventare una band di successo o tornare nell’anonimato nel giro di un paio di anni.

Io auguro loro la prima. Che di sentire solo la Nannini in radio ne ho piene non solo le orecchie.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro   

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PENNY IKINGER – Electra (Career) / ANGIE PEPPER – Res Ipsa Loquitor (Career)

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Penny Ikinger è un bel pezzo di chitarrista venuta su nella Sydney post-Birdman, un gran bell’impasto di eyeliner e smalti color amianto che ha messo la sua sei corde al servizio di gente come Kim Salmon o Louis Tillett prima di provare anche a scriverla, qualche canzone, oltre che a suonarla. Un rodaggio che ha dato i suoi frutti: Electra entra a pieno titolo fra i migliori dischi australiani degli ultimi anni, vibrando di una cupezza superelettrica dilaniante che tramortisce i sensi (Poison berries, Shipwrecked) o divenendo perversamente ammiccante e voluttuoso (la bellezza di Electra, il mantra velvettiano di Maid of Orleans, il blues sussurato di Stuck Inside). Sensuale davvero.

Dalle medesime viscere riemerge Angie Pepper. Dopo anni vissuti nella mitologia dell’ Oz-sound in virtù dei suoi trascorsi nei Passengers e nella A. P. Band e di un discreto 7”edito nel Febbraio ‘84, la signora Tek giunge finalmente al traguardo del suo primo vero album. I servigi offerti dal suo Deniz e dal resto della banda si piegano al gusto molto sixties-pop di Angie. Res Ipsa Loquitor è infatti un disco che nei suoi momenti più solari (Baby Don‘t Go, Doesn’t Seem Right, le covers di Trying to Find Your Love e Kiss Me Sailor) si immerge nel female-pop di epoca Spectoriana anche se sono pezzi dinamicamente più maturi come Rockslide o Humid Air ad offrire il meglio di un disco non essenziale ma piacevole.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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THE WET TONES – Mucho Reverbo (Ammonia)

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I Wet Tones sono una formazione al suo debutto su disco ma con una discreta esperienza alle spalle. Un ottimo uso dei “trucchi del mestiere” (vibrato, tremolo, riverberi, suoni vintage, batteria secca e minimale, scelta dei timbri) tradisce infatti una buona frequentazione delle scorie surf, un’attitudine al taglio evocativo che ha fatto scuola nell‘ambito della musica strumentale di derivazione fifties e sixties. Insomma, pezzi come Apache Trail o Lightning Strike non sono facili da modellare senza la giusta e opportuna dose di gusto per l’immondezzaio instro-rock. Le pennellate sulle sei corde di Mucho Reverbo (il pezzo), Apache Trail, Playa Piranha o Tropicana (geniale riadattamento del tormentone del Gruppo Italiano della DiMalta) rivelano la scelta di un simbolismo estetico preso in prestito da bands come Expresso‘s, Stingrays, Sharks e figuri monocromatici come Dick Dale o Link Wray. Roba divertentissima da sentire e ancora più da suonare, vi assicuro. Nessuna divagazione in senso retro-futurista (virus diffuso da quelle canaglie dei Man or Astro-man? con il loro surf da Via Lattea, NdLYS) ma purissimo, cristallino scintillìo di plettri madreperlati che solcano le corde come minuscole tavole da surf.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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NICK CAVE & THE BAD SEEDS – Push the Sky Away (Bad Seed Ltd.)

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Sempre meno cattivi i Bad Seeds, sempre meno invadenti. Push the Sky Away si muove quasi silenzioso. Placate le tempeste dei tempi d’oro, quello che rimane o che Nick Cave vuole lasciarci vedere, è la pellicola increspata di acqua cheta che si muove appena sotto il bordo del bicchiere, come quella sapientemente esibita su Water‘s Edge.

Altri più bravi di me vi diranno le parole giuste per farvi piacere queste stanche confidenze senza tormento, per rendervi permeabili a questo pianto privo di lacrime, per restituire commovente dignità a questo gospel disertato dal suo stesso pastore, per riempire di emozione questo golfo mistico spopolato.

Io non riesco. Ed è forse un limite mio. 

Push the Sky Away è disco difficilmente assolvibile. E io poco indulgente, soprattutto con chi non si cala le braghe.

È il trionfo del cantante confidenziale, declinato nel linguaggio pregnante di Cave cui però ormai siamo talmente avvezzi da rischiare l’assopimento per assuefazione (cosa che arriva puntualmente al secondo minuto di We Real Cool, NdLYS). Come quando inviti a cena qualcuno che si ostina a raccontarti con dovizia di particolari le solite storie. Da trenta anni.  

Un amico cui non sai dire di no e a cui inevitabilmente finisci per aprire sempre la porta.

Almeno due volte.

La prima per entrare.

La seconda per lasciarlo andar via.

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro 

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THE TIME FLYS – ‘Fly’ (Birdman)

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Sbucati fuori chissà come, probabilmente tra qualche mese i Time Flys saranno nuovamente inghiottiti dal nulla da cui sono usciti, e pochi si ricorderanno di loro. Semplicemente andati, come una delle tante bands minori del punk dei seventies che fanno parte del loro immaginario. Parlo di bands come Afrika Korps, Private School, Active Dog, Brats, Killer Kane Band o Gizmos.Eppure la band di Oakland sembra aver scelto il momento propizio per tentare il grosso salto, l’orticello è infatti limitrofo a quello dei Willowz, Clone Defects o Black Jetts, seminato a garage primordiale e pre-punk sound. Roba che ti butta giù il culo dalla sedia come Time Flys’ Theme o Jailbait non può fare la fila dietro le chiappe di gente minuscola come The Others o Glitterati, ficcati in Serie A dai soliti imprenditori di turno per giocare il campionato stagionale. Sentite come girano a mo’ di calzino un pezzo doo-wop come Teenage Tears o come restaurano il Cochran di Something Else sotto il chiasso di My Best Friend per sentire di che pasta sono fatti i ragazzi. Questo era il punk prima che venissee codificato come genere da dare in pasto alle frotte di giovani scassacazzi di tutto l’Occidente. Una miscela furiosa e divertente di surf, rock ‘n roll, power pop, boogie-rock, garage punk. Musica suburbana, allegra e fottutamente menefreghista. Come se i punks avessero scelto di tenere i fumetti di Betty Boop accanto a Sniffin’ Glue sul loro comodino. Dateci una sfogliata pure voi, va.

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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CAMAROS – Romantique (Black Balloon)

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Malgrado non suoni per nulla nuovo, poche, pochissime cose suonano oggi come questo debutto dei Norvegesi Camaros. Blues oltraggiato e chiassoso, di quello che o usi tutte e dieci le dita per suonarlo o non te ne bastano venti per tapparti ogni buco libero. Torva e caustica, la musica dei Camaros usa il gargarismo blues per disintossicarsi dal proprio latrato noise. La mente va indietro ai tempi in cui gente come Chrome Chranks e Surgery (oppure Tupelo e i primi One Dimensional Man qui in Italia, NdLYS) per non parlare del glorioso Capt. Beefheart, si divertivano come ebeti a rotolarsi nel fango del Mississippi dopo averci pisciato dentro, infilando cavi elettrici nelle sue acque. C’è qualcosa di perversamente e palesamente erotico che si muove vischioso nella musica del terzetto scandinavo, che si schiude dalle fauci di Christian Sandaker, che coordina le falangi di Torben e si insinua tra le cosce della biondona Karianne. Qualcosa che ha lo stesso puzzo stordente che puoi sentire nei dischi di Zen Guerrilla, dei primi Motörhead, dei Cows, dei Railroad Jerk. Qualcosa che ti salta al collo e ti trascina nel piacere più lascivo come una zoccola arrapata. Romantico, appunto.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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THE CLASH – Rat Patrol from Fort Bragg

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Dopo i pasti abbondanti di London Calling e Sandinista! i Clash non sono ancora sazi. Quando è il momento di mettere mano a quello che diventerà l’ultimo album dei Clash “storici” decidono che sarà ancora un album doppio.

I Clash sono, in quel momento, una balena dalla bocca gigantesca che ingoia qualunque cosa. Musica sudamericana, rock ‘n roll, jazz, musica western, rap, swing, reggae, punk-rock, dub, garage, calypso, bluegrass, protest-songs, funky, disco-music. Una babele che permette loro di poter dire qualunque cosa, e sempre in forme diverse.

Già da qualche anno non sono più una punk-band ma un’intera orchestra, sono i Beatles dentro gli Abbey Road, sono Phil Spector dentro i Gold Star Studios.

A metterci le mani c’è lo stesso Mick Jones.

Ma i rapporti tra Joe e Mick non sono più quelli di cinque anni prima.

Joe storce il naso un po’ troppo quando si parla del vecchio amico. Si dichiarerà insoddisfatto del suo lavoro al mixer, prima di cacciarlo fuori dalla band a lavoro ultimato. Alla produzione viene chiamato Glyn Johns, una porzione del disco viene definitivamente cestinata, un’altra fetta viene ristrutturata, un’altra costituirà l’ossatura di quello che invece diventa un album singolo con il titolo di Combat Rock.

Un disco che è sempre stato offuscato da quello che c’è stato prima. Come quando stai per troppo tempo affacciato al balcone, arrendevole alla luce e al calore di un sole troppo bello per starsene da solo e poi rientri repentinamente. Gli occhi faticano a riadattarsi e quello che ti salva da quell’improvvisa muta tenebrosa è la familiarità col posto, con l’ambiente. Riesci ad evitare abilmente il salotto e il tavolo, probabilmente inciamperai in una sedia riposta malamente. Difficilmente sbatterai il grugno su qualche porta.

Combat Rock è invece un disco bello, irrequieto, anche se la sua seconda parte lascia trapelare uno spirito ammansito, come di un leone che dopo la sua battuta di caccia torna a godersi il torpore. Perché i Clash a quel punto possono nutrirsi di tutto e questo, se da un lato incute rispetto e timore, è una consapevolezza che ne ha ormai attutito l’effetto-sorpresa. Possono ancora sprofondarci le zanne al collo, ma ora abbiamo l’accortezza di saperne stare alla larga.

Loro sono sempre i Re della foresta. Ma noi sappiamo essere cauti.  

È il prezzo da pagare per essere ammessi alla “classicità” del rock-system, per avere le loro figurine sull’album delle stelle del rock.

Ma Rat Patrol, la minaccia di aborto che lo precede, è molto più bello.

Ha lo stesso carico di merci buttate un po’ alla rinfusa che stava sul TIR di Sandinista! ma qui è tutto stipato in un furgone.

The Beautiful People Are Ugly Too è un pezzone pieno di groove nero, con le voci di Joe e Mick in perfetta sintonia su un tappeto di percussioni sudamericane. Verrà escluso dal disco e sostituito con le epilessie di Overpowered By Funk.

Kill Time è uno degli altri esclusi dalla versione definitiva. Un reggae solare e proletario, come quelli che Strummer riprenderà molti anni dopo con i Mescaleros.

Il primo pezzo conosciuto è Should I Stay or Should I Go, ovvero il pezzo più minchione mai inciso dai Clash, con quell’orribile riff rubato a Farmer John.

Ma la sua versione originale, che è quella racchiusa qui dentro, gli da una dignità nuova, pur mantenendone la forma. I versi in spagnolo (quelli cantati da Strummer, NdLYS) hanno un’esuberanza che la versione di Combat Rock sacrificherà e l’assolo di trombone gli da quest’aria un po’ zigana che l’avvolge di un calore nuovo. Rock the Casbah è quella cosa straordinaria che tutti sappiamo: una danza multirazziale tra le sabbie del deserto, sotto le ombre dei Phantom F-4 e i MiG-21 che si scambiano occhiate di fuoco nei cieli sauditi. Know Your Rights verrà scelta per aprire il disco ufficiale. Ha questo tono barricadero delle cose migliori dei Clash. Fiera e incalzante, come un cane da combattimento.

La versione di Rat Patrol indugia un po’ di più sull’eco e sull’aria da proclama che avvolge la canzone.

Joe non canta, declama.

Tutte le tracce restanti sono per molti versi simili a quelle ufficiali, ma pensate per un disco doppio, quindi allungate (come l’intro di Sean Flynn, per esempio), meno “costrette”. Ci sono leggere variazioni nei volumi che ne esaltano le parti vocali o ne colorano meglio le sfumature (l’organo di Red Angel Dragnet, i cori e il vero e proprio tappeto di voci che sono un po’ la vera caratteristica del disco, quello che lo distingue da quanto fatto in precedenza dai Clash, NdLYS).

Inoculated City è imbevuta di effetti e dilatata rispetto alla versione mutilata che finirà su Combat Rock, con la lunga “suppellettile” dello spot per il lavacessi.

Walk Evil Walk è uno strumentale jazz che poi non avrebbe avuto nessuno sbocco e che avrebbe potuto suonare chiunque. Non vi stessi dicendo che sono i Clash, vi sareste pure sucati che era il quartetto di Dave Brubeck.

First Night Back in London e Cool Confusion sperimentano col dub e col reggae, un vezzo che i Clash si concedono sempre volentieri. Finiranno disperse sui singoli, prima di essere amorevolmente raccolte su Super Black Market Clash.

Da lì a breve della più bella rock band del mondo resterà solo qualche briciola di rancore e qualche muso lungo, un’ appendice di storia intitolata Cut the Crap che vale quanto il sequel di Psycho, ovvero meno che niente. E un’altra bara da seppellire. Con buona pace per quanti non avevano loro mai perdonato di non aver sacrificato i propri martiri sull’altare pagano della rivoluzione punk.

Ora il debito è saldato. Potete finalmente aggiornare i vostri merdosi libri di storia con gli aggettivi che gli avete sempre negato.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

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