RAMONES – Rocket to Russia (Sire)

Ho quaranta anni e canto ancora le canzonette dei Ramones.

In pratica, un idiota.

Non per un’illusione di gioventù ma forse per un’ultima fame di essa.

Un ultimo appagante morso di giovinezza.

Di benedetta, ignorante, divertita giovinezza.

I Ramones erano l’adolescenza in pillole.

Un blister di integratori e antiossidanti, come quelli che ci rifilano i farmacisti per regalarci l’illusione che non invecchieremo mai. Non a caro prezzo, perlomeno.

I Ramones erano la voglia di divertirsi, di muoversi fuori dalle regole, non di sovvertirle.

Perché il modo migliore per fare uno sgarbo agli adulti non è lo scontro, ma l’indifferenza.

E i Ramones in questo credono.

In un mondo che sia tutto loro. Colorato come quello dei Barbapapà.

Dentro ci sono loro e le loro amiche Judy, Sheena, Suzy e Ramona,

qualche barattolo di colla e un mucchio di dischi, di quelli che fanno stare bene:

Beach Boys, Trashmen, Bobby Freeman, Searchers, Rivieras, Chris Montez.

Nessuno deve farsi male. Eppure molti ne usciranno con le ossa rotte.

Rocket to Russia è l’ ultimo disco inciso dai quattro fratelli di “sangue”.

Tommy lascerà qualche mese dopo.

Gli altri una ventina d’anni più tardi.

Joey per cancro, Dee Dee per overdose, Johnny per tumore alla prostata.

Sotterrando per sempre il rock ‘n roll, la sua energia demente, la sua logica di teppismo ribelle, il suo calendario fatato che ci impedisce di diventare adulti.

È il terzo album del gruppo nel giro di un anno e mezzo.

Come il precedente è prodotto da Tony Bongiovi, uno che aveva messo mano agli inediti di Hendrix finiti su Crash Landing e ad alcune produzioni di Gloria Gaynor e che investirà malamente quanto guadagnato pagando le lezioni di canto per quella mezza calzetta del cugino Jon Bon Jovi. Dentro ci finiscono pure degli “scarti” destinati ai primi dischi come I Don‘t Care e Sheena Is a Punk Rocker (la seconda delle quali verrà infatti inclusa nelle tarde tirature di Leave Home a sostituzione della censurata Carbona Not Glue, NdLYS) accanto al solito pugno di canzoncine che suonano come i Beach Boys cantati alla recita dell’asilo (Rockaway Beach, Ramona) ai soliti scioglilingua dementi da cartoon televisivi (Cretin Hop, Teenage Lobotomy, I Don‘t Care, We‘re a Happy Family) e ai piccoli classici scelti per l’ occasione (stavolta tocca a Surfin’ Bird e Do You Wanna Dance?).

Non un passo avanti rispetto a quanto fatto prima.

Non un passo indietro.

Eppure non ci credi che riuscirai a mandare a memoria anche quelle.

E che le canterai per altri trenta anni, una dietro l’altra.

Separate solo da quell’one-two-three-four che ci risuona ancora in testa, implacabile, immortale.

Addio Joey, addio Dee Dee, addio Johnny.

Grazie per averci fatto sorridere come ebeti per venti anni e per aver mirato dritto al cuore.

Al cuore, Ramone…al cuore.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

ramonesrocket

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