NICK CAVE & THE BAD SEEDS – Your Funeral…My Trial (Mute)

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C’è un dolore che riesce a penetrare fin dentro l’anima, senza forare la carne.

Si chiama demone blu.

Non tutti ce l’hanno, ma chi lo ha lo sa.

È una incrostazione dell’anima, come piccole gemme di ghiaccio che ti occludono il petto e l’addome.

Ti vive dentro e reclama le tue attenzioni.

Se sei un artista vuole le tue canzoni, vuole siano scritte per lui.

Nick Cave ha questo dolore e i suoi primi dischi sono simbolo estetico di questa catarsi emotiva bruciante, sono carichi di questa sofferenza difficile da estirpare, questo strazio che cova fino a spaccare il guscio.

Sono le lame di Freddy Kruger che ti aprono il torace, ma dall’interno.

Quella lacerazione ha una sua colonna sonora, un suo cerimoniale, un rituale di rumori e di accordi sinistri di piano, di canti ubriachi e tamburi di latta.

Quel rumore è Your Funeral…My Trial.

Un tormento che sgorga velenoso sin dalle note oblique e funeree di piano e organo della title track, una piccola sinfonia per orologi dai quadranti deformi e dove nessuna lancetta sembra andare a tempo. Perché il tempo sia beffato, perché non si consumi in fretta, perché ci lasci il tempo di raccogliere la sabbia che fugge via delle crepe di questa clessidra dai vetri opachi.

E poi via, ancora più giù attraverso il gorgoglio ferale di Stranger Than Kindness, il tramestio di catene di Jacks Shadow, il valzer da gruccia di The Carny, le erezioni demoniache di Hard On For Love e il placido richiudersi delle maree morte di Sad Waters.

Qualcuno intona una storpia canzone d’amore.

Qualcun altro penzola come un cencio da un ramo rinsecchito allungando calci al vento.

Cave raccoglie le sue viscere e le porge in mano al suo Re.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Your+Funeral+My+Trial+fun

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GIRLS AGAINST BOYS – **House of GVSB** (Touch and Go)

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Eticamente, i Girls Against Boys rappresentarono la band perfetta degli anni Novanta. Pervasi da un’elettricità densa e scapigliata figlia deforme del noise e da una ritmica prorompente e meccanica, racchiudevano soprattutto nei due dischi usciti a cavallo del giro di boa del decennio (Cruise Yourself e **House of GvsB**) il perfetto punto di intersezione tra gli spasmi post-punk di Pere Ubu, Human Switchboard e Fall, il rumore urbano dei Sonic Youth, l’impronta marziale dei Joy Division, la carica emozionale dei Fugazi, le cadenze sgradevoli di Big Black e Jesus Lizard.

Una formula che su **House of GVSB** raggiunge un grado di perfezione formale e una carica erotica tali da renderlo uno dei dischi più desiderabili del decennio.

C’è questa sensazione di catastrofe imminente creata da un tappeto sonoro dalle proporzioni mostruose (doppio basso, distorsioni chitarristiche, talvolta un sintetizzatore iperamplificato) che la voce impastata e perversamente adulatrice di Scott McCloud può mitigare o accrescere a dismisura, a seconda della nostra permeabilità alle calunnie altrui e da quanto siamo disposti a lasciarci ingannare e a rimanere affascinati dal lupo cattivo.  

Ma a differenza di tanti altri mostri repellenti usciti fuori dalla scena noise americana, la musica dei Girls Against Boys è sempre permeata da un’eleganza che la rende duttile e perniciosa.

Ripugnante e sofisticata al tempo stesso, piena di dissonanze ma anche di attraenti smorfie di puro piacere, qui esibite quasi tutte nella prima metà di un album che si concede, dopo aver costretto l’ascoltatore alla resa con un poker d’assi come Super-Fire, Click Click, Crash 17 e Disco Six Six Six, di giocare un po’ con un’idea marcia e perfida di elettronica torbida e di funky music acida (Vera Cruz, Zodiac Love Team, TheKindaMzkYouLike), come fosse l’ennesimo gioco erotico e morboso a cui non si riesce ad evitare di venire sottomessi.  

 

                                                                                      Franco “Lys” Dimauro

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