DR. FEELGOOD – Be Seeing You (United Artists)

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Be Seeing You, il secondo degli album pubblicati dai Dr. Feelgood nell’anno chiave del punk, registra l’avvicendamento alla chitarra di John “Gypie” Mayo al posto del dimissionario Wilko Johnson.

Con i Feelgood Mayo inciderà quattro album prima di dedicarsi alla famiglia e fare qualche saltuario tour con Inmates, Imposters, Lone Sharks e Yardbirds.

Be Seeing You arriva dunque quando una piccola crepa si è aperta nella parete della più robusta pub-rock band dell’intera Inghilterra. A benedire l’avvenuta ristrutturazione è chiamato il reverendo Nick Lowe, ovvero il più stimato produttore della Stiff Records (sue le produzioni di Damned Damned Damned, My Aim Is True, This Year‘s Model).

Ovviamente attorno a loro è cambiato un po’ tutto. Se Malpractice e Down by the Jetty avevano assolto al compito fondamentale di riportare il rock ‘n roll alla sua forma-base preparando il terreno per una rivoluzione inaspettata, il ciclone punk che infine aveva contribuito a generare, aveva spazzato via tutto e attutito l’impatto della loro ricetta relegando il gruppo al ruolo, ancora necessario ma non più indispensabile, di revival-band. La concorrenza si è fatta spietata e il pubblico, ancora di più, portando nel giro di qualche anno i Dr. Feelgood a un immeritato anonimato, nonostante dei dischi ancora decorosi.

Be Seeing You ad esempio torna spesso tra i miei ascolti. Soprattutto quando le mie orecchie hanno bisogno di ascoltare qualcosa che passi direttamente dai neuroni ai nervi motori degli arti superiori ed inferiori, evitando gran parte di tutto il resto.

Dentro c’è la solita lista di standard di musica nera (Ninety Nine and a Half, 60 Minutes of Your Love, Baby Jane) riviste con il piglio fiero e mascolino del proletario inglese medio, qualche buon numero scritto dalla band e un paio di preziosi omaggi dagli amici (That‘s It, I Quit da parte di Nick Lowe, il boogie di As Long As the Price Is Right da parte di Larry Willis che in quel periodo sta frequentando gli uffici della Stiff come produttore e cantante).

Non c’è spazio per i sentimenti, dentro i dischi dei Dr. Feelgood, dentro la chitarra di Mayo e neppure tra le corde vocali di Lee Brilleaux che per questo verrà punito con un tumore alla laringe che se lo porterà via nel 1994.

E non c’è spazio per nessuna sommossa, neppure dentro questo partorito mentre la madre del punk era gravida di chissà quali rivoluzioni.

Però alla fatta dei conti, il Dottor Stammibene aveva avuto ragione su tutti.

E tutti gli incendiari figli del punk sarebbero finiti in birreria a scolarsi la loro Guinness mentre sul palco qualcuno continua a suonare la sua versione di Ninety Nine and a Half (Won‘t Do). Se non peggio.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro  

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BURNING BRIDES – Leave No Ashes (V2)

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Quattro anni per mettere a fuoco una idea che il precedente Plastic Empire rendeva in maniera sgranata sacrificando gli sforzi della band americana. Leave No Ashes è invece un disco addirittura “banale” nella sua crudezza diretta, centrata. Per anni le majors lo hanno cercato e ora che guardano da un’altra parte, eccolo qua il figlio diretto di Nevermind dei Nirvana. È quello, assieme a Superunknown dei Soundgarden il ceppo da cui Leave No Ashes nasce. Bastino come esempi Come Alive nel primo e King of the Demimonde nel secondo. È la stessa forza impattiva di quei dischi-capolavoro (e non mi si venga a dire che i capisaldi del grunge erano altri, lo so ben da me. Qui non stiamo parlando di stereotipi, per quelli bastano e avanzano i dischi di Nickelback e Staind, NdLYS) quella che viene fuori da queste 12 tracce. Lo stesso carnale abbraccio tra vertigine melodica e rabbia strumentale che ne ha fatto dei capisaldi del nuovo rock americano. Certo, la stantia retorica di Last Man Standing avrebbero ben potuto risparmarcela ma il nuovo disco della band di Dimitri conquista comunque per il suo appeal sfacciatamente cerimonioso e votato al compromesso. Il suo più grande difetto e il suo miglior pregio.

 

Franco “Lys” Dimauro

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GREG ASHLEY – Medicine Fuck Dream (Birdman)

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Greg Ashley è un poeta visionario ed eccentrico ossessionato dalle donne e dal folk spettrale ed ossianico. Costruito con poco, anzi con pochissimo e registrato in modo e in luoghi casalinghi, Medicine Fuck Dream è il riadattamento in chiave lo-fi del dark pastorale di Paul Roland ma laddove le trame misteriche di Roland evocavano saghe e drammi d’altre epoche, le canzoni di Ashley ti forano lo stomaco lasciandoti un grave senso di inquietudine e spleen. Prendiamo un pezzo come Deep Deep Down che costruisce uno degli archetipi della canzone Ashleyana: ricordate il senso di sconcerto che accompagnava l’ascolto di We Will Fall degli Stooges? Ecco, immaginatela ora, ovviamente ridotta di parecchi minuti, suonata dai Black Heart Procession o dai Devastations. Anche quando Greg si concede a fraseggi meno scuri (come nel jazz di These Are Lonely Days o nel cajun di Apple Pie and Genocide) o si avvicina nella title track alle salmodie bucoliche di un Donovan Leitch, il clima rimane torvo, sinistro e fondamentalmente amaro e dolente. Greg canta di amore come se cantasse di morte, come il Barrett di Love Song o l’Alexander Spence di Diana: spietato oltre ogni misura perché lo struggimento ha lasciato bruciare tutti i neuroni e allucinato perché spesso i sogni vanno ad affogare in bicchieri un po’ più torbidi di quelli che luccicano sui nostri tavoli.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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THE PRISONERS – Hurricane: The Best of The Prisoners (Big Beat)

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Ventitre brani per preservare il più bel sogno mod inglese degli anni Ottanta dalla polvere del tempo e che chiude un progetto di “riesumazione” che la Big Beat ha inaugurato l’anno addietro con la ristampa dei titoli ufficiali del gruppo di Graham Day. Hurricane ne è dunque il riassunto e diventa disco imprescindibile per conoscere il lavoro di una band capace di rievocare i fantasmi dell’apologia mod venti anni dopo gli Small Faces e dieci dopo i Jam.

La cosa che balza agli occhi è la scelta di Dean Rudland e approvata da Graham e Allan Crockford di inserire ben quattro strumentali nella track-list. A dimostrazione e conferma che i vari instrumentals disseminati sui loro dischi avevano una funzione vitale nel loro songwriting e non stavano lì solo come riempitivo. Una tendenza che poi il James Taylor Quartet avrebbe sviluppato facendone un marchio di fabbrica. Una band grandissima di cui, nonostante il lavoro dei Solarflares ne tenga vivo il ricordo, si continua a sentire l’assenza.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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JACK WHITE – Blunderbuss (Third Man)

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Finalmente ho il mio disco dell’anno.

E quest’anno, potrei giurarci, per la prima volta non sarà solo il mio.

Mr. White ha imparato, oltre ad un mucchio di altre cose, a saper vendere la sua merce e Blunderbuss, già al di là dei suoi meriti artistici, è destinato a diventare disco chiacchierato sia per l’autore che l’ha progettato sia per la strategia promozionale che lo ha accompagnato. Una perfetta tempistica nella scelta dei singoli, ascolti gratuiti in rete, anticipazioni e, di contro, fittissimi misteri. Perché il signor White ha sempre parlato, tanto, di quello che vuole farci sapere e pochissimo e niente di quello che non vuole si sappia, manovrandoci a suo piacimento proprio come la freccia di un archibugio. Sono certo quindi che molti si sentiranno in obbligo a farselo piacere, questo suo primo album tutto solo. Anche rischiando di non riuscire a trovare quello che cercavano. E pur tuttavia avranno gioco facile perché Blunderbuss è disco che conquista senza troppa fatica, portando Marc Bolan, Ray Davies e Jimmy Page tra le braccia dei nipoti di chi i T. Rex, i Kinks e gli Zeppelin li ascoltava quaranta anni fa giurando un amore eterno durato invece quanto la pausa dalla prima sega al primo fidanzamento. Destino che probabilmente toccherà condividere a Blunderbuss, inseparabile compagno di giochi per qualche mese o anno, poi ridimensionato ad oggetto d’arredo. Oggi però, complice non determinante una concorrenza che scende in campo senza armi in pugno, Blunderbuss si erge di una spanna sopra le teste degli altri, come fosse un Mellow Gold trasportato al confine degli stati del Sud senza tuttavia puzzare di burrito raffermo.  Jack White lavora con minuzia e attenzione ai dettagli, costruendo un suono che rifiuta di rimanere schiacciato nella sua lapidaria classicità e che sfoggia la sua attualità proprio mentre scende le scale per andare a trovare i tesori del passato: il tappeto drum ‘n bass che si srotola sotto il riff di Freedom at 21, l’assolo stonesiano subito bissato da quello augeriano su Missing Pieces, la tempesta di maracas, piatti e batteria che si muove sotto, e non sopra, Hypocritical Kiss, l’assolo frantumato che risolve il crescendo drammatico di Weep Themselves to Sleep, il beatbox che introduce alla cover di I‘m Shakin’, il double bass che doppia il pianoforte di On and On and On e gli altri dettagli che vi invito a scoprire sotto la scorza di un disco destinato a fare proseliti.

I maschietti torneranno a fare l’air guitar su Sixteen Salteens e le donne ad accarezzarsi l’inguine mentre passano le carezze di Blunderbuss.

I Faces dormono fianco a fianco con Dave Brubeck, i Little Feat si abbracciano con Elton John, Donovan ride assieme alle iene.

Niente è più al suo posto eppure tutto lo è.

The bitch is back.

 

                                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

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BILLY PRESTON – Soul Derby (Vampisoul)

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Venerato soprattutto dai mods di stanza in posti come il Flamingo o lo Scene Club, ovvero da chi impazziva per il nu-jazz di George Fame o per l’Hammond di Booker T e Jimmy Smith, Billy Preston sarebbe probabilmente rimasto per sempre un nome di nicchia se il suo destino non avesse incrociato, sul calare degli anni ’60, quello dei quattro scarafaggi di Liverpool che lo avrebbero coinvolto fino a intestargli la comproprietà del loro 22° singolo da #1 e spartendoselo poi nelle loro sortite soliste, a sole ormai tramontato. L’enfant prodige capace di dirigere un coro gospel a soli 7 anni e una vera orchestra sinfonica solo tre anni dopo, il texano dalla pelle di cioccolata avrebbe così corso il rischio di veder smazzati i suoi 45 giri tra i cessi della high school come giornalini porno e di venir scordato come le vignette di Supersex. Così non fu, ma la grazia e il mood di quelle prime incisioni su Vee Jay qui raccolte (disponibili pure separatamente come ristampe su 220 grammi dei primi due albums, NdLYS) erano già andate perse. Le dieci dita di Preston scivolano sull’organo elettrico con maestria divina tanto da rendere superflo qualunque intervento vocale. Le versions di classici come Eight Days a Week, Goldfinger, My Girl, If I Had a Hammer così come i vivaci originali titolati Octopus o Billy’s Bag sono per i maniaci dell’Hammond-beat un attestato di appartenenza. Come avere la tessera del partito quando c’era la FGCI. Non quella dei Vieri e dei Totti, ma quella che andava a mettere la faccia del Che sui muri della città.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro


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CONSTANTINES – Tournament of Hearts (Sub Pop)

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Grande era l’attesa attorno al nuovo lavoro del gruppo dell’Ontario, probabilmente utile a colmare il baratro creato dall’empasse dei Fugazi. Chi si aspettava conferme dal “terzo difficile album” dei Constantines dovrà probabilmente rinviare l’appuntamento al prossimo giro. Tournament of Hearts brucerà infatti qualche entusiasmo, pur senza essere un disco terribile. Solo, mostra poca voglia di crescere, di mettersi in gioco. È un disco più controllato, prevedibile. E suona maledettamente bene, cosa che come un palindromo può essere letta in entrambi i sensi.

Draw Us Lines si staglia maestosa, quadrata, ieratica come fosse la John Coltrane Stereo Blues della generazione emo, tutta annodata attorno a un solo, reiterato accordo. Questa nuova voglia del gruppo canadese di costruire piccoli mausolei dove celebrare l’epica dell’elettricità emozionale torna a farsi viva quasi in chiusura nel passo lento, gotico e funereo di You Are a Conductor ed è palpabile anche nella marcia noir country-funk carica di ottoni di Lizaveta.

Thieves con i suoi gonfiori di fiati e il suo ritmo da jazz trasognato sbanda dalle parti dei dEUS eclettici dei primi due dischi. Soon Enough e Windy Road chiudono idealmente le due facciate spegnendo le about-jour. La prima è una ballata classica, molto Springsteeniana (ascoltate l’uso morbido, ergonomico e “disteso” dell’organo) anche se i più cattivi diranno che ricorda i Counting Crows. La seconda un vero quadretto di intimismo acustico. Non ci fosse stata, nessuno se ne sarebbe crucciato.

È Love in Fear a consegnarci i Constantines più audaci, quelli tutti spasmi e nervi scoperti e davvero sembra di sentire il Boss in preda agli attacchi epilettici anche se rispetto al passato pare sottendere una sorta di turbamento soul-reggae molto molto sottile, strisciante. Anche pezzi come Hotline Operator e Good Nurse tradiscono ascolti black massivi, ben nascosti sotto il loro consueto stile spasmodico. Working Full-Time lascia un po’ di imbarazzo, soprattutto con quell’inserto di chitarra di chiara derivazione Guns N’ Roses (periodo Paradise City, il loro migliore, ma francamente l’accostamento lascia di stucco ugualmente, NdLYS) e suona quasi fuori contesto dentro un disco che in qualche modo pare voler assumere i toni di un “classico” sacrificando certe scapigliature che ne avevano creato il fascino.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro     

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ROY LONEY AND THE LONGSHOTS – Drunkard in the Think Tank (Career)

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Roy Loney ha quasi 60 lune sulle spalle.

A pensarci, ci sentiamo tutti un po’ più vecchi.

E anche il suo modo di approcciarsi alla materia è un po’, come dire, out of time.

Che fu poi l’esatto motivo per cui venne gentilmente invitato a lasciare i Flamin’ Groovies dopo Teenage Head. Ritrovarlo oggi a quasi 40 anni dall’uscita di Sneakers fa un grande effetto-nostalgia fomentato dal fatto che questo suo nuovo disco si nutre delle stesse rock pills di allora: merseybeat (She‘s the One), boogie festosi (Nobody Does It, Let Me Go), grandiosi Groovie-tunes (Doggone FiveYou Don‘t Owe Me, Such a Nice Boy), rock ‘n roll (Grapey Wine, Hang With Me).

Avrete capito che non si tratta di un disco imprescindibile se non per gli amanti del classico power rock dei Groovies ma quello che si chiede a gente così è di essere onesti con se stessi e i fans e in questo Roy dimostra di meritarsi il massimo rispetto.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – I Only Wrote This Song for You (Diesel Motor)

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38 anni votati al rock ‘n roll e alla smania di autodistruzione, questa fu la vita di Johnny Thunders. Una di quelle stelle perennemente cadenti, instabili e dandy che illuminavano le cantine sotto i grattacieli di New York, anni prima che i fari del Ground Zero cercassero di riempire spazi strappati alla nostra memoria con barbarie violenta. Una New York che viveva di altri malori. Meno plateali. Insidiosi, sotterranei, poeticamente metropolitani. Questa la storia raccontata su quello che più che un tributo alla musica di Thunders pare un atto di amore al suo ricordo. Dentro ci sono tutti, o quasi, quelli che hanno mischiato le loro salive, il loro sangue, i loro liquidi genitali con quelli del profeta punk della Grande Mela. Da Nina Antonia, sua biografa ufficiale, alle varie ex-Bambole NewYorkesi, Patti Palladin, Wayne Kramer, Tony James, Steve Jones, gli ex Oddballs, Arthur Kane, i Ramones, Wayne County, Michael Monroe, i TotenHosen che con Johnny registrarono proprio poco prima della sua scomparsa. Tutti a rendere omaggio, dignitosamente e senza forzare la loro schiettezza asciutta, alle canzoni di Johnny a quella sua Gibson ormai immobile ferma sulla copertina, mentre New York continua a veder crollare le stelle dalla sua bandiera. Una ad una.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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REDSKINS – Neither Washington Nor Moscow… (London)

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Il tempo ha inghiottito Chris Dean e i suoi Redskins ma grazie a Dio anche di quella mummia della Tatcher e di quell’attorucolo col culo a forma di Pentagono di Ronald Reagan non resta oggi molto se non qualche icona arrugginita di quegli anni Ottanta in cui si consumò la vicenda di una delle più grandi combat-rock bands di sempre.

Un album, un solo album e una manciata di singoli il patrimonio IMMENSO che i Redskins lasciarono al mondo. Era soul music dipinta con le tinte rosse del socialismo internazionale quello che ribolliva nel sangue del terzetto londinese. Roba che accendeva le masse, all’epoca. Al pari della chitarra-mitraglia di Billy Bragg, delle rasoiate clashiane degli Easterhouse, del punk spigoloso dei Three Johns e delle apparentemente inoffensive canzoncine degli Housemartins. Testi che erano veri e propri bollettini sindacali (le rivoluzioni operaie evocate su It Can Be Done! e gli appelli all’associazionismo spontaneo e politico di Go Get Organised!, Unionise o Bring It Down! ne sono i più fieri, ma non gli unici, manifesti, NdLYS) e sotto il R ‘n B che divampava letteralmente, sciogliendo le sagome dei conservatori e dei padroni di tutto il mondo (sull’onda emotiva delle rivoluzioni operaie russe e tedesche descritte sulla potentissima It Can Be Done!).

Non so quante coscienze abbia realmente ridestato questo disco ma mi piace pensare che siano state migliaia. E che abbiano gioito a “tirar giù le statue” al suono di questa band.

Riottose, incazzate (trovatemi un elenco di pezzi con altrettanti punti esclamativi se ci riuscite), esuberanti, fiere ed intransigenti le canzoni dei Redskins restano le più belle protest-songs uscite dall’Inghilterra tatcheriana, mosse da una urgenza e una rabbia sincere, viscerali, pure. Desiderio di riscatto per una classe operaia assetata di ri-equilibrio sociale. Le stesse classi proletarie ora ammansite dalle tribune elettorali in diretta tv ad ogni ora del giorno e che votano a destra perché nessuno più li rappresenta, ne’ il sindacato, ne’ le cooperative rosse, ne’ le autonomie operaie, ancor meno i partiti. Neither Washington Nor Moscow… è un mitra caricato a cartucce di soul music, rock ‘n roll e R ‘n B e puntato alla testa delle classi dirigenti, dei politici guerrafondai, dei pescicani arricchiti sul sudore della classe operaia, delle teste di cazzo messe a capo delle aziende e asservite ai padroni. Musica belligerante e militante, animata da quell’utopia stradaiola e “dal basso” che rimarrà per sempre un’illusione irrisolta di parità sociale (soprattutto oggi, in Italia, con la Sinistra antagonista completamente fuori dal gioco parlamentare, NdLYS) ma con la quale è bello ancora adesso vestire i nostri sogni.   

 

                                  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro
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