CONSTANTINES – Tournament of Hearts (Sub Pop)

Grande era l’attesa attorno al nuovo lavoro del gruppo dell’Ontario, probabilmente utile a colmare il baratro creato dall’empasse dei Fugazi. Chi si aspettava conferme dal “terzo difficile album” dei Constantines dovrà probabilmente rinviare l’appuntamento al prossimo giro. Tournament of Hearts brucerà infatti qualche entusiasmo, pur senza essere un disco terribile. Solo, mostra poca voglia di crescere, di mettersi in gioco. È un disco più controllato, prevedibile. E suona maledettamente bene, cosa che come un palindromo può essere letta in entrambi i sensi.

Draw Us Lines si staglia maestosa, quadrata, ieratica come fosse la John Coltrane Stereo Blues della generazione emo, tutta annodata attorno a un solo, reiterato accordo. Questa nuova voglia del gruppo canadese di costruire piccoli mausolei dove celebrare l’epica dell’elettricità emozionale torna a farsi viva quasi in chiusura nel passo lento, gotico e funereo di You Are a Conductor ed è palpabile anche nella marcia noir country-funk carica di ottoni di Lizaveta.

Thieves con i suoi gonfiori di fiati e il suo ritmo da jazz trasognato sbanda dalle parti dei dEUS eclettici dei primi due dischi. Soon Enough e Windy Road chiudono idealmente le due facciate spegnendo le about-jour. La prima è una ballata classica, molto Springsteeniana (ascoltate l’uso morbido, ergonomico e “disteso” dell’organo) anche se i più cattivi diranno che ricorda i Counting Crows. La seconda un vero quadretto di intimismo acustico. Non ci fosse stata, nessuno se ne sarebbe crucciato.

È Love In Fear a consegnarci i Constantines più audaci, quelli tutti spasmi e nervi scoperti e davvero sembra di sentire il Boss in preda agli attacchi epilettici anche se rispetto al passato pare sottendere una sorta di turbamento soul-reggae molto molto sottile, strisciante. Anche pezzi come Hotline Operator e Good Nurse tradiscono ascolti black massivi, ben nascosti sotto il loro consueto stile spasmodico. Working Full-Time lascia un po’ di imbarazzo, soprattutto con quell’inserto di chitarra di chiara derivazione Guns ‘n Roses (periodo Paradise City, il loro migliore, ma francamente l’accostamento lascia di stucco ugualmente, NdLYS) e suona quasi fuori contesto dentro un disco che in qualche modo pare voler assumere i toni di un “classico” sacrificando certe scapigliature che ne avevano creato il fascino.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro     

1898

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