REDSKINS – Neither Washington Nor Moscow… (London)

Il tempo ha inghiottito Chris Dean e i suoi Redskins ma grazie a Dio anche di quella mummia della Tatcher e di quell’attorucolo col culo a forma di Pentagono di Ronald Reagan non resta oggi molto se non qualche icona arrugginita di quegli anni Ottanta in cui si consumò la vicenda di una delle più grandi combat-rock bands di sempre.

Un album, un solo album e una manciata di singoli il patrimonio IMMENSO che i Redskins lasciarono al mondo. Era soul music dipinta con le tinte rosse del socialismo internazionale quello che ribolliva nel sangue del terzetto londinese. Roba che accendeva le masse, all’epoca. Al pari della chitarra-mitraglia di Billy Bragg, delle rasoiate clashiane degli Easterhouse, del punk spigoloso dei Three Johns e delle apparentemente inoffensive canzoncine degli Housemartins. Testi che erano veri e propri bollettini sindacali (le rivoluzioni operaie evocate su It Can Be Done! e gli appelli all’associazionismo spontaneo e politico di Go Get Organised!, Unionise o Bring It Down! ne sono i più fieri, ma non gli unici, manifesti, NdLYS) e sotto il R ‘n B che divampava letteralmente, sciogliendo le sagome dei conservatori e dei padroni di tutto il mondo (sull’onda emotiva delle rivoluzioni operaie russe e tedesche descritte sulla potentissima It Can Be Done!).

Non so quante coscienze abbia realmente ridestato questo disco ma mi piace pensare che siano state migliaia. E che abbiano gioito a “tirar giù le statue” al suono di questa band.

Riottose, incazzate (trovatemi un elenco di pezzi con altrettanti punti esclamativi se ci riuscite), esuberanti, fiere ed intransigenti le canzoni dei Redskins restano le più belle protest-songs uscite dall’Inghilterra tatcheriana, mosse da una urgenza e una rabbia sincere, viscerali, pure. Desiderio di riscatto per una classe operaia assetata di ri-equilibrio sociale. Le stesse classi proletarie ora ammansite dalle tribune elettorali in diretta tv ad ogni ora del giorno e che votano a destra perché nessuno più li rappresenta, ne’ il sindacato, ne’ le cooperative rosse, ne’ le autonomie operaie, ancor meno i partiti. Neither Washington Nor Moscow… è un mitra caricato a cartucce di soul music, rock ‘n roll e R ‘n B e puntato alla testa delle classi dirigenti, dei politici guerrafondai, dei pescicani arricchiti sul sudore della classe operaia, delle teste di cazzo messe a capo delle aziende e asservite ai padroni. Musica belligerante e militante, animata da quell’utopia stradaiola e “dal basso” che rimarrà per sempre un’illusione irrisolta di parità sociale (soprattutto oggi, in Italia, con la Sinistra antagonista completamente fuori dal gioco parlamentare, NdLYS) ma con la quale è bello ancora adesso vestire i nostri sogni.   

 

                                  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro
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