THE WILLOWZ – Talk in Circles (Simpathy for the Record Industry)

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Trovarsi nel posto giusto (ovvero in rete) al momento giusto (cioè quando qualcuno sta cercando la canzone giusta per il proprio lungometraggio). Non hanno avuto bisogno di nessun A&R i Willowz per trasformarsi da piccola entità ai bordi del music-biz (seppur per etichette gloriose come la Dionysus di Lee Joseph e addirittura la Posh Boy di Robbie Fields) a nuovo astro nel firmamento del garage-sound di questo scorcio di secolo. Tutto dunque pronto per il grande botto, essendosi mossi a supporto logistico dell’operazione la SftRI e la XL, già artefice del successo planetario dei White Stripes.

I ragazzi di Aneheim si sono preparati bene all’evento, reclutando un secondo chitarrista per dare alle strutture dei brani più spessore ed estro (sentite cosa si inventa con un vecchio piano elettrico su Dead Ears, scomposto e abbacinante stomp di autentica psichedelia voodoo, NdLYS) e strutturando il disco come un vero e proprio mosaico a tasselli tenuti insieme da rumori, suoni e stramberie assortite. Pezzi autenticamente garage come l’iniziale Ulcer Soul si alternano a stravaganze come il ritmo spezzato di Shriek o Blind Story in cui sembra di trovarsi di fronte ad una versione roots dei They Might Be Giants. We Live on Your Street, condotta dalla voce di Jessica richiama invece alla mente i Tilt di Cinder Block. Rispetto ai White Stripes, cui per comodità vengono spesso accostati, capirete che i Willowz hanno fantasia da vendere e capacità di elaborare soluzioni diverse pur partendo da una base elementare e banale quale quella del rock ‘n’ roll basico.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro


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THE CHESTERFIELD KINGS – Here Are The Chesterfield Kings (Mirror)

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La sfavillante epopea del revivalismo beat dei mid-eighties è stata una fase importante della mia vita, una di quelle passioni urticanti che ti passano da parte a parte stravolgendoti i sensi. Qualcosa che ti chiedeva una dedizione totale, un bagno purificatore dentro l’etica/estetica di un decennio troppe volte favoleggiato come beato ma ancora, si intuiva, tutto da scoprire, un crogiolarsi talvolta anche sterile nel disperato tentativo di perpetrare storicamente non solo l’anima di un suono ma di un intero universo arrivando addirittura a forme estreme di escapismo temporale esasperato (Shelley Ganz che si chiude in casa in un isolazionismo disperato, Mike Stax che data ’66 le sue lettere scritte quasi vent’anni dopo…NdLYS).

Qualcosa di totalizzante, acritico, estremo, puerile. Giovanile fino a rasentare il paradosso: la quintessenza del rock ‘n’ roll. Here Are rappresentò per me e migliaia di altri coetanei una sorta di fonte battesimale.

Non un disco ma un autentico scrigno.

Un forziere pieno di quelle monete d’ oro che i bucanieri deponevano sugli occhi dei defunti prima di spedire le loro anime all’Inferno.

Quattordici denari per ingraziarsi i servigi di Caronte e traghettare gli spiriti delle garage bands dei sixties nel girone dannato in cui i Chesterfields erano costretti a scontare le loro pene.

Era il rifiuto ostinato a diventare adulti.

Here Are è un disco che la storia non l’ha solo fatta, ma se ne è preso cura facendole da custode e loopandola ad uso delle generazioni che ne sconoscevano il sapore, fiutandone appena l’aroma tra i ricordi nebbiosi di un vecchio papà beat. Un disco di sole covers, peraltro eseguite con l’unico intento di preservare lo spirito che alitava su ognuna di esse senza alterarne il sapore.

Una macchina del tempo a forma di catapulta.

L’esordio dei Chesterfield Kings non si fermava alla riscoperta dell’essenzialità beat già operata dal punk o alla rivalutazione della crudezza espressiva tipica di ogni musica teen che in molti avevano o stavano recuperando. No, Here Are era un disco che andava oltre: i cinque Re di Rochester affondavano gli incisivi in un baule pieno di pepite e le porgevano a noi con lo stesso identico, prezioso luccichio con cui erano state seppellite 15 anni prima. Esasperando il concetto di rigore filologico, Greg Prevost e compagni arrivarono addirittura al punto estremo di risuonare, quando fu possibile, quelle 14 canzoni con gli stessi strumenti con cui erano state incise dagli autori originali.

Una austerità che ha del maniacale.

Feticismo e devozione assoluta verso un suono che da lì a poco avrebbe infettato le menti e i garages di quattro continenti e che avrebbe fertilizzato il terreno per la rivalutazione “creativa” dell’estetica sixties degli anni a venire. Un disco che, in pieno delirio new-wave, metteva indietro i propulsori del tempo e rivolgeva non solo gli occhi ma tutti i sensi al passato spingendo alla ricerca un’intera generazione che stava folleggiando alla cieca su quella spontaneità di cui il punk si era fatto portavoce e che tornava ad affievolirsi sotto montagne di synths e a rabbuiarsi dietro l’intellettualismo esistenzialista dei profeti del dark sound.

Sonics, Rogues, Sounds Like Us, Painted Ship, Zakary Thaks, Chocolate Watch Band, Exotics, Shades of Night, Choir, Mourning Reign, Moving Sidewalks, Harbinger Complex e Nightshadows venivano tirati fuori dalla cantine e tornavano a brillare di luce vividissima. Da quel momento, lo si voglia ammettere o meno, qualcosa avrebbe cominciato a prendere un’altra strada.      

           

           

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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DOORS – L.A. Woman (Elektra)

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L.A. Woman prosegue, accelerando, il processo di normalizzazione della musica dei Doors, nella ricongiunzione ultima e carnale col blues.

L’atto finale del passaggio Morrisoniano tra le fila della band di Los Angeles è un omaggio alla musica nera: dai classici giri blues di Been Down So Long, Cars Hiss By My Window e della cover di Crawling Kingsnake al suono di New Orleans evocato da Love Her Madly, The Changeling e in misura minore dalla spoken-song The WASP, si respira aria di restaurazione e anche di sconfitta. Anche senza l’epilogo tragico che si consumerà di lì a breve con la morte di Morrison, è evidente che i Doors sono alla fine del viaggio e che questo disco rappresenta l’Apocalisse del vangelo doorsiano.

Le visioni che si susseguono nelle tracce “chiave” dell’album (L.A. Woman, L’America, Hyacinth House, Riders on the Storm) sono paradigmi di presagi funesti di donne in fiamme (l’inquietante “donna elettrica” rappresentata da Carl Cossick sulla copertina interna del disco) e cavalieri tormentati dai temporali così come emerge prepotente il bisogno del viaggio, del rifugio affettivo, del sacrificio ultimo della propria identità, del proprio tratto distintivo ed esclusivo, del proprio vigore fallico spento, umiliato, sconfitto dall’accidia (il Morrison barbuto che fa capolino in copertina, più basso rispetto agli altri, in completa antitesi col prorompente egocentrismo della copertina dell’album di debutto, la rinuncia all’articolo determinativo: non più Le Porte ma, semplicemente, Porte. Come una falegnameria qualsiasi, l’amante spenta di Cars Hiss by My Window o quella in fuga di Love Her Madly, NdLYS). 

L.A. Woman è la lampada votiva accesa davanti al sepolcro del sogno californiano.

Perché alla fine, quando le porte furono finalmente aperte, quello che restava era un corpo abbattuto dall’impossibilità di riuscire ad amare altri se non se stesso.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro


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SPENCER P. JONES – Fait Accompli (Spooky)

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Uscire dalla tana con tre dischi quasi in sincronia è roba che solo una mente malsana poteva partorire. Fait Accompli è il migliore dei tre e assembla materiale inciso con le sue ultime bands: roots music strapazzata e deforme degna degli anni d’oro del grassroots movement, un capolavoro da assiepare accanto ai primi dischi di Violent Femmes, Gun Club, Meat Puppets. Ma Spencer è, ora, un faro nel deserto e il tutto assume dunque i toni disperati da carovana nomade senza compagni di viaggio: ecco allora l’afflizione folle di When I Go to Hell, il canto truce da frontiera di Whole Way Down (affine al pathos dei conterranei Chucky Monroes), la furia elettrica di Clementine e Wasn‘t Born Yesterday, il treno country di Wherever/Whatever tingersi di quql piglio epico da perdenti dannati che ne fa dei classici del roots-rock più scapigliato. Mille miglia lontano dal garbo della No-Depression.

 

                                                                                              Franco ”Lys” Dimauro

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THE SICK ROSE – The Modern Boys with an Old Disease (Phox7)

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Se non siete stati fra i 500 fortunati che sono riusciti a mettere le mani sul picturedisc della Swamp Room tre anni fa e in cui la band tedesco-piemontese si divertiva a far precipitare condensa rock ‘n roll dal composto post punk di minor hits della new wave inglese potete ora dilettarvi con questo miniCD edito dalla nostra Phox7 che lo riedita in digitale aggiungendovi l’altrove edito tributo agli Stems Don‘t Let Me e un paio di tracce live del loro repertorio d’oro, quando le rose erano i padroni assoluti della garage-scene italiana. Artisticamente siamo vicini al suono di Floating, incuneato tra beat-power pop-garage punk anche se è quando parte il giro killer di Don‘t Come with Me (su Declaration of Fuzz, un millennio fa…) che sembra davvero di prendere l’otto volante.

Grazie per questi venti anni, ragazzi.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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PETER PAN SPEEDROCK – Loud Mean Fast & Dirty (Bitzcore)

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Il messaggio estetico è più che chiaro: cilindri, carburatori, cinghie e pulegge, copertoni e cromature d’assalto. Praticamente l’immaginario hotrod cui una label come la Gearhead ha dedicato la propria missione. I PPS sono invece olandesi e non hanno ancora fatto pit-stop presso la scuderia di Michelle Anould per chissà quale motivo. Suonano veloci e disperati, come i Motörhead dei tempi d’oro (mentre Dead Mechanics suona come una Bad Fun dei Cult sotto speed, NdLYS), con la foga malsana cui ci hanno allenato con i cinque dischi da cui questo CD raccoglie 18 cocci. Le cose migliori sono quelle tratte da Premium Quality, il loro disco più a fuoco (con tracce killer come Gotta Get Some, Donkey Punch e la bellissima Next Town) e scagionato dalla Lemmy-dipendenza dei primi lavori ma LMF&D resta la via più “veloce” per avvicinarli.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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JOHN MAYALL with ERIC CLAPTON – Blues Breakers (London)

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Sentito oltraggiato il proprio spirito blues, Eric Clapton lascia gli Yardbirds nella primavera del 1965 per rifugiarsi tra le braccia del guru del blues inglese John Mayall. I suoi Blues Breakers sono, assieme alla Blues Incorporated di Alexis Korner le ammiraglie inglesi incaricate di custodire e proteggere il blues dalla brutalizzazione. Mayall è così affascinato dal tocco di Clapton e dalla sua capacità di improvvisazione (cosa più unica che rara in una scena, quella del British Blues, che vede dei buoni emulatori ma nessun vero talento) che affida al giovane del Surrey il compito di gestire tutta la parte chitarristica del suo secondo disco. 

E così, mentre gli Yardbirds svolazzano in classifica, Eric Clapton torna in accademia, ad esercitarsi sui numeri di Robert Johnson, Mose Allison, Ray Charles, Otis Rush, Freddie King, Little Walter, Memphis Slim, scrivendo un pezzo assieme a Mayall e dando colore e spessore a Little Girl, Another Man, Key to Love e Have You Heard, i pezzi che John ha scritto appositamente per il disco. Sono pezzi ordinari e ordinati, se confrontati con la zozza riscrittura della musica nera che in quegli stessi anni stanno portando avanti gli amanuensi del beat come Stones, Pretty Things o primi Yardbirds.

Eppure è da qui che in qualche modo ha inizio la rivoluzione rock-blues della generazione rock inglese immediatamente successiva.

Dopo quella di Chicago del dopoguerra, è proprio dentro questo disco che si compie la seconda importante elettrificazione del blues, quella che sposa la Gibson Les Paul alle casse Marshall e che costituirà il modello pragmatico per animali selvaggi come Led Zeppelin, Humble Pie, Free e degli stessi Cream di Clapton (ma anche, per quello che concerne la scelta dell’amplificazione, per Jimi Hendrix).

Clapton legge ancora The Beano ed è già Dio.

Potenza e magia del blues.

 

                                                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Children of Nuggets (Rhino)

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L’idea della Rhino, dopo aver pubblicato due cofanetti fondamentali per il recupero delle Nuggets, è quella di investigare ora sugli effetti che quella idea partorita dalla mente di Lenny Kaye nel lontano 1972 avrebbe avuto per la generazione successiva. I bambini della Nuggets-generation erano ragazzi educati a rispettare le leggi dei loro padri putativi. Chi visse come me quel periodo si ricorderà il purismo filologico, l’emulazione esasperata, il rigore estetico, il recupero storico di cui molte bands si fecero portabandiera. L’eremitaggio cui si confinò Shelley Ganz degli Unclaimed o le missive datate ’66 inviate da Greg Prevost (eravamo ancora in fase pre e-mail) erano solo la punta dell’iceberg di un fanatismo a volte davvero sconsiderato.

Dappertutto, ma davvero dappertutto, la rinascita obbligata del vero rock ‘n roll passava attraverso il recupero della musica di estrazione sixties. Fosse essa il folk rock elettrico dei Byrds, il country della International Submarine Band, le visioni espanse dei Jefferson Airplane, l’urlo sguaiato dei Sonics, il R&B misogino dei Pretty Things, la psichedelia lunare di Syd Barrett, il beat sporco di soul dei Creation. Il vaso di Pandora schiuso con l’uscita di Nuggets e delle sue dirette eredi (Pebbles, Rubble, Back from the Grave, Garage Punk Unknowns, ecc) aveva condizionato le scelte estetiche di un numero incredibile di teenagers e aveva indicato loro una strada che non passava necessariamente per le latrine di suoni sintetici in cui affondavano le frequenze delle college radio di allora. Children of Nuggets, tradendo platealmente le aspettative di tanti nostalgici e puristi della scena neo-sixties anni ’80 che si aspettavano la raccolta garage-punk definitiva si riallaccia al concetto base delle Nuggets originali, a quel crocevia di emozioni vicine più per momento storico (il quadriennio ‘65/’68) e per affinità ideologica (la scoperta del ruolo sociale del teenager, delle sue frustrazioni, delle sue devianze) che per contiguità stilistica. Tra la psichedelia torbida degli Electric Prunes e il beat possente dei Remains c’erano distanze estetiche immense, così come tra il blues scolpito nella roccia dagli Shadows of Knight e quello sciolto nell’acido dagli Amboy Dukes. La scelta di Alec Palao è la medesima: i quattro CD di Children of Nuggets non hanno nessun vincolo di “genere”. Tutto è fuso assieme, messo gomito a gomito, quasi alla soglia della rissa. Dal garage-punk vintage di Chesterfield Kings, Lyres o Cynics al Paisley di Rain Parade o Dream Syndicate, dal power pop di Inmates, Last, Stems o Barracudas al pastiche psichedelico di Dukes of Stratosphear e Julian Cope, dal jingle-jangle di Three O’Clock, Church e dei Primal Scream al rock acido di Screaming Trees, Died Pretty e Green on Red, dal R&B di Crawdaddys e Tell-Tale Hearts al brit-pop antidiluviano dei La‘s, dal rock ‘n roll catacombale dei Cramps a quello intriso di soul di Creeps e Prisoners. Tantissima roba. 100 pezzi in tutto. Col solito corredo di foto bellissime e di fondamentali note di copertina che sono ormai marchio di garanzia della Rhino. Tante anche le assenze, ovviamente. E ognuno compili la sua lista. A me personalmente sarebbe piaciuto vederci dentro anche Gories, Wylde Mammoths, Sick Rose, Stairs, Plan 9, Things ad esempio. Una valigia di ricordi incredibile per chi ha vissuto quegli anni. Un autentico pozzo di primizie per chi vive il rock ‘n roll di oggi con l’entusiasmo con cui noi lo fecimo allora. E che ne venga travolto, come noi lo fummo ascoltando per la prima volta Psychotic Reaction nella sua forza originaria.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro
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BAUHAUS – The Sky‘s Gone Out (Beggars Banquet)

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The Sky‘s Gone Out è il disco più bislacco della tetralogia storica dei Bauhaus.

Un disco disomogeneo e mutevole che è soprattutto una gigantografia della teatralità gestuale e vocale che Peter Murphy ha impersonato sul palco e sullo schermo e che qui viene chiamato a reinterpretare con una enfasi quasi parossistica e surreale, raggiungendo il culmine della sua magniloquenza da musical nella maestosità plateale della lunghissima coda di Spirit.

The Sky‘s Gone Out incunea le tensioni elettriche e metalliche dei primi due dischi verso le derive acustiche e pinkfloydiane che troveranno ulteriore sviluppo nel disco conclusivo della loro carriera e negli esperimenti collaterali di David J. e dei Tones on Tail, sfoggiando i contorni di due anime che vivono accanto e si sfiorano senza tuttavia mai incontrarsi veramente, come succede dentro l’80% delle famiglie medie, non solo italiane.

Un corridoio di un ospedale psichiatrico sul quale si aprono le porte delle camere di degenza dentro cui sono nascoste dagli occhi del mondo tutte le devianze morbose dei suoi ospiti: dagli attacchi epilettici di In the Night all’elegia funeraria di The Three Shadows pt. 2, dagli spasmi di Third Uncle alla catalessi sensoriale di The Three Shadows pt. 1, dalle crisi di megalomania di Spirit alle crisi depressive di All We Ever Wanted, dalle manie di persecuzione di Silent Hedges fino alla tosse convulsiva e ai rantoli tracheali di Exquisite Corpse.

The Sky‘s Gone Out non è tuttavia il disco incompiuto che molti hanno deciso che sia. È piuttosto l’album di una band in continua mutazione, perennemente insoddisfatta, perpetuamente alla ricerca di nuovi punti di equilibrio.

Fatalmente attratta dalla luce e pur tuttavia destinata a brancolare nel buio.

Ecco perché, quando sento parlare della leggenda dell’uomo-falena, io so ESATTAMENTE quale sia la sua identità.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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WILLIE ALEXANDER – Solo Loco (Bomp!)

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Puoi anche aver fatto parte di una delle più grandi band del mondo ma non è detto che la gente si ricordi di te. Di Willie Alexander ad esempio non si ricorda quasi nessuno, sebbene abbia fatto parte dei Velvet Underground.

Proprio quei Velvet Underground.

Oddio, non proprio quelli, a dire il vero.

Perché quelli di Squeeze erano solo un brutto incubo di cui è davvero meglio non ricordarsi. Un brutto sogno da cui lo stesso Alexander scapperà inorridito, rifiutando di partecipare al tour europeo organizzato per promuovere l’album.

Prima, quando il mondo sembrava ancora giovane e bello e Willie era un beat ventiduenne che inseguiva il suo sogno rock ‘n roll da Philadelpia a Boston, aveva fatto parte dei Lost, una piccola gloria locale che scrive pepite folk-punk come Everybody Knows, Backdoor Blues, Changes, Maybe More Than You, Mystic, When I Call, Violet Gown e se le fa produrre da Barry Tashian dei Remains.

Come se i Four Pennies si facessero produrre da John Lennon, insomma.

Dopo i VU Alexander decide di concentrarsi sul suo materiale ed organizzare una band per presentare le sue canzoni stipate negli stessi vestiti neri di Lou Reed e Alan Vega. Dopo un paio di dischi con la Boom Boom Band decide di pubblicare il suo primo LP interamente a suo nome: Solo Loco. Dentro però ci suonano pure Walter Powers (suo amico dai tempi dei Lost, dei Grass Managerie e dei Velvet Underground), Peter Dayton dei La Peste, il Brad Hallen finito poi anche nei Ministry, Manuel Smith, Chuck Myra e Ted St. Pierre, proprietario dell’Outlook Studio dove il disco viene in parte registrato.

Il disco ha delle forti suggestioni newyorkesi: Velvet e Suicide in primis.

Alimentato dalle medesime convulsioni paranoiche che avevano generato capolavori come The Gift (Autre Chose) o Cheree (Take Me Away) ma pure filtrato a volte (Up For This o la rendition di Be-Bop-A-Lula) attraverso il malsano rockabilly crampsiano, lo scapigliato rock ‘n roll dei Voidoids (Eyes Are Crossed) o il miasma urbano del folletto bostoniano Jonathan Richman (So Tight, Autre Chose).

Solo Loco è orfano di canzoni memorabili ma è un disordinato catalogo delle ossessioni musicali di Willie Alexander, l’ex più dimenticato del mondo.  

   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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