ONE DIMENSIONAL MAN – Take Me Away (Ghost/Midfinger)

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A ricevere la nuova uscita dei One Dimensional Man e leggere la bio-sheet allegata dalla loro nuova casa discografica si rischia di venir spiazzati più dalla seconda che dalla prima. Si avverte è vero, come allerta la press-sheet, una ulteriore evoluzione dai labirinti noise-blues dello storico disco di debutto ma non è una scelta di spaccatura netta dal passato quanto piuttosto di una naturale volontà di evasione e fuga dai luoghi comuni. E in questo, come nelle fasi intermedie di 1000 Doses of Love! e You Kill Me, Take Me Away si mostra disco coraggioso. Piacerà o meno è una mera questione di gusto o di preconcetti. Di certo l’ex gruppo di Giulio Favero (che tuttavia continua ad essere vicino al gruppo, solo dal lato opposto del mixer) ha ormai da tempo minato i ponti che lo legavano alla scuola rumorista e può concedersi senza il rischio di andare fuori tema anche squarci di dolcezza come quelli di Mad at Me. Che, a dirla tutta, è forse l’unico momento del disco DAVVERO distante dai classici climi torbidi cui il gruppo ci ha addestrato e, malgrado ancora una volta si tirino fuori i classici timori di “incomprensione” da parte del nocciolo duro dei fans più oltranzisti (o ottusi? NdLYS), rischia di diventare un po’ la chiave di volta della nuova scelta operata da One Dimensional Man di affrancarsi da una scelta stilistica che evidentemente rischiava di strangolare il gruppo. Altrove la scelta non mi pare davvero così nitida e decisa se non a livello “concettuale”. Quindi nessun tradimento alla causa, Take Me Away credo sia un disco che possa essere amato dai fans dell’Uomo Monodimensionale al pari di quelli che lo hanno preceduto e che possa regalare, in questa fase storica particolarmente propizia, nuovi adepti alla corte del gruppo veneto.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE PLASTIC CONSTELLATIONS – Mazatlan (2024)

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I paragoni per definire la musica dei Plastic Constellations si sono via via sprecati. Una rosa di nomi che va dai Pavement ai Fugazi, dai Dismemberment Plan agli At the Drive-in, dai Modest Mouse ai Savy Fav. È naturale che il risultato finale non corrisponde alla somma algebrica degli addendi. Se così fosse, ci troveremmo davanti un autentico mostro indie-rock, di quelli destinati a portare la bandiera di un movimento, quello del rock alternativo, che di fatto non esiste più. Più verosimilmente i Plastic Constellations non usciranno invece (ma questo non per le loro capacità, comunque altissime) da un semplice stato di cult-band per la generazione emo-core. Giunto al terzo disco (malgrado qualcuno lo abbia accolto come il debutto, ma la distrazione dei giornalisti o sedicenti tali in Italia ha dello sconcertante), il quartetto americano ha messo a fuoco uno stile dinamico e coeso ricco delle moine tipiche della scena Washingtoniana post-Fugazi. Le 11 tracce mostrano una grandissima abilità “architettonica” nell’edificazione di una scocca post-hardcore robusta ma dinamica percorsa (e non dominata, cosa che li allontana da alcuni dei loro padri putativi) da un sapiente e misurato uso delle voci, spesso sulla soglia del puro recitato. Si creano così episodi dotati di un fascino sfuggente e sghembo come No Complaints, Movement Momentum o Davico con il loro gioco melodico mai troppo scoperto o scontato. A mio avviso una delle cose più interessanti mai uscite dalla sfibratissima scena emocore.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE STEMS – Mushroom Soup: The Citadel Years (Citadel)

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Il tributo agli Stems uscito lo scorso anno su Off the Hip in cui bands come Sick Rose, Naked Eye, Others, Stoneage Hearts rileggevano il breviario degli Stems ha dimostrato come la scrittura cristallina di Dom Mariani aveva la stessa caratura dei classici a cui egli stesso era devoto (Easybeats, Kinks, Last, Byrds, Chocolate Watch Band, Monkees), un sasso in grado di forare il tempo per tirarci dentro palle di power-pop fritte nel fuzz o evaporate in un jingle-jangle copioso, denso, avvolgente. Erano gli anni di Hoodoo Gurus, Lime Spiders, Johnnys, Wet Taxis, Playmates e tutta l’Australia sembrava un enorme tovaglia Paisley: gli anni in cui la Citadel affondava i suoi coltelli intinti nella ceralacca del più rigoglioso fiotto sanguigno del rock di quegli anni: quello dell’Aussie-rock. Celebrando in parte la propria storia, la Citadel ci da così l’opportunità di risfogliare le pagine storiche degli Stems, quelle antecedenti al passaggio alla White Label che produsse il loro At First Sight…Violets Are Blue e che giovarono ad alimentare un culto che ha partorito discepoli e imitatori ovunque. Tra le bonus tracks si segnala certamente Power of Love, singolo abortito perché ritenuto ormai fuori dalle coordinate power pop cui il gruppo si stava volgendo rinunciando alle direttrici più garage oriented cui questo Mushroom Soup erge un monumento definitivo e imprescindibile.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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THE FLESHTONES – It‘s Super Rock Time! (Raven)

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I Fleshtones, Cristo.

Gli psicopatici restauratori del rock.

Anzi, del Super Rock. Così Peter Zaremba e Keith Streng amavano chiamare il loro special-blend dove infila(va)no surf music, rock ‘n roll, soul, garage, R ‘n B, beat e frat-rock. La cosa più tamarra si potesse suonare mentre la televisione si popolava di mostri come Dead Or Alive, Wham! o Bronski Beat.

Proprio quegli anni in cui i Fleshtones giravano per gli uffici di Miles Copeland mano nella mano con Alan Vega e Marty Thau e facendosi largo nei locali newyorkesi affollati dai punkettoni che ciondolavano tra i cessi e il palco su cui loro improvvisavano i loro set conditi di organo Farfisa, quando nessuno si ricordava più cosa fosse.

Sono gli anni raccontati da questa raccolta che pesca da tutto il catalogo I.R.S.: le due enormi ostriche Roman Gods (praticamente per intero, fatta eccezione per lo strumentale Chinese Kitchen, NdLYS) e Hexbreaker!, i due live parigini, le rarità di Living Legends, i singoli.

Praticamente una festa da portare in tasca. Apribile come quei tavolini in pvc da picnic.

Perché questo erano i Fleshtones, in quella stretta cerniera tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta: una perfetta macchina da divertimento, isolatasi dal macchinoso e cervellotico funky spastico dei Talking Heads così come dalla strampalata psichedelia dei Television, dalle canzoni da cartoon dei Ramones e dal pop gommoso dei Blondie che infestano la loro città in quegli stessi anni.

Loro sono talmente elementari e freschi che non puoi non mettere su una band dopo averli visti suonare.

Sono una bavosa che striscia lungo le cartine stradali dell’America carteriana e reaganiana e, ovunque passi, lascia una schiuma viscida sulla quale i pochi appassionati del frenetico suono delle Nuggets-bands finiscono per rimanere appiccicati.

Strisciano su Athens e nascono i R.E.M..

Passano su Los Angeles e nascono i Dream Syndicate.

In pochi anni vengono tirate su le scene del Paisley Underground, del grass-roots, del garage revival: la febbre del ritorno al passato invade l’America tutta.
Ma loro restano fuori da tutto.

Loro sono una scena a sé.

Loro sono i Fleshtones, eterni Peter Pan del rock ‘n roll.

Gli unici cui avremmo mai concesso di far suonare i Kingsmen come i Village People perdonando loro una cosa eticamente immonda come Right Side of a Good Thing.

E ballandoci pure sopra come scimmie in calore.

God bless The Fleshtones.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE FUZZTONES – Braindrops (Music Maniac)

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Collaborazioni eccellenti per il terzo album in studio dei Fuzztones, con Sean Bonniwell e Arthur Lee a prestare le loro voci come guest su The People In Me e All the King‘s Horses (curiosamente Arthur non compare come ospite sulla cover dei Love che apre la seconda facciata dell’album). Un’occasione sprecata, visto che le voci dei due prime-movers nulla ma proprio nulla aggiungono al valore, bassissimo, delle due interpretazioni.

Braindrops, sarcasticamente dedicato alla “memoria” del vecchio amico Gary Wilde, vede in azione una inedita formazione a tre dei ‘tones: Rudi Protrudi, Chris Harlock e Mike Czekaj ovvero i Jaymen, la band di surf con cui Rudi si propone di celebrare e perpetrare il mito di Link Wray e dei suoi Raymen ed è il primo disco a lasciare filtrare le influenze doorsiane che diventeranno una costante del suono dei Fuzztones da lì in avanti.

Una influenza resa manifesta dalla poco brillante cover di I Looked at You ma che permea anche gran parte del materiale autoctono: All the King‘s Horses, Skeleton Farm, Ghost Clinic non sono altro che divagazioni doorsiane che puzzano di stantio e di mestiere, abbassando ulteriormente il livello di energia già al minimo storico.

Si salvano appena le tracce che vedono l’ingresso in formazione di Phil Arriagada, a sessions ormai quasi ultimate e che infonde nuova energia ad una band in panne: la bella e criptica Rise illuminata dalla dodici corde di Phil, la contorta Blackout e l’energica Look for the Question Mark ricca di ricami di sitar e di un bel giro di piano elettrico suonato da Rudi. Il resto è roba da dimenticare, nonostante la band decida, pur di vendere qualche copia in più, di eleggerlo a proprio Sgt. Pepper‘s.

Una pallida congettura psichedelica senza nerbo e oscurata dall’ingombrante ombra morrisoniana di un acid-rock greve e oppressivo.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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EQUIPE 84 – ID (RPM)

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La prima voce che si sente sul disco che inaugura gli anni Settanta per il miglior gruppo beat italiano non è una voce dell’Equipe. Non come la avevamo conosciuta fino ad allora, perlomeno. Era successo che Alfio Cantarella, il nanetto di Biancavilla che aveva da sempre occupato il posto alle spalle di Vandelli, Ceccarelli e Sogliano era stato beccato con seicento grammi di hashish facendo naufragare l’immagine del gruppo, messo alle porte dalla RAI e alla berlina dal Radiocorriere TV.

Finalmente i mass media avevano trovato il modo per gettare fango sui capelloni e dimostrare che in fondo avevano ragione quando li avevano etichettati come un branco di drogati. Franco Ceccarelli sente, più che profumo di erba, puzza di merda e molla qualche mese dopo l’arresto di Cantarella.

Sogliani e Vandelli però resistono. E cambiano pelle e carne.

Le nuove reclute sono Mario Totano dei Dik Dik, il chitarrista di Morandi Giuliano Illiani e Franz Di Cioccio. È sua la voce che schiude le porte di ID (Imola-Domodossola), l’album che apre l’Equipe 84 al progressive trascinandosi dietro buona parte dei gruppi beat dell’epoca. Si avverte lo sforzo di Vandelli (per la prima volta autore di tutte le tracce), perlopiù incompiuto, di superare i limiti della canzonetta e di affrontare temi scomodi come, appunto, quello della droga. C’è per la prima volta una progettualità che supera i limiti commerciali del singolo di successo. Non solo l’album viene concepito come un corpo unico e coeso e non come una semplice raccolta di successi ma addirittura dal disco non viene estratto nessun 45 giri, ribaltando la prassi comune di quegli anni.

Concettualmente, siamo al tramonto definitivo del juke-box e del mangiadischi da spiaggia. Sono arrivati gli anni Settanta, bambini.

Nonostante il coraggio esibito, ID non è affatto un capolavoro.

È un disco pesante che non riesce a volare.

Si porta sulla rampa di lancio e resta con imbarazzo schiacciato sull’asfalto, a dispetto dell’abilità mostrata dai piloti. 

Certe ingenuità come quelle di Padre e figlioIl Re dei Re o dei titoli di coda non aiutano a far fermentare il lievito distribuito sul disco e ID, nonostante l’impegno profuso, manca il bersaglio.

La nuova expanded edition si fa carico di analizzare il percorso creativo dell’Equipe 84 attraverso le undici composizioni più o meno autoctone (in realtà parte del materiale è scritto da Lucio Battisti o a quattro mani da Vandelli e Guccini) che la band aveva inserito sui due album precedenti Io ho in mente te e Stereoequipe.

Piccoli capolavori di folk acido come Auschwitz 29 Settembre che allora tutto il mondo ci invidiava, come la Vespa e la 500.

Gli anni in cui si riusciva non solo a dormire, ma pure a sognare.

E a costruirci una casa, sopra quel sogno. 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro 


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THE POLICE – Zenyatta Mondatta (A&M)

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Nel 1980 i Police sembrano aver poca voglia di parlare.

E, quando succede, sembra abbiano nulla da dire.

Zenyatta Mondatta arriva per arraffare il successo che aspetta la band fuori dalle vetrine dei negozi e dietro gli schermi tivù. Perché i Police, oltre che bravi, sono pure belli. Gli dei del pop sono dalla loro. E il pubblico pure.

Quando il loro terzo album prende il posto nelle vetrine dei negozi di dischi, con quell’immagine statuaria, scultorea e vanitosa in copertina, il mondo è pronto alla genuflessione. Quello che la gente si porta a casa è però un disco senza energia.

Due testicoli dopo una sborrata.

Anzi, tre.

Quattro settimane di sedute di registrazione per registrare il nulla, o poco più. Strumentali a iosa (The Other Way of Stopping, Behind My Camel, in parte Voices Inside My Head), filastrocche ebeti (Don‘t Stand So Close to Me, De Do Do Do, De Da Da Da), saponette ska (Canary in a Coalmine, Man in a Suitcase). Tanta stanchezza e la presunzione da rockstar che noi si possa sopportare in silenzio le ripicche da primadonna (Sting che si rifiuta di suonare sul pezzo scritto da Andy Summers) pur di gustarci altri quaranta minuti di musica pop virata reggae.

Un sacrificio possibile solo se si vuole leggere Zenyatta Mondata da una prospettiva analitica dove ad essere valutata è la volontà della band di mettere finalmente in mostra la propria abilità tecnica che diventa come mai prima d’ora persuasiva e ammiccante, raffinata esibizione di un gusto tecnico infallibile (il groove di Driven to Tears illuminato da un assolo Frippiano e rapido come l’uncino di un falco di Summers, la fusion suadente ma laccata di When the World Is Running Down, You Make the Best of What‘s Still Around, il dub umanoide esibito su Shadows in the Rain) e di una capacità di struttura davvero eclettica e virtuosa.

Se per voi i Police sono un gruppo prescindibile, questo è il momento di avvalorare la vostra tesi.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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YOU AM I – Convicts (EMI)

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In Australia gli You Am I sono band da stadio e da major mentre qui escono per una minuta label spagnola e faticano a trovare un pubblico, se non di nicchia. Credo sia più che altro una questione di scarso investimento. O magari solo di tempo, soprattutto ora che il suono degli You Am I si è leggermente ossidato pur senza perdere del tutto la propria dignità power-pop.

Thank God I’ve Hit the Bottom  apre Convicts come Crystal apriva Candy Apple Grey: furiosa e veloce. Come se si stesse piombando dal cornicione di un grattacielo con in mano Powerage degli ACϟDC. We Don‘t Talk Anymore è invece costruita per scalare le rock charts: riff serrato, batteria secca, voce decisa e controcori. Molto bello il riff acustico che avvolge la larva di Thuggery prima che si trasformi in un poderoso boogie ma permane la sensazione che gli You Am I abbiano lavorato di getto, senza poter lavorare a dovere su pezzi come Gunslingers o il delizioso quadretto kinksiano di Explaining Cricket.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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LAGHETTO – Pocapocalisse (Donnabavosa)

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Bologna hardcore a.d. 2005. I Laghetto sono l’elettroshock del movimento punk italiano, quello oltranzista e spietato, quello con nessuna voglia di piegarsi alle marc(h)ette ska per saziare il mercato, rabbonirsi i veejays, farsi calare le braghe da un Usuelli qualsiasi e farsi slappare dalle ragazzine che stravedono per gli Ska-P. I Laghetto sono un rottame hardcore figlio tanto della tradizione classica quanto delle sbavature screamy e postcore degli anni ’90, che gioca con le parole come fossero mostri di cartapesta tornando a fare male, ma male davvero. Sotto, il suono si fa rumore, poi frastuono, si spacca e si riannoda, si intorbidisce, affetta l’aria, spacca e ricuce come un chirurgo, stordisce. Bello infine il packaging, racchiuso dentro buste ammonitrici tutte diseguali a mo’ di pacchetti di bionde.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro


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ARNALDO ANTUNES, MARISA MONTE, CARLINHOS BROWN – Tribalistas (Phonomotor)

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A leggerli così, di fila uno dietro l’altro, c’è quasi da mettersi paura: tre eminenze della musica brasiliana contemporanea chiamate a condividere le emozioni di un disco fra i più struggenti mai partoriti a Rio.

Raramente, in caso di collaborazioni così strette, ci si è trovati davanti alla semplice equazione algebrica secondo cui il risultato è sempre uguale alla somma degli addendi. Spesso, anzi, quello che ci è rimasto in bocca era un retrogusto amaro e tutt’altro che piacevole. Non in questo caso. Tribalistas è evidentemente un disco partorito, oltre che da tre cervelli geniali, da tre spiriti affini, che condividono le stesse ambizioni (quelle di un rinnovamento della musica brasiliana) e la stessa sensibilità (quella verso una poetica corale di struggimento universale). È questa affinità di spirito, questa comunione di intenti unita alle doti dei musicisti coinvolti (da citare anche Dadi Carvalho, NdLYS) a fare di Tribalistas il disco DEFINITIVO della musica brasiliana di inizio secolo, vicino all’anima che vibrava nelle opere della quasi omonima Tropicalia sul calar degli anni sessanta (Gilberto Gil, Collettivo Tropicalia, Caetano Veloso, Os Mutantes, ecc.) e che traghettò la musica del Tropico americano verso l’età d’oro del pop. Per nulla sovrarrangiato, ma con un dosaggio timbrico che si fa invidiare per sobrietà e buon gusto, la musica di Tribalistas è un linguaggio universale di dolore e di rivincita sul dolore. Immergersi dentro le brume di Um a Um o Velha Infància, piuttosto che farsi inebriare dalla verve spumeggiante di Jà se namorar (finalmente un tormentone estivo da poter cantare senza arrossire) o Passe em casa è un dono che non ci si può lasciar sfuggire con la mediocrità tipica di chi ha paura di avvicinarsi al nuovo e di schiudersi alle emozioni. Non ce lo perdoneremmo mai.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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