THE FLESHTONES – It‘s Super Rock Time! (Raven)

I Fleshtones, Cristo.

Gli psicopatici restauratori del rock.

Anzi, del Super Rock. Così Peter Zaremba e Keith Streng amavano chiamare il loro special-blend dove infila(va)no surf music, rock ‘n roll, soul, garage, R ‘n B, beat e frat-rock. La cosa più tamarra si potesse suonare mentre la televisione si popolava di mostri come Dead Or Alive, Wham! o Bronski Beat.

Proprio quegli anni in cui i Fleshtones giravano per gli uffici di Miles Copeland mano nella mano con Alan Vega e Marty Thau e facendosi largo nei locali newyorkesi affollati dai punkettoni che ciondolavano tra i cessi e il palco su cui loro improvvisavano i loro set conditi di organo Farfisa, quando nessuno si ricordava più cosa fosse.

Sono gli anni raccontati da questa raccolta che pesca da tutto il catalogo I.R.S.: le due enormi ostriche Roman Gods (praticamente per intero, fatta eccezione per lo strumentale Chinese Kitchen, NdLYS) e Hexbreaker!, i due live parigini, le rarità di Living Legends, i singoli.

Praticamente una festa da portare in tasca. Apribile come quei tavolini in pvc da picnic.

Perché questo erano i Fleshtones, in quella stretta cerniera tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta: una perfetta macchina da divertimento, isolatasi dal macchinoso e cervellotico funky spastico dei Talking Heads così come dalla strampalata psichedelia dei Television, dalle canzoni da cartoon dei Ramones e dal pop gommoso dei Blondie che infestano la loro città in quegli stessi anni.

Loro sono talmente elementari e freschi che non puoi non mettere su una band dopo averli visti suonare.

Sono una bavosa che striscia lungo le cartine stradali dell’America carteriana e reaganiana e, ovunque passi, lascia una schiuma viscida sulla quale i pochi appassionati del frenetico suono delle Nuggets-bands finiscono per rimanere appiccicati.

Strisciano su Athens e nascono i R.E.M..

Passano su Los Angeles e nascono i Dream Syndicate.

In pochi anni vengono tirate su le scene del Paisley Underground, del grass-roots, del garage revival: la febbre del ritorno al passato invade l’America tutta.
Ma loro restano fuori da tutto.

Loro sono una scena a sé.

Loro sono i Fleshtones, eterni Peter Pan del rock ‘n roll.

Gli unici cui avremmo mai concesso di far suonare i Kingsmen come i Village People perdonando loro una cosa eticamente immonda come Right Side of a Good Thing.

E ballandoci pure sopra come scimmie in calore.

God bless The Fleshtones.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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