LITFIBA – 17 Re (I.R.A.)

0

Per il secondo album (il primo doppio della storia del rock italiano moderno, venduto a prezzo di album singolo su scelta della I.R.A. e del gruppo) la band fiorentina decide di cambiare pelle e prospettiva abbandonando i residui di epica omerica che avevano generato Desaparecido.

Per 17 Re, maestoso, prolisso, verboso eppure scostante, la visione universale del debutto si fa individuale.

È la propria identità e non più quella altrui, comune, collettiva, generazionale a venire sviscerata. La drammaticità teatrale delle liriche di Desaparecido che prima coinvolgevano popoli, eroi, nazioni, etnie viene adesso introiettata attraverso un percorso di ricerca interiore. L’io narrante diventa l’assoluto protagonista di se stesso. L’attore senza maschera, senza più filtri col suo pubblico, mostra ad un tratto tutte le sue ferite, le sue paure, le sue follie. Un percorso musicale e psicoanalitico che si snoda attraverso i sedici episodi (dei “diciassette re” previsti uno viene escluso dal progetto finale) di un disco contraddittorio ed elaborato.

Lo “snodo” importante è, come abbiamo detto, quello lirico. Ma lungo il dipanarsi del disco si nota un’anima collettiva che si stasfaldando e fatica a riconciliarsi. Uno scontro artistico tra liberali, conservatori e progressisti, con Renzulli che cerca di dare carnalità e istinto al suono algido dei vecchi Litfiba, Maroccolo che invece preme per soluzioni artistiche più colte e raffinate e Aiazzi che ammorbidisce e smorza i toni abbellendo di volta in volta i brani con una solennità quasi prog, tra richiami mediorientali, suggestioni new-wave e soluzioni d’architettura sonora rodati all’interno del progetto Beau Geste. 17 Re rimane, alla fatta dei conti  “il disco” di Aiazzi. Al punto tale che Pelù e Renzulli, in diverse occasioni, ne prenderanno le distanze (Pelù ammetterà già all’uscita dell’album successivo di non aver più riascoltato il doppio una volta registrato. Mentendo).

Ad uscirne penalizzata, nonostante le 24 piste utilizzate, sarà invece la fantasiosa batteria di Ringo De Palma (a cui infatti verranno riservate otto piste per il successivo disco, NdLYS) che risulta un po’ “schiacciata” sulle impalcature dei pezzi. Musicalmente l’album mette in mostra decine di sfaccettature diverse, con momenti di disimpegno (Tango, Oro nero, Cafè Mexcal e Rosita), aperture romantiche (Pierrot e la luna, Apapaia), cupe ballate (Vendetta, Febbre, quella sorta di Guerra-parte II di Ferito) e qualche trascinante anthem per agganciare i nuovi rockers anticonformisti (Cane, il capolavoro Gira nel mio cerchio, Resta). Rimane la fascinazione mediterranea che è peculiare dei primi Litfiba e che verrà poi lentamente sostituita con l’attrazione crescente per la musica latinoamericana. Rimane il retrogusto new-wave nell’uso del basso, di alcuni arrangiamenti di tastiera e nella scelta di qualche coro proto-gotico. Rimane, pure, l’adesione pragmatica al combat-rock anglosassone come linguaggio persuasivo ed universale di identificazione collettiva. Tutti elementi distintivi dei Litfiba pre-dominio di massa che si sfalderanno progressivamente fino a ridurre la band a un concentrato di banalità e di vuota ed irritante retorica pseudo-ribelle.

                                                                                              Franco“Lys” Dimauro

Litfiba