DEATH IN JUNE – Kapo! (Nerus) / All Pigs Must Die (Leper)

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Personaggio paradossale e controverso, Douglas Pearce ha marcato col sangue l’estetica violenta e nichilista del folk gotico cucendosi addosso un’immagine volutamente ambigua e scomoda. Un’inquietudine che Douglas ha ben trasmesso nella musica dei sui Death in June, sia nelle fasi neofolk che in quelle del periodo industrial. Claustrofobica e apocalittica, la musica della Morte in Giugno è un raggelante dipinto di Gustave Dorè in cui ad essere rappresentato è il Medioevo del dopoguerra. Vinti e vincitori che si sbranano la schiena sopra un tappeto di ratti e scheletri di lupi. Bestie che dilaniano altre bestie. Kapo! è un rosario di voci supplicanti (quella di Douglas e quella di Richard Leviathan) su un velo angosciante, monocromatico di chitarre buie e di archi lamentosi e tormentati.

Un asfissiante alito di decadenza che non ha nulla di poetico, di bohemienne ma che è invece preludio al disfacimento, alla putrefazione dei simboli e della carne.

All Pigs Must Die è musicalmente diviso in due anime, entrambe perverse e annichilenti: una acustica, elaborata assieme ad un ancora lucido Andreas Ritter dei Forseti, una violentemente e confusamente noise dove Douglas e Boyd Rice macellano le canzoni sotto un delirante assalto di rumore e macerie industriali. 

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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GIRLS AGAINST BOYS – The Ghost List (Epitonic)

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Chi lo sa.

Magari il pretesto è quello di tornare sul mercato per ravvivare la curiosità dei vecchi ascoltatori in occasione del ventennale di Venus Luxure No. 1 Baby e di avvicinarne di nuovi. Quelli che erano troppo piccoli e stronzi quando uscivano i loro capolavori e troppo distratti quando nel 2002 abbandonarono le scene dopo il deludente You Can‘t Fight What You Can‘t See.  

Sia come sia, eccoci a riparlare dei Girls Vs. Boys, dopo venti anni di inattività.

E l’impressione è analoga a quella provata per il rientro dei Wire con Send, dopo il mutismo che seguì a The Drill. Se qualche affinità era già emersa in passato, su questo The Ghost List, prudenziale uscita con sole cinque tracce, certe similitudini concettuali e stilistiche emergono prepotenti in più di un’ occasione.

Ma The Ghost List è, soprattutto e ovviamente, un tributo ai Girls Against Boys degli anni d’oro.

Quelli di TheKindaMzkYouLike (Kick), Tucked-In (It‘s Diamond Life) e Super-Fire (Let‘s Get Killed), quelli che l’assurdità elettronica di Freak*on*ica spazzò via in mezz’ora, come uno tsunami nemmeno troppo violento.

The Ghost List ci restituisce quindi una band ancora capace di suscitare qualche brivido. Perlomeno a chi, come me, ebbe il piacere di conoscerli con la febbre dei ventanni ancora addosso.

 

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa chi dei Girls Against Boys non ha mai ascoltato nulla.

Per vedere se riesce a fare a meno degli A Place to Bury Strangers come io riesco a fare a meno di lui.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE JAM – In the City (Polydor)

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Voi cos’avete fatto per il vostro diciannovesimo compleanno?

Paul Weller per il suo era al Working Men‘s Club a bere una pinta di birra per festeggiare l’uscita del primo album dei suoi Jam, pubblicato appena cinque giorni prima.

Paul è rimasto folgorato dai Beatles, dagli Small Faces, dai Who e dai Kinks ancora prima di diventare maggiorenne ma è l’incontro col rozzo ed essenziale sudiciume di Dr. Feelgood a guidare il suono della sua band nella giusta direzione che va ad impattare con i dischi di Clash e Sex Pistols più per una coincidenza astrale che per reale intenzione di saltare sul carrozzone del punk.

Sono di una pasta diversa, i Jam.

Sono il Decline and Fall of the British Empire parte Seconda, diciottanni dopo Arthur dei Kinks.

Sono eleganti e spavaldi.

Una versione bruna dei Police che proprio lo stesso mese hanno debuttato con il singolo Fall Out/Nothing Achieving.

Arrivano ad una major senza nemmeno dover passare dal Via. Che per la maggior parte delle band arrivate dal nulla significa la casella dove stazionano le etichette indipendenti.

Arrivano in tre (e in tre se ne andranno, dopo sei album e sette anni di successi) e portano in dono al punk le chitarre sfavillanti e fragorose di Pete Townshend e una manciata di belle canzoni che ruggiscono come bestie in cattività ma sotto il cui frastuono si nascondono i ricordi infantili dei dischi di Four Tops tanto amati dalla madre. I‘ve Changed My Address, Away From the Numbers, I Got By In Time, In the City, Takin’ My Love e il finale distruttivo affidato a Bricks and Mortar (piena, come I‘ve Changed My Address del resto, dei trucchi dei Who più pirotecnici) sono le migliori.  

Ma non le uniche.

I Jam avrebbero fatto ancora di più e ancora meglio, quello stesso anno, con This Is the Modern World, facendo esplodere le mine che con In the City avevano piazzato sotto le strade di Londra.

In the city there’s a thousand men in uniforms
And I’ve heard they now have the right to kill a man
We wanna say, we gonna tell ya
About the young idea
And if it don’t work, at least we said we’ve tried
.

Trentacinque anni dopo, quegli uomini sono ancora lì.

I Jam, purtroppo, non più.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Thee Cave Comes Alive! (Action!)

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Durante l’età aurea della garage-scene (parliamo dei mid-80 ‘s dunque) c’erano dei punti fermi cui fare riferimento per alimentare la propria fame di conoscenza: fanzines accese dall’entusiasmo di chi guardava ai sixties come momento catalizzante di energie, voglia di cambiamento, passione, ricerca estetica, sdoganamento dei tabù sessuali e quant’altro: i fogli di Ugly Things, 99th Floor, Lost Trails o What Wave erano i Vangeli da tenere sul comodino. La greca Action screma ora su un padellone intitolato Thee Cave Comes Alive! 11 anni di cassette che proprio a What Wave, fanzine canadese ideata da Dave O’ Halloran erano allegate pubblicando 17 delle 257 canzoni diffuse sulle loro preziose C60/C90. Dentro, delle autentiche pepite come il terzo singolo dei Royal Nonesuch e delizie assortite di Gruesomes, dei grandi Beatpack, Tyme Eliment, Cybermen, Projectiles, Ultra V, e via gracchiando. Dobloni d’oro e d’argento, dalle caverne dove il sixties-punk si andò a rifugiare.

Franco”Lys” Dimauro 


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SAVAGE REPUBLIC – Tragic Figures / Ceremonial / Jamahiriya / Customs (Mobilization)

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4 CD in splendido formato Discfolio (idea di Bruce Licher, uomo “selvaggio” ma anche grafico tra i più bizzarri degli ultimi anni, NdLYS) con dentro tutto il lavoro in studio dei Savage Republic lungo la loro scostante carriera. In pratica un monumento a ciò che era l’esatta antitesi del monumento stesso: una musica in continuo disfacimento. Qualcosa che partendo dal post punk più tribale (Virgin Prunes, Theatre of Hate, Killing Joke, PiL) ridisegnava paesaggi allucinati in cui convivevano marce militari, tribalismi africani, rumorismo, musica teatrale, kraut rock, psichedelia, new age antelitteram, mantra etnici. Un progetto avanguardista che purtroppo allora non avrebbe attirato le attenzioni di tanti ma che ora, in un’epoca di post-umizzazione dei canoni rock, si tenta di rivalutare come antesignano di un sentire free-form complesso e progettualmente coraggioso, impervio, figlio delle intuizioni dei Can di Tago Mago e affine all’attitudine di casa Ralph. Ciò che fu allora etichettato come “trance” aveva in realtà molto a che spartire con un’idea cinematografica ed impressionista del suono, fotogrammi anche molto diversi (Ceremonial resta, in questo, il loro capolavoro epico laddove Tragic Figures può essere il loro Apocalypse Now) ma che valeva la pena riscoprire nella loro interezza.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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