SAM GOPAL – Escalator (Esoteric)

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Passato il giro di boa, la musica occidentale degli anni Sessanta si immerge nel Gange.

Dapprima soltanto i piedi.

Di legno norvegese, come quelli di pinocchio.

Poi, quasi per intero.

La musica di Sam Gopal appartiene a questa seconda fase. 

La trance indotta dal suono delle tablas viene associata al concetto di elevazione psichedelica e la musica di Sam viene accolta con benevolenza dalla comunità freak inglese. La sua band è in ogni happening e concerto che conta, a fianco di Pink Floyd, Hendrix, Pretty Things, Soft Machine, Pink Fairies, Tomorrow, Animals, Creation e tutta la scena acida inglese.

Sam Gopal e compagni salgono sul palco, si siedono e inscenano il loro Plastic Inevitable Show: effluvi di chitarre free form (Cold Embrace, The Dark Lord, Angry Faces, Horse) o avvolgenti (The Sky Is Burning, It‘s Only Love) fasciate in un tappeto percussivo, come fossero una visione mistica delle perversioni allucinate dei Velvet.

Con un tigrotto di Mompracem al posto di Moe Tucker e Lemmy seduto a imitare Lou Reed con una motosega in mano. Un massaggio ayurvedico ai vostri canali uditivi.

 

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

samgopal

THE CURE – Wish (Fiction)

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Agli inizi degli anni Novanta, i Cure passano dalla cassa per riscuotere.

La consacrazione come band di successo viene legittimata dalle vendite milionarie di Wish, secondo album doppio nella discografia del gruppo britannico, climaticamente vicino tanto alle ambientazioni gotiche e dolcemente plumbee di Disintegration quanto al glitter romantico e decadente di Kiss Me Kiss Me Kiss Me, i due dischi che hanno ridefinito e rimesso a fuoco il suono dei Cure dopo la confusione dei medi anni Ottanta.

I goffi tentativi di vestire la disperazione di Robert Smith con i colori sgargianti di orsetti di peluche e le vernici fosforescenti già messi al bando con Disintegration sono ulteriormente soffocati dal taglio introspettivo di questo nuovo album, stipato di lunghe cavalcate psichedeliche colme di presagi di mortale sventura e di inquietanti segni di annichilimento (Open, From the Edge of the Deep Green Sea, End) così come di estenuanti tuffi in apnea nell’immobilità esasperante delle angosciose partiture di Trust, Apart o To Wish Impossibile Things che custodiscono il plesso dentro cui si muove il vero kundalini di un disco che affida ai singoli High, Friday I‘m in Love e A Letter to Elise il compito di circuire l’ascoltatore con gli occhioni languidi ma spossati di Robert Smith che finge ancora a leccarsi le ferite come un micio mentre finge di fare le fusa.

È il tentativo di Robert di ingannare se stesso, la sua coperta di Linus, le sue unghie da masticare per placare un vuoto addominale che potrebbe essere scambiato per fame, sono i suoi pasti fuori orario per giustificare un gonfiore triste quanto quello di Elvis al Capodanno di Pittsburgh.  

Il tour che ne segue, nonostante raduni platee da guinness, segna una nuova fase di crisi all’interno del gruppo, culminando con l’abbandono di Porl Thompson e Boris Williams e le rogne legali con Lol Tolhurst che incattiviscono Robert Smith (che tenterà di anticipare l’ annunciato scioglimento della band annunciato per il 2000 e che poi verrà invece di fatto totalmente sconfessato, NdLYS) e sfaldano la coesione del gruppo, finendo per fare di Wish il testamento spirituale ed artistico dei Cure, il suo monumento funebre.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 


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JIMMY REED – The Essential Boss Man (Charly)

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Trentatre pezzi in classifica di cui parecchi “sforati” nelle allora quasi inviolabili pop charts (prerogativa quasi esclusiva dei bianchi) sono un bottino di tutto rispetto per ogni bluesman. Anche per quelli vissuti ben oltre i 51 anni concessi invece a Reed, nero di Dunleith trasferito a Chicago nel dopoguerra. Anche se sovente “oscurato” da nomi invadenti come quelli di Lee Hooker o Muddy Waters, il suo blues elementare ma contagioso avrebbe avuto una influenza determinante per il blues-revival dell’era-Stones. Big Boss Man, Bright Lights Big City, What You Want Me to Do, Baby What’s Wrong, Honest I Do, I Ain’t Got You … non c’è disco di R&B bianco di quegli anni che ne sia privo. Questa tanica ne raccoglie 75. Ovvero tutto ciò che Jimmy incise tra il ‘53 e il ’66 per la Vee-Jay. E che non ha perduto un’oncia del suo potere carburante. 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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