Q65 – Revolution (Decca)

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C’è un vicolo poco calpestato nella storia del rock ‘n roll: è quello del neder-beat dei mid-sixties di bands come Outsiders, Motions, Cuby + Blizzards, Golden Earrings, Jay-Jays, Baroques e loro: gli enormi Q65. Gente capace di far deragliare il R&B albino degli Stones e dei Pretty Things facendolo stramazzare al suolo con una veemenza bastarda, facendogli sputare sangue e tirandogli fuori le interiora. Accordi sporchi e lacerati, ritmi della giungla, standard blues oltraggiati e mutilati col rasoio. Tutto, nei Q65, era pura deflagrazione e affronto punk, perlomeno prima che si saturassero polmoni e cervello con massicce dosi di fumo afgano. Lo dimostra ampiamente il loro album di debutto che affianca feroci stilettate di indisciplinato beat-punk al ripetuto oltraggio al corpo di Willie Dixon (tre le cover del bluesman di Chicago: Spoonful, una Bring It on Home tirata per oltre tredici minuti, Down in the Bottom) all’omicidio simulato a Bo Diddley su una I’m a Man alla tetanospasmina e qualche discutibile e tedioso esperimento etnico-popolare (Just Who‘s In Sight, Sour WIne).

L’obiettivo di Joop Roelofs e Frank Nuyens è quello di mettere in piedi un disco che mostri le diverse facce del gruppo che se da un lato ha delle evidenti carenze tecniche (e di pronuncia), dall’altro riesce a destreggiarsi con disinvoltura su un repertorio diversificato per umore, intensità e “corpo” musicale. Obiettivo che Revolution raggiunge in pieno ma che forse proprio per questa sua disomogeneità manca il bersaglio del disco irrinunciabile.

Ecco, potete stare tranquilli. Se cercate l’alibi per farne a meno, ve l’ho fornito io.

Alla fine, anche questa è una forma di rivoluzione.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DEATH BY UNGA BUNGA – Juvenile Jungle (Spoon Train Audio)

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Nome rubato ai Mummies, vestiti rubati agli Strollers.

E un disco che è una bella botta garage-punk old-style.

Di quello tutto caschetti, beatle boots, Farfisa e urla da caveman.

Di quello che basta poco per farlo però mica vero che tutti ci riescono.

Uscito il giorno del mio quarantesimo compleanno, Juvenile Jungle mi riporta invece indietro ai miei sedici anni, quelli bruciati sui dischi di Stomach Mouths, Untold Fables, Wylde Mammoths e Misanthropes.

Bestie in equilibrio sui loro tacchi cubani e le zazzere che si agitano sotto il beat più eccitante in circolazione, Death by Unga Bunga giocano col surf (Hot Leather), lo spiritato e deragliante neogarage degli anni Ottanta (The Nudist Beach, Don‘t Go Looking For My Heart, Caveman Blues), il saltellante e goliardico ye-ye dei sixties (Psych-Out) e le ballate da drive-in (Donna, molto vicina alla Someone Like Me dei Dynamites, NdLYS) con la corretta dose di sozzeria giovanile che necessita quando fare dischi così è un bisogno ormonale e non un’esigenza di contratto.    

Quest’anno i mondiali garage punk li vince la Norvegia, gli altri tornino ad allenare i muscoli e a trangugiare integratori se vogliono fare la loro figura in campo.

  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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LLOYD COLE AND THE COMMOTIONS – Easy Pieces (Polydor)

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Un gradino sotto il disco d’esordio, Easy Pieces cerca di rielaborare, arricchendola grazie alla produzione di  Clive Langer e Alan Winstanley (i produttori storici dei Madness e del Costello contemporaneo, NdLYS) la formula di Rattlesnakes senza tuttavia riuscire ad eguagliarne la poesia. La tecnica invasiva del duo Langer/Winstanley compromette in parte l’essenza della musica dei Commotions. La trionfale parata di trombe su Rich, i violini che precipitano su Why I Love Country Music o Minor Character, il basso funky della conclusiva Perfect Blue, i cori soul sul primo estratto Brand New Friend e in generale i nuovi colori con cui si cerca di pennellare il giardino su cui si affacciano i vetri appannati delle finestre dei Commotions rubano un po’ di poesia alla fronte corrucciata di Lloyd Cole e rischiano di farla diventare una versione intellettuale del blue-eyed soul che proprio in quel momento sta venendo fuori dalle sale prova di Fine Young Cannibals e Simply Red e con cui gli stessi Madness stanno in quel momento facendo i conti. Rischio scongiurato dalla penna ancora sagace di Cole e dal plettro di Neil Clark capace di pennellare piccoli capolavori come Grace e Lost Weekend.

È tuttavia il preludio alla imminente catastrofe soft-pop di Mainstream che metterà la parola fine alla breve parabola artistica dei Commotions. Ecco, Easy Pieces nella banalità infame di una Cut Me Down o di una Pretty Gone ci mostrava un Lloyd Cole che si stava trasformando nel barracuda di se stesso.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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DMZ – Relics (Voxx)

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Nel 1981 Greg Shaw arriva ad aggiustare ciò che Flo & Eddie avevano rovinato sull’album di debutto dei DMZ. Lo fa, come al solito, con il suo stile a metà tra l’operazione salvifica in nome del rock ‘n roll più viscerale e la cialtroneria da stratega del business, la stessa che frutterà alla Bomp! prima e alla Voxx subito dopo enormi compensi su dischi semi-illegali messi su raschiando fondi di barile o mettendo sul mercato album senza autorizzazione da parte degli artisti. Per sistemare la scaletta di Relics, ad esempio, Greg mette insieme i quattro pezzi dell’E.P. di debutto della band di Boston aggiungendo cinque demo dello stesso periodo.

Sul cadavere dei DMZ Greg tornerà ad infierire ancora, con la pubblicazione di When I Get Off, nel 1993 ma Relics esce in un momento chiave, ovvero a ridosso del debutto dei Lyres, versione garage-punk del punk-garage dei DMZ e rappresenta in qualche modo uno degli snodi della rivoluzione sixties-punk che si sta avviando in America, assieme all’E.P. di debutto degli Unclaimed e il “manifesto” di Battle of the Garage edito da Voxx proprio quello stesso anno (annunciando al mondo l’arrivo dei profeti Chesterfield Kings, Slickee Boys, Crawdaddys, Unclaimed, Plasticland).

Il suono dei DMZ affonda infatti le radici nel suono proto-punk degli Stooges e di gruppi beat estremi come Troggs, Sonics, Pretty Things (dei quali rifanno qui Can’t Stand the Pain) e 13th Floor Elevators (la cover allucinata di You’re Gonna Miss Me, pubblicata un soffio prima di quella dei Radio Birdman, segna l’inizio di tutto il revival garage punk di cui il pezzo scritto da Erickson diventa da subito l’emblema assoluto).

È un suono marcio e spiritato che nel suono convulso di Busy Man (che Conolly penserà bene di portarsi nel repertorio dei Lyres) e nei cinque minuti dello stomp voodoo di When I Get Off ha già posto le basi per diventare a suo modo immortale. Due anthem a confronto dei quali il resto, dal rock ‘n roll alla Flamin’ Groovies di Do Not Enter alla Shirt Loop su cui si sente pesante la mano di Craig Leon (l’uomo che era stato dietro la console del debutto dei Ramones), è quasi esercizio di stile. 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE DEVASTATIONS – The Devastations (Spooky)

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Devastanti. Ovvero drammaticamente intensi e profondi, come quegli spleen che ad un tratto ti attraversano la gola lasciandosi appresso quel gusto amaro di fiele mista a catarro. Uno struggimento che già in passato ci aveva stretto un nodo in gola ascoltando i dischi di Tindersticks, Black Heart Procession, Calla, Nick Cave, Dark Horses e che torna qui a rinnovare l’angoscia di una musica gravida di staticità e zavorrata ai turbamenti d’animo. Violino e tastiere a conferire un tono di austerità solenne e tardoromantica a queste ballate strazianti e buie che davvero ti devastano dentro, rigirandoti il coltello in quelle piaghe che ognuno di noi tiene custodite sotto la propria pingue. Non c’è inquietudine dentro i monumenti decadenti di Hold Me o You Can‘t Reach Me Now, ma la cupa rassegnazione verso un desolante presente di ricordi che fanno male per davvero. Se amate sentire il vostro muscolo cardiaco rallentare fino ad annientarsi all’ascolto di dischi come The Boatman‘s Call o gli omonimi di Tindersticks e Black Heart Procession questo potrebbe rivelarsi il vostro nuovo calamaio dentro cui immergervi.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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