THE UNDERTONES – The Undertones (Salvo)

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Storia bizzarra e incoerente quella degli Undertones: una scorta di quattro LP per una band che rifiutava a priori l’idea di un album ritenendo, non a torto, che quella del singolo fosse la dimensione ideale per una punk-band. E una band che aveva esordito con un singolo come Teenage Kicks meritava tutto il credito di questo mondo. Amatissimi in Inghilterra e non solo dalla gente che “contava” come John Peel ma quasi del tutto sconosciuti altrove, Italia compresa (non allora, ma pure oggi che qualche fesso si permette di scrivere su Wikipedia, alle 16.55 di un 19 Maggio qualsiasi, che gli Undertones si sciolsero nel 1989, NdLYS), i ‘tones fecero bene a tornare sui propri passi e “concedersi” lo sforzo di lavorare su un album. Soprattutto su QUESTO album. Che resta, in definitiva, uno dei più bei teenage-albums di una stagione in cui il disagio giovanile si trasformava in rabbia e non in argomento da salotto televisivo. The Undertones chiude la trilogia aperta dall’omonimo dei Ramones e seguita da Another Music dei Buzzcocks e lo fa senza speculare sulla forza trainante di QUEL pezzo, anche se lo troverete dentro questa ristampa deluxe assieme a tutte le A e B sides dei singoli del ‘78/’79 e alla terza seduta di sessions per John Peel.

Se avete speso la vostra gioventù sui dischi dei Genesis, passateci anche la vostra vecchiaia.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro


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RAY DAYTONA AND THE GOOGOOBOMBOS – Fasten Seat Belt (Ammonia)

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Ogni nuovo disco dei Ray Daytona, e in qualsiasi formato, è un pezzo imperdibile fin dalla copertina. Qualcosa di propedeutico all’ascolto, come è giusto che sia e non solo una pacchianata carina per presentare un disco su uno scaffale anonimo di qualche rivenditore.

E ancora una volta, dopo Space Age Traffic Jam, il gruppo toscano si affida alla sapiente mano di Winston Smith per il patchwork sci-fi di questo loro terzo album ufficiale. Il migliore del lotto, anche se ad un ascolto distratto potrebbe sembrare l’ennesima cartucciera di Daytona-stomps cui siamo avvezzi. Vero, ma solo in parte.

Innanzitutto, e non facciate la faccia schifata solo perché siete dei fans di gente come i Mummies (grandissimi, per carità, ma non è questo il punto), i Ray Daytona suonano EGREGIAMENTE. E non vi sembri un paradosso, anche se migliaia di dischi usciti sulle classiche etichette “di culto” vi hanno ormai desuasi dal desiderio di ascoltare come suoni una vera chitarra, dalla curiosità di sentire come si possa suonare un organo senza stare lì a menarsela obbligatoriamente sul medesimo tasto per un minuto e trenta con l’obiettivo di sembrare cool, dalla capacità di percepire una qualche “profondità” di suono. Gli strumenti, anche se pochi, possono viaggiare su piste parallele ma autonome sul mixer, piuttosto che sullo stesso canale, sapevate? E veniamo qui al secondo aspetto, quello della produzione. Anche qui una conferma, David Lenci e i suoi Red House. Un orecchio finissimo al servizio della miglior surfband italiana. Termine ormai riduttivo, se avete seguito i passi della loro discografia. Anche questo nuovo Fasten Seat Belt infatti si divide la torta tra i classici pezzi strumentali alla ricerca del suono twangy definitivo (obiettivo raggiunto e superato in Detecto!: gli ultimi trenta secondi sono il borbottìo perfetto del suono post-Duane Eddy, NdLYS) e il ritrovato e mai sopito amore per il suono garage punk (schegge impazzite del classico Voxx/Midnight sound come Slim Horny and Tanned, Drinking Toluene, Even the Zombies Cry che è una versione strumentale dei Fuzztones periodo In Heat/Braindrops, (I Got) Sideburns che farebbe inzuppare le mutande a Paula Pierce, fosse ancora viva, Brand New Dino vicinisssssima ai Pikes in Panic di Keep It Cool and Dry). Le capacità immense di Fernando e soci (e il minuzioso lavoro di calibratura di Lenci) vengono fuori in pezzi come An Der Urania, Call Mama e nelle visioni free della title track, una autentica bolla di sapone psichedelica che potrebbe aprire la strada a ulteriori sviluppi del loro suono ma che potrebbe anche rivelarsi pericolosa, se non armeggiata con senso della misura. Dimostrare estro e fantasia in un ambito come quello frequentato dai nostri non è cosa comune a tanti. Ora buonini, e calatevi dentro questa spirale di rock ‘n’ roll a josa. Anzi, a Goo-Goo.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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PLAYGROUND – Kind of Blues (Vinza)

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A guardare indietro, non sono molti i gruppi italiani da salvare dall’abisso degli anni Novanta.

I nomi è inutile farli, ma se avete due mani, vi avanzeranno delle dita.
I Tupelo erano tra questi. Tricolori solo per caso, più verosimilmente impastati nelle paludi dello swamp blues più blasfemo ed imbevuti nello stesso calamaio che vergò le pagine più decadenti del rock australiano (Beasts of Bourbon, Scientists, Birthday Party, Bad Seeds, Crime and The City Solution), il suono dei Tupelo era pura vertigine NOIR.
Blues deviato, corroso da chitarre che ne grattavano la carne fino a vederne spuntar fuori le ossa, un rosario di blues sepolcrali per uno Spoon River di anime dannate.
Il piscio che filtra tra le macerie del rock ‘n roll.
Playground nasce quando la creatura Tupelo è ancora in vita. Nasce in un momento in cui la scelta (poi mai portata a pieno compimento) di abbandonare l’idioma inglese in favore della lingua di Dante rischia forse di far perdere fiato all’ago della bilancia noise-blues dei Tupelo portandola al di sotto della preoccupante soglia high-level cui il gruppo di Lodi ci aveva sino ad allora abituati.
Kind of Blues nasce quindi, ma è solo una supposizione, dall’esigenza di riconciliare l’anima di Stiv Livraghi, anima dei Tupelo, con il blues perverso e licantropo di cui è stato profeta in Italia.
Qualcosa di catartico, viscerale, intenso. Playground sublima la perversa attitudine che fecondava le pagine migliori dei Tupelo , ne metabolizza gli eccessi e li usa come punto di sutura per ricucire strappi e ferite.
Ad accompagnare Stiv, come sempre fino ad allora, il suo angelo nero Anna Poiani e poi Fabrizio Balladori alle chitarre ed Alessio Zagatti ai tamburi. Kind of Blues è in assoluto uno dei migliori dischi mai prodotti in Italia, già dalla copertina che veste. Uno splendido scatto di Fabio Nosotti introduce ad un fiammante vinile. Formato 10″ e colore rosso acceso, manco fosse la giarrettiera di qualche porcona da bordello parigino. E poi…il disco.
Sette-tracce-sette trafugate dall’archivio di Lucifero in una notte di alcol e sesso.
È Tom Waits inghiottito dalla sua stessa bottiglia (Way Down in the Hole), è Diamanda Galas tirata a forza dall’empireo e stuprata sul parquet di una trattoria messicana (Let My People Go), sono i Beasts of Bourbon che scavano la sabbia del deserto australiano fino a tirare fuori tutto il fiele dell’Inferno (These Are the Good Old Days). È Willie Dixon che trova sbarrata la propria porta del retro proprio quando la voglia di sesso si è fatta irrefrenabile (Backdoor Man). Uno dei migliori cover-album che mi sia capitato di sentire, da sistemare accanto a capolavori come Kicking Against the Pricks” di Nick Cave o al debutto dei Chesterfield Kings e non si inorridisca per quest’ultimo accostamento, perchè è quasi da quelle parti che i nostri andranno a parare sul successivo Off.

Benvenuti alle porte dell’inferno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE GRAVEDIGGER V – All Black and Hairy (Voxx)

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Durante la festa di Halloween del 1962 la classifica di Billboard vede l’assalto alla vetta di Monster Mash, una tragicomica canzonetta trash scritta da Bobby Pickett e Leonard Capizzi. Ad eseguirla è lo stesso Bobby Pickett accompagnato da una band di becchini chiamata Cryptkicker V.

È a loro che Ted Friedman e Leighton Koizumi, due adolescenti di San Diego, pensano quando devono ribattezzare la loro band prima di venire confusi con l’omonima band scozzese. Prima della fine del 1983 gli Shamen diventano dunque i Gravedigger V.

Cinque perditempo che non amano studiare e nemmeno imparare un qualsiasi mestiere.

E che non sanno nemmeno suonare, malgrado siano destinati a diventare nel giro di pochi mesi la più influente garage band della città.

Cinque ragazzini deviati che non possono nemmeno entrare nei locali dove sono chiamati a suonare, vista la giovane età. E dai quali in genere vengono sbattuti fuori in malo modo dopo aver distrutto parte della strumentazione.

I Gravedigger sono cinque capelloni che suonano un fetente set di oscuri pezzi di seconda mano presi dall’immondezzaio beat americano del ’66, quando i loro genitori non si erano nemmeno sposati.

Una gang di annoiati teenagers che abbinano eleganti vestiti mod ad improbabili zazzeroni alla Missing Links e stivaletti dal tacco cubano.

Ovvio che Greg Shaw ceda al loro fascino e proponga loro un provino.

All’inizio si tratta solo di registrare un pezzo per il nuovo volume di Battle of the Garage ma, dopo aver sentito l’urlo sguaiato di Leighton durante la loro It‘s Spooky, decide di proporre la registrazione di un intero album.

Quel disco è All Black and Hairy come il vecchio pezzo di Screaming Lord Sutch che lo apre, registrato in soli due giorni ai Silvery Moon Studios da Greg Shaw in persona nel Luglio del 1984. I ragazzi sono degli accampati, sovvenzionati da Greg per qualche panino e qualche birra, aiutati da Paula Pierce e Ron Rimsite per avere accesso ad una toilette dignitosa e ad un box doccia nell’appartamento che i due condividono, costretti a dormire in auto assieme ai volumi di Pebbles e Highs in the Mid-Sixties che Greg regala loro.

Ma ciò nonostante o forse proprio per questo All Black and Hairy è un disco che suona furioso e arruffato: otto cover e cinque originali scritti da Ted Friedman (John Hanrattie e Leighton Koizumi si prenderanno solo la briga di scriverci sopra qualche parolaccia, NdLYS). Un disco che si porta dentro tutta l’acerba collera ormonale, l’immoralità indolente e la sconcezza esaltata dell’adolescenza di cui pezzi come Tomorrow Is Yesterday, She Got, Stoneage Stomp o le cover di Hate, No Good Woman o Don‘t Tread on Me catturano l’aroma.

È solo questione di un attimo, come la giovinezza: il 31 Ottobre del 1984 (ancora Halloween, come all’inizio di tutta la storia, NdLYS), quando infine il disco viene pubblicato, i Gravedigger Five non esistono già più. In un solo anno hanno dissipato i loro cinque minuti di gloria, registrando in poche ore un disco destinato ad influenzare centinaia di garage band in tutto il mondo.

E quando tutto il mondo è pronto ad inchinarsi ai loro piedi, loro hanno già puntato altrove le punte dei loro beatle-boots lasciandoci a singhiozzare come il Leighton di She‘s Gone.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MOTORPSYCHO – Blissard (Stickman)

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Il quinto volume dell’enciclopedia dei Motorpsycho si intitola Blissard.

Occupa meno spazio del precedente Timothy‘s Monster ma riesce a dire le stesse cose, riconfermando i Motorpsycho come la più importante rock band europea degli anni Novanta. L’unica in grado di aggiornare il concetto di rock progressivo e dell’hard rock più triviale adattandolo, senza snellirne la forma, al gusto per il rumore delle nuove generazioni cresciute a pane e Sonic Youth. O a zucchero e Dinosaur Jr. o a veleno e Nirvana.

Blissard cattura dieci scatti della band norvegese in pose diverse.

Dal rallenti di Greener all’acquazzone di violini di The Nerve Tattoo, dalla solitudine artica di Manmower alle macchie grunge di Sinful, Wind-Borne, dalla distesa silenziosa di Nathan Daniel‘s Tune From Hawaii (scritta da Deathprod, autore di musica ambient che divide il suo schizofrenico lavoro di produttore tra i dischi dei Motorpsycho e quelli della Rune Grammofon, NdLYS) al post-rock di True Middle e alle distorsioni soniche di Drug Thing spaccate da un semplice ma visionario assolo, dal folk doloroso ma inconcludente di Fools Gold all’ambiziosa suite post-atomica di S.T.G.

Blissard è una sequenza di immagini sgranate e spesso fuori fuoco come quella di copertina. Non tutto è facilmente digeribile, non tutto riesce a bussare alle soglie del paradiso a dispetto dell’alta statura raggiunta in poco tempo dai longobardi ma i Motorpsycho continuano a ruotare vorticosamente attorno all’asse imperfetto di una musica onnivora.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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