PLAYGROUND – Kind of Blues (Vinza)

A guardare indietro, non sono molti i gruppi italiani da salvare dall’abisso degli anni Novanta.

I nomi è inutile farli, ma se avete due mani, vi avanzeranno delle dita.
I Tupelo erano tra questi. Tricolori solo per caso, più verosimilmente impastati nelle paludi dello swamp blues più blasfemo ed imbevuti nello stesso calamaio che vergò le pagine più decadenti del rock australiano (Beasts of Bourbon, Scientists, Birthday Party, Bad Seeds, Crime and The City Solution), il suono dei Tupelo era pura vertigine NOIR.
Blues deviato, corroso da chitarre che ne grattavano la carne fino a vederne spuntar fuori le ossa, un rosario di blues sepolcrali per uno Spoon River di anime dannate.
Il piscio che filtra tra le macerie del rock ‘n roll.
Playground nasce quando la creatura Tupelo è ancora in vita. Nasce in un momento in cui la scelta (poi mai portata a pieno compimento) di abbandonare l’idioma inglese in favore della lingua di Dante rischia forse di far perdere fiato all’ago della bilancia noise-blues dei Tupelo portandola al di sotto della preoccupante soglia high-level cui il gruppo di Lodi ci aveva sino ad allora abituati.
Kind of Blues nasce quindi, ma è solo una supposizione, dall’esigenza di riconciliare l’anima di Stiv Livraghi, anima dei Tupelo, con il blues perverso e licantropo di cui è stato profeta in Italia.
Qualcosa di catartico, viscerale, intenso. Playground sublima la perversa attitudine che fecondava le pagine migliori dei Tupelo , ne metabolizza gli eccessi e li usa come punto di sutura per ricucire strappi e ferite.
Ad accompagnare Stiv, come sempre fino ad allora, il suo angelo nero Anna Poiani e poi Fabrizio Balladori alle chitarre ed Alessio Zagatti ai tamburi. Kind of Blues è in assoluto uno dei migliori dischi mai prodotti in Italia, già dalla copertina che veste. Uno splendido scatto di Fabio Nosotti introduce ad un fiammante vinile. Formato 10″ e colore rosso acceso, manco fosse la giarrettiera di qualche porcona da bordello parigino. E poi…il disco.
Sette-tracce-sette trafugate dall’archivio di Lucifero in una notte di alcol e sesso.
È Tom Waits inghiottito dalla sua stessa bottiglia (Way Down in the Hole), è Diamanda Galas tirata a forza dall’empireo e stuprata sul parquet di una trattoria messicana (Let My People Go), sono i Beasts of Bourbon che scavano la sabbia del deserto australiano fino a tirare fuori tutto il fiele dell’Inferno (These Are the Good Old Days). E’ Willie Dixon che trova sbarrata la propria porta del retro proprio quando la voglia di sesso si è fatta irrefrenabile (Backdoor Man). Uno dei migliori cover-album che mi sia capitato di sentire, da sistemare accanto a capolavori come Kicking Against the Pricks” di Nick Cave o al debutto dei Chesterfield Kings e non si inorridisca per quest’ultimo accostamento, perchè è quasi da quelle parti che i nostri andranno a parare sul successivo Off.

Benvenuti alle porte dell’inferno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

playground

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