SMASHING PUMPKINS – Siamese Dream (Virgin)

Il parziale insuccesso di Gish, soprattutto se paragonato al boom istantaneo di Nevermind del collega/rivale Kurt Cobain col quale Billy Corgan divideva, oltre ai sogni e alle aspirazioni anche la medesima donna, costringe Billy ad un lavoro massacrante affinchè il secondo disco degli Smashing Pumpkins diventi la capsula che lo proietti fuori dalla scena indie direttamente nel mondo del mainstream.

Per questo si sottomette ad estenuanti sedute in studio lunghe anche venti ore dove registra, incide e sovrappone le parti di basso e di chitarra che Butch Vig (il produttore rubato ai Nirvana) obbliga di rimuovere dalle mani insicure ed incapaci di James Iha e D’Arcy Wretzky, la metà tecnicamente meno abile del quartetto.

Corgan è giovane ed ambizioso e sa che non può permettersi di sbagliare.

Ha in mente un disco lungo e straripante, uno di quelli che non puoi infilare su un lato di una musicassetta lasciando all’ascoltatore la libertà di registrare il disco di un rivale sul lato libero. Billy vuole che la gente lo compri, quel disco. Perché è doppio, ha una bella copertina e ha dentro la musica di cui tutti hanno bisogno: dura, compatta, sporca e incantata.  

E la gente lo compra, infatti, spingendo il disco in classifica e facendo degli Smashing Pumpkins i nuovi eroi del rock alternativo.

A risentirlo oggi (ma anche allora) Siamese Dream puzza un po’ di artefatto.

Un disco furbo, che suona come se fosse stato costruito a tavolino per affascinare le masse col suo incastro di riff hard rock che planano su cupi tramonti new-wave, come se l’aerostato dei Led Zeppelin si schiantasse tra i cieli d’Aprile dei Jesus and Mary Chain o Dave Navarro cacciasse la lingua dentro le labbra di Kiss Me Kiss Me Kiss Me. La formula è identica a quella dell’esordio, con le svisate chitarristiche che fendono l’aria come lame di coltello e rantolano acide e perverse su Cherub Rock, Mayonaise, Quiet, Geek U.S.A., Rocket, Silverfuck e si stendono placide come gli amanti dopo l’amplesso su Luna, Spaceboy, Soma fin quasi a zittirsi tra i violini di Disarm (che anticipano la magniloquenza fastosa della futura Tonight, Tonight) e della più debole Spaceboy. L’asse di equilibrio tra queste due anime complementari e spesso compenetrabili è rappresentato da Today, archetipo della canzone grunge da classifica colpevole tra l’altro degli sfaceli di Zombie dei Cranberries, My Own Prison dei Creed e Going Under degli Evanescence.

È l’ennesimo slogan al tutto e subito di cui ogni generazione rockettara ha periodicamente bisogno (per gli hippie ci fu il Vogliamo il mondo e lo vogliamo adesso di Morrison, per i punk il No Fuuuuuuture di Rotten). E Corgan, che lo sa, la tira su in pochissimi minuti e la porge su un vassoio di distorsioni che possono servire ad aprire un varco in classifica senza arrecare troppo danno.

Un’esca perfetta che nel Settembre del ’93 riempie di pesciolini la barca degli Smashing Pumpkins e di dollari le tasche di Corgan facendo di Siamese Dream uno dei dischi più venduti della stagione del grunge, quella che piove su Seattle e che invece a Chicago nevica.

                                              

                                                                                                       Franco “Lys” Dimauro   

 

Siamese_Dream_Front

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