THE STOOGES – Heavy Liquid (Easy Action)

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Liquido pesante. Come lo sperma di Iggy Pop. Iggy e i suoi Stooges. Odiati e sbeffeggiati in vita, risorti come icona sacra a 30 anni dal loro martirio. Ogni cosa che il Dio Iggy abbia toccato mentre si saturava le vene tra Detroit, Berlino, Londra e L.A è diventata oggetto di riscoperta. Ecco ora la Easy Action a documentare lo sfinimento creativo d’epoca Raw Power. Gli Stooges sono tutt’altro che una carcassa di un malato terminale e lavorano al nuovo repertorio, rinsaldando le cerniere con il r ‘n r di base e ponendo le basi per il suono pre-punk. Sono ore e ore di provini, abbozzi, studio e live versions di classici dei nuovi Stooges quelli che affollano questi 6 CD, con un corredo fotografico (curato da Mick Rock in persona) e biografico di tutto rispetto. Davvero chi è un fan sperticato degli Stooges dovrebbe pensare a ipotecare casa di questi tempi. O vendere il 70% dell’immondezzaio che tiene nella propria discoteca.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro
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DOZER – Call It Conspiracy (Molten Universe)

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Fatto salvo che i Kyuss sono stati la più grande stoner band avendo letteralmente creato un genere ben prima che esso venisse canonizzato come tale e che dunque è ora di smetterla di stupirsi se è loro il fantasma che più sovente si diverte a far strisciare le catene dentro i dischi di area stoner, questo Call It Conspiracy (il primo ad uscire per la loro etichetta Molten Universe dopo la “rovina” dell’impero Kozik) è il più convincente dei tre album fin qui incisi dagli svedesi Dozer, egregiamente prodotto da Chips Klesbye, braccio destro per ‘Copters e Nomads. Furioso, impattivo, groovey, in grado di spaccare culo e timpani con caterpillar come The Exit o A Matter of Time pieni di  tutte le citazioni del caso (Monster Magnet e Soundgarden su tutti) che metteranno in scacco i soliti critici malfidati e di uscirsene con una Lightning Stalker che è vertigine gravitazionale di estasi e paura, firmamento di supernova in esplosione. No, non inventano nulla. Che Dio li benedica.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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? AND THE MYSTERIANS – The Best of ? and The Mysterians (ABKCO)

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Grande messe di ristampe del catalogo Cameo-Parkway da parte della ABKCO, autrice negli ultimi anni di preziosissimi repackaging di Rolling Stones e Animals, tra gli altri. La Cameo e la sua consociata Parkway fu una delle labels di punta della scena del Michigan dei primi anni ’60, soprattutto una volta assicuratisi i servigi di Chubby Checker, ovvero il re del twist in persona. Uno dei loro migliori investimenti fu quello di acquisire i diritti di ristampa di un oscuro 45giri pubblicato dalla Pa-Go-Go da un gruppo di chicani dal nome assurdo: ? & The Mysterians. Il pezzo era 96 Tears e state certi che se macinate le strade del rock con frequenza, vi ci siete imbattuti di certo in qualche pit stop.

Magari sfogliando le pagine di Nuggets, oppure su QUEL vecchio disco dei Suicide, o magari in qualche live-show dei Prisoners. Un giro elementare, semplice ed ossessivo di tastiera Thomas e sopra la voce androgina di Rudy Alvarez che augura alla sua donna di versare 96 lacrime (69, in origine….ma i tempi non permettevano sempre simili allusioni, NdLYS).
Neppure troppo geniale se vogliamo. Ma quel pezzo diventò il tormentone beat di quella seconda metà dal ’66, schizzando direttamente al numero uno delle Billboard charts. Dietro gli occhiali color fumo Rudy si godeva il suo attimo di gloria, inventandosi il suo atterraggio da Marte e sfruttando la formula per i suoi numeri successivi. Ovvero una manciata di singoli e due albums che sono, a mio giudizio, due dei migliori party-albums mai realizzati ora raccolti per intero su questa raccolta, con l’aggiunta di un paio di versioni inedite e stereofoniche di Midnight Hour e 96 Tears. Manca solo, ed è un peccato, quella Beachcomber realizzata sotto il monicker The Semi-Colons all’alba del 1967.

Quello dei Mysterians era una sorta di funk disidratato, accucciato sulle tastiere, talmente disadorno da risultare punk. Non nella forma ovviamente, che era quella di un soul-beat ammiccante, quanto piuttosto nell’attitudine. Non per niente 96 Tears sarebbe diventato un classico minore prima che per i seguaci del neogarage degli anni ’80, per la generazione punk/new-wave. Una sorta di archetipo. Una formina perfetta per costruire canzoni circolari e strafottenti. Gli Stranglers e i Soft Cell, oltre ai Suicide di cui abbiamo detto, ne faranno tesoro. Formidabili i grooves R&B di pezzi come I Need Somebody, Smokes o Girl (You Captivate Me), con l’organo sugli scudi e il cantato sottilmente perverso di Rudy così come il boogaloo bavoso di Hangin’ on a String ma è il suono “d’insieme” a farne dei classici, anche quando l’asse si sposta in territori da intrattenimento jazz (Stormy Monday, Set Aside) o di classico call-and-response nero (come nella cover di Shout! degli Isley Brothers). Se non possedete i dischi originali o se, come nel mio caso, vi interessa comunque averne una copia digitale da portare con voi ad ogni festa, non sottraetevi a questa lusinga.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro


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THE HENTCHMEN – FormFollowsFunction (Times Beach)

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E chi lo ha detto che a crescere a Kinks e Sonics si rischia di non venir su bene? Prendete gli Hentchmen del Michigan, che dall’esordio di dieci anni fa su Norton sono invece cresciuti tanto adattando la loro formula garage/beat di base a quella sorta di attitudine retro-futurista che sembra avere attecchito da un po’ in America (pensate ai Briefs, ai Lost Sounds, agli Epoxies) e non solo e che ha ravvivato il loro stile, scaricando adrenalina sulle pestate sorde e primitive del loro ultra hentch sound. Ecco allora pezzi come Perpetuate, Cars On Film, All About Girls o Anywhere in grado di far fremere le natiche agli ex-fans degli Hives ovvero a quelli che hanno girato le spalle al Tirannosauro nordico di quest’anno per capirci, e far guadagnare agli Hentch un posto di tutto rispetto nel moderno circo neo-garage.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE SICK ROSE – Renaissance (Synergy)

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All’epoca della sua uscita, pochi furono teneri con un disco come Renaissance.

Ma Renaissance non era un disco che chiedeva tenerezza.

Chi lo compra in quell’ormai lontano 1992 si trova in mano una rosa che ha ormai perso quasi tutti i suoi petali.

Luca Re è rimasto l’unico tassello saldo tra la nuova storia e quella passata.

Si trova a dover spiegare ai nuovi amici Roberto Bovolenta (ex-Voodoo), Giorgio Cappellaro (che da lì in avanti rimarrà nei ranghi della band), Pippo Demasi (oggi uno dei più quotati dj dell’area urbana torinese) e Luca Mangani (futuro Amico di Roland assieme a Rhobbo Bovolenta e qui coautore di tutti i pezzi assieme a Luca Re) quello che vuole fare dei Sick Rose: una band dal suono martellante e ferocemente metallico e probabilmente lui fu più bravo a spiegarlo a loro di quanto lo sia io a spiegarlo a voi. Perché, malgrado all’epoca i puristi del sixties-sound (in parte illusi dalla pubblicazione di Floating che andava a riabbracciarsi ad alcune marcate influenze beat, NdLYS), avessero storto il muso in una smorfia di orrore, il suono di Renaissance si mostra la naturale progressione del suono stradaiolo di Shaking Street e prodotto al passo con i tempi. Un album che non tradisce ma allarga le radici della musica dei Sick Rose e che solo gli stupidi nostalgici del fuzz e del Farfisa fanno finta di non comprendere.

Un destino che i Sick Rose possono “vantarsi” di condividere con gli americani Miracle Workers, anche loro vittime di scelte spesso incomprensibili per il cervello medio dei propri ammiratori (ricordate lo scalpore che suscitò la scelta di inserire in scaletta una cover dei Black Sabbath, all’epoca di Live at The Forum? NdLYS).

Le chitarre di Rhobbo e Giorgio sono fumanti bracieri che riaccendono le ceneri di Cyril Jordan, Ron Asheton, Ed Kuepper, Mick Ronson, Wayne Kramer, Rick Nielsen, Deniz Tek, come nel ruggito del bridge di Alive and Well  (dove vengono doppiate dall’armonica di Sergio Chiorino dei Wells Fargo), nel wah wah che inghiotte il rock ‘n roll di The American Dream e l’inaugurale Cheating o nella potente fuga metallica di See the Glow ma sono pure docili amache capaci di cullare le sognanti ballate elettriche di Now She Comes in Color e Abbie‘s Dolls.

Renaissance conferma l’eclettica capacità della band torinese di rinnovarsi nel segno del più tenace amore per il rock and roll. Lontani dall’ombra dei Blues Magoos e dei 13th Floor Elevators, verso una sfida nuova, piena di sinistri presagi.  

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – A Real Cool Time Revisited (RPM)

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Una sorta di Grande Fratello sulla scena rock ‘n roll svedese degli anni Ottanta.

Chi c’era sa di cosa stiamo parlando e potrebbe comunque essere utile una ripassatina.

Per chi non c’era potrebbe invece schiudersi un mondo, sempre nell’eterna speranza che le svedesi vi schiudano anche altro. 

Perché durante gli anni Ottanta (quelli che qualcuno si ostina a definire terribili, chissà poi perché, NdLYS) la Svezia si trovò Dio sa come, al centro del mondo, come se le sue distese di licheni fossero state fertilizzate con lo sperma di Eric Burdon e Greg Roslie. Un subisso di band ispirate a diverso titolo dalla musica sixties, chi più (Backdoor Men, Creeps, Wylde Mammoths, Stomachmouths, Crimson Shadows, Nomads) chi meno (Playmates, Dolkows, Wayward Souls, Leather Nun, Bottleups, Cornflake Zoo, Watermelon Men) votata ad un recupero musicale ed estetico dei canoni stilistici di due decenni prima. Tonnellate di garage-rock, maximum R ‘n B, power-pop, jingle jangle, surf, voodoobilly, psichedelia, folk-rock, beat-punk, frat-rock colarono da quell’enorme fallo che sovrasta il Vecchio Continente trascinando giù una pletora di singoli, mini-LP e album che i vecchietti come me ricorderanno tra i più belli di quella stagione passata alla storia come “sixties-revival”. A Real Cool Time Revisited raccoglie quaranta pezzi di quegli anni per un paio d’orette di piacere. Alcune cose oggi sono da buttare, altre lo erano già allora. Ma alcune invece, come Help That Girl dei Wylde Mammoths, Out of My Mind dei Backdoor Men, Don’t Put Me Down degli Stomachmouths o She‘s Gone dei Creeps, resteranno per sempre conficcate nei nostri cuori.    

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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FUNNY DUNNY – The Waiting Grounds (The WG Rec.)

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In estate mi accontento di poco.

Un paio di infradito, un costume, un elastico per i capelli, il frigo pieno di birra e qualche disco che ti tenga su il buonumore, che a tenere su altro ci pensano le donne poco vestite che passeggiano sul lungomare (e a ributtarlo giù quelle che non se lo possono permettere ma lo fanno ugualmente, NdLYS). 

The Waiting Grounds ha fatto la sua parte, in questa estate 2012.  

Attacca con un potente quasi-Easybeats come Both of You, prosegue surfando (Failure), rockabillando (B-Side)  e rollando (Don’t Believe It) con alcuni numeri eccellenti (Otis, Both of You, Mugello‘s Theme, la mojomatica Why Did I?, Zizinzi con un accenno alla Well It‘s True di Attila and The Huns, la cover di She Said Yeah) e altri un po’ meno lucidi.   

Tutto ottimamente suonato dalla band di Avellino e altrettanto egregiamente prodotto da Matteo Bordin e Nene Baratto nel loro studio di Montebelluna, assecondando l’invito di copertina a suonare il disco più forte del precedente.

Manca forse, per puri motivi anagrafici, un po’ di quell’energia tutta adolescenziale che trabocca dai classici del genere, dai Sonics ai primi Makers, ma i Funny Dunny si dimostrano in grado di poter articolare un linguaggio rock ‘n’ roll forbito che sa elaborare le regole base del lessico garage, power-pop, surf, soul, rockabilly, beat con una buona precisione di tiro.

E, come dicevo, il tiro è proprio quello che conta quando si parla di rock ‘n’ roll.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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