AA. VV. – Fuzztones Illegitimate Spawn (Sin)

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Che il “seme” di Rudi sia stato profuso con estrema prodigalità durante tutti questi anni era cosa sospettabile. Che dietro ci fosse addirittura una sorta di “missione” darwiniana, come quella di caldeggiare e tutelare la salvaguardia della specie fuzztoniana come ci rivelò Rudi nella intervista sul # 8 era invece cosa meno ipotizzabile. Il concetto viene ribadito anche sulle liner notes di questo tributo ai Fuzztones voluto dallo stesso Rudi e che ha coinvolto la parte attiva del Cult of Fuzz, ovvero uno dei più  agguerriti fan club degli ultimi venti anni. Un doppio cd che dovrebbe dunque testimoniare la riuscita dell’ esperimento di ibernazione delle cellule fuzztoniche, legittimando il mito.

Peccato che di vera e propria ibernazione si tratti, nella quasi totalità dei casi. Ovvero, il seme si è conservato esteticamente bene ma la sua struttura molecolare è prossima a quella del fossile e diciamo francamente che i Fuzztones meritavano qualcosa che fosse all’ altezza del mito invece che una schiera di emuli e simulatori di chincaglieria fuzz. Pochi sono i contributi originali e innovativi che si tirano fuori dal pantano dall’ anonimato più totale in cui affoga la maggior parte delle bands coinvolte: su tutti la bellissima versione noir di Just Once del compianto Nikki Sudden, il vortice psichedelico di chitarre in cui sprofonda Look for the ? ad opera dei pisani Strange Flowers, la Cheyenne Rider virata punk dei belgi Paranoiacs, la Ghost Clinic che Hank Ray dipinge con lo stesso nero corvino degli abiti di Johnny Cash. A queste aggiungerei i quattro brani firmati da Mangazoides, Weirdtones, Batlord e Vibravoid che rendono omaggio ai Fuzztones firmando delle autentiche dichiarazioni di amore autoctono, oltre alla sempre maestosa versione di Black Box che i Morlocks fecero sul loro live per la Epitaph e la cover dilatata e onirica di Ward 81 che chiude il primo disco sotto gli effluvi psichedelici dei Plasticland. A fare la differenza è dunque quasi sempre gente che con Rudi e i Fuzztones ha condiviso parte della storia della cultura neo-psichedelica non certo la genia di bands che a loro si sono ispirati. Mettiamola così: se il seme era indubbiamente buono forse non sempre il terreno era di ottima qualità.

Dopo aver ascoltato 42 pezzi resta però un interrogativo a roderci dentro: perché dovremmo trarre diletto dalle versioni più sciatte dei re del fuzz (e Dio sa quanto ho sofferto a sentire disinnescare la bomba di Cellar Dwellar….., NdLYS) quando in giro ci sono ancora loro????

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE MOVE – The Very Best of The Move (Salvo)

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La burrascosa e provocatoria gestione di Tony Seconda aiutò e non poco l’esplosione dei Move, nell’Inghilterra combattuta tra perbenismo e folate di libertà dei mid-60s. Banchine dove banchieri in bombetta e bastone si urtavano con mini-skirts svolazzanti, dove l’amore per i Beatles stava soggiogando quello per la Regina, e le immagini dei Monarchi provocavano devozione ma anche sdegno. In questo mare increspato dalla burrasca e anche dopo l’ammutinamento contro il capitano Secunda, la dreadnought dei Move avrebbe dominato le onde delle charts inglesi dal Gennaio del ’67 al Febbraio del 1969, quando tutto il mondo, Italia compresa, si svegliò al mattino fischiettando Blackberry Way inabissandosi poi lentamente non senza sparare altre cannonate come quella Brontosaurus cantata come una Dead Man‘s Chest disperata da una ciurma ormai quasi allo sbando, alleata alla nave pirata Black Sabbath. Questo cd, che altro non è se non un sunto (più economico ma anche più povero da “guardare” e ascoltare, NdLYS) del box celebrativo curato sempre da Chas Chandler per la sua Salvo, celebra tutto questo. Una storia sospesa tra le consuetudini e gli eccessi di una band che si faceva fotografare guardando dritto dentro l’obiettivo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

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SLIPPER – Earworms (Mechanism)

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In tutta franchezza non riuscivo ad immaginare le bacchette di Chris Miller fuori dal contesto in cui le avevo amate, cioè a picchiare sulle pelli di New Rose o Neat Neat Neat, a rinsaccare le panze di chi ha avuto il privilegio di vedere i Damned del periodo aureo in azione. Quindi, avendo mancato l’appuntamento con l’esordio sulla label di Mr. Aphex Twin, non sapevo cosa aspettarmi da questi Slipper che vedono, oltre ai rantolanti stantuffi di Rat Scabies, Linda Goldfinger (che non è Linda Lovelace, pace all’anima sua!!) e Sam Dodson dei Loop Guru prodigarsi in questo gioco di incastri che col rock ‘n roll c’entra nulla. Siamo piuttosto in un territorio di confine, su una ipotetica striscia di Gaza che ha molte analogie col jazz per la sua natura free, frammentata ed esoterica. Hello, per esempio, sembra Bjork persa tra le maglie della Arkestra di Sun Ra, Smokin’ pare un’ombra cinese dei Soul Coughing con quel giro di corde basse così epidermico. Nuhoover invece suona come una banda di paese in preda agli spasmi, laddove Sheep è invece la Naked City di John Zorn che si ferma a guardare il suo 11 Settembre. Gioco seducente, da provare.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro


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OJM – Heavy (Beard of Stars)

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La copertina è già di monito e così ecco che appena schiacciato il tasto play sul malcapitato lettore CD sbatti naso e culo sul “solito” impenetrabile muro di suono, le saturazioni ultracompresse e i riffs a terzine del più classico ascendente Kyussiano, evocazioni subito replicate da Revelations. La discesa nel maelstrom comincia con You Come, un giro pesissimo che si allaccia alla più classica matrice doom/ossianica, prima di venir fagocitato dall’inconfondibile richiamo del rettile Pop e dal vortice di TV Eye. Malgrado il gruppo di Treviso dimostri di saper maneggiare con credibilità e competenza il più classico suono stoner, sono tuttavia pezzi come As I Know e Theorem che potrebbero dare la spinta per lo scarto decisivo e allontanare il quartetto dalla lunga lista di figli illegittimi di Josh Homme, è lì infatti che il suono soffocante di Heavy si apre e prende respiro espandendosi come un mantice: la prima è una power ballad con ottime saturazioni e uno slendido mood melodico, figlia del Timothy’s Monster dei signori Motorpsycho, la seconda, posta a suggello del disco, è una fattanza in cui si intrecciano elettricità e ricami acustici, un dipanarsi lisergico che pare lievitare grazie all’incontenibile furore tecnico degli Ojm, autentica rivelazione della scena stoner europea. E Dio sa quanto ce ne sia di bisogno.

                                         

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro


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