THE SEWERGROOVES – Constant Reminder (Wild Kingdom)

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I Sewergrooves sono la “cosa” più vicina al suono degli MC5 venuta fuori dalla rivoluzione scandinava di qualche anno fa. Una scena che pare al momento ammansita, forse demotivata dalle mutate attenzioni dei critici. Il quartetto svedese esce fuori invece con un disco che rinsalda il suo legame col r ‘n r violento dei Motor City Five, mulinando riffs elementari e potenti e affidandosi alla voce di Kurt che in più di una occasione richiama il fantasma di Rob Tyner. È quanto succede in pezzi come Demon in My Head, Son of God, On Fire, Ain‘t Just a Dream che richiamano alla mente i momenti topici di dischi come Babes in Arms o Back in the USA. Altrove (I’m on the Run, la title track) affiorano le analogie con la storica band di Alice Cooper dei primi ‘70: r ‘n r decadente e hi-energy figlio della lezione garage spiritata degli Spiders. Una grandissima conferma.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro


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BLACKTOP – I Got a Baaad Feelin’ About This (In the Red) / THE DIRTBOMBS – Dangerous Magical Noise (In the Red)

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Quando i Gories vennero fuori, nell’indifferenza generale (non mi si venga ORA a parlare con aggettivi grandi quanto i manifesti Benetton del loro ruolo seminale, propedeutico e blablabla…ALLORA nessuno se li cagava, e ve lo garantisco senza tema di smentita, NdLYS), nessuno avrebbe mai immaginato che quel nigga allampanato in gessato e occhiali fumè (col senno di poi…alquanto Tarantiniano) sarebbe diventato l’uomo cardine di tutto il rock ‘n roll Detroitiano. Nemmeno Mick Collins, che era il dato anagrafico corrispondente a quella figura sopra descritta. E non solo quello. Non solo Detroit, voglio dire. È a Los Angeles infatti che nasce la In the Red, etichetta nata come estremo atto votivo al suono scheletrico di Pussy Galore e appunto Gories. E parlo della label di Larry Hardy come di una delle più radicali e importanti etichette di lo-fi punk mai esistite. Cheater Slicks, Bassholes, ’68 Comeback, Necessary Evils, Hunches, Deadly Snakes, Clone Defects sono passati dai loro cessi, a graffitarne le pareti e sporcare le piastrelle. Terminata l’avventura dei Gories e concluso in malo modo e senza alcuna pubblicazione il contratto stipulato con la Warner Bros., quando Mick sembra non volerne più sapere di musica e soprattutto di etichette discografiche, Darin Lin Wood dei ’68 Comeback lo mette praticamente sotto assedio, finchè il nero non cede. I Blacktop, messi su proprio con Darin, avrebbero ridato fuoco alle polveri inesplose dei vecchi Gories. 14 mesi di fiamme rovinose. Poi, nuovamente la cenere. Solo che stavolta aveva la forma di uno spettro eroinomane. Baaad Feelin’ li ripercorre per intero racchiudendo in 26 tracce TUTTA la produzione della band di Detroit. Un disco fondamentale, fatto di blues e rock ‘n roll basici ridotti all’essenziale, allo scheletro, al DNA primordiale. Quasi contemporaneamente viene invece fuori il terzo album dei Dirtbombs ovvero la più longeva creatura di Collins. E anche quella con le maggiori varianti e, potenzialmente, le più grandi chances di visibilità. Dangerous Magical Noise è un gran disco. Profondamente punk e profondamente soul. Tendenzialmente sgraziato e imperfetto ma all’occasione galantuomo e consolatore. Sono le stimmate perfette per uno come Collins, da un lato affascinato dai grandi della black music e quindi dalle proprie radici culturali e storiche (John Lee Hooker, Sly Stone, James Brown, Curtis Mayfield, Sun Ra) e dall’altro dannatamente perso dentro un incubo urbano di metallo e cemento (lo spettro della Detroit industriale che già affiorava in passato sottoforma di proiezioni Stoogesiane e che qui riappare in tutta la sua violenza sottopelle e si colora di fioriture glam e protopunk). Gli spettri di Marc Bolan, Mick Turner e Mission of Burma che fumano pipe di crack nel quartiere nero della città. Profondo e bruciante come una ferita da arma da taglio, se ve ne siete mai procurata una.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE POLICE – Synchronicity (A&M)

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Sotto l’ombra dell’albero delle banconote cresce la serpe dell’odio. Synchronicity, il disco che i Police realizzano quando sono pronti a sistemare il loro trono in cima al Pianeta Terra, è un disco imbevuto di odio. Il pomo della discordia è quello che sarà ricordato dal mondo intero come il maggior successo commerciale del gruppo e dal sottoscritto come la canzone più brutta di tutto il loro repertorio. Si intitola Every Breath You Take, un irritante brano che nella sua descrizione di un amore possessivo fino alla claustrofobia lascia trasparire la visione distorta in direzione egocentrica e totalitaria che Sting sta maturando all’interno del gruppo. Il bassista la presenta al resto del gruppo registrata su un nastro con la sua voce che biascica le sue parole di gelosia su qualche accordo elementare di organo Hammond (che verrà mantenuto sulla versione definitiva, pur se suonato su un più confortevole sintetizzatore Oberhaim). Quando Summers e Copeland si mettono all’opera per vestire la canzone dei soliti vestiti Police, Sting decide che è il momento di prendere il sopravvento imponendo al batterista un accompagnamento elementare, privo di qualsiasi inventiva. È il momento in cui il rapporto già incrinato tra Sting e Stewart Copeland (ovvero le personalità più forti e con maggiori velleità artistiche all’interno del terzetto), si spezza definitivamente. Il resto, quel poco che resta tra la registrazione dell’album e il tour che lo porterà in giro per il mondo, è solo una questione di cifre da spartire. Giudicare però un intero album solo dal singolo che lo rappresenta è sempre fuorviante o superficiale. Synchronicity è un album disomogeneo e scostante. Non del tutto indisponente e detestabile nonostante l’aria elegante e ricercata che spesso si cuce addosso, nonostante l’etnico da salotto che offre in qualche occasione, nonostante l’ostentazione di una raffinatezza irritante e un rabbonimento delle vecchie intemperanze giovanili reso manifesto su molte delle sue tracce.

Tra i capolavori da salvare innanzitutto Mother, una squilibrata e demente liturgia elettronica scritta da Copeland che liricamente si colloca in netta antitesi con le smanie tiranniche di Every Breath You Take. Quindi i due movimenti della title-track, incalzanti e anthemiche rock songs dal passo fiero e dalla mascella implacabile. Imperdibili pure la pregevole Miss Gradenko offerta in sacrificio da Andy Summers e infine la cantilena eterea di Wrapped Around Your Finger, una nauseabonda dondola di sincopi reggae rallentate all’inverosimile per permettere l’entrata ad effetto del ritornello e l’incalzare ritmico dell’ultima strofa. Una esoterica danza pneumatica sui giochi di ruolo, sui legami di potere e sul loro simbolismo da cui è impossibile sfuggire per l’atmosfera di sognante disillusione che la contraddistingue. Un altissimo e lambiccato esercizio di stile, banalizzato forse da vendite milionarie ed esaltato invece da un video dall’eleganza austera e severa.

Il resto è il preludio alle lacche dello Sting solista che verrà di lì a poco.

Il commissariato si svuota. Arriva la buoncostume.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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SAND – The West Is Best (Zip)

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Kim Fowley è un folletto sessantenne che ha attraversato trasversalmente tutta la storia del rock, dai tardi ’50 fino ai giorni nostri ficcando la testa un po’ ovunque: Mothers of Invention, Runaways, Alice Cooper, Dead Boys, Steppenwolf, Pretty Things, Modern Lovers, Byrds, Beach Boys, Cat Stevens, Mott the Hoople, Them, Germs, Seeds, Kiss, Sonic Youth e Dio sa cos’altro. Roy Sweeden è saltato invece sull’ ultima corsa dei Misunderstood prima di dilettarsi producendo bands come Electric Six o Chubbies negli ultimi anni. Esortati da quel predicatore di sixties-culture che è Little Steven al cui show radiofonico Underground Garage è dedicata la traccia che inaugura il cd i due si sono messi insieme per incidere questo disco col moniker anonimo di Sand. Il disco, come è facile attendersi da due reduci, non offre momenti di inedita spettacolarità ma è piuttosto un modo per giocare, evocandoli, con i propri fantasmi che sono fondamentalmente surf music per Roy (Renegade, Garage Mirage, Blue Surf) e un fangoso, limaccioso swamp blues da rednecks per le nove tracce scritte a quattro mani, figlie bastarde nate da un incesto tra Captain Beefheart, John Fogerty, Bill Gibbons e Duane Eddy.

Franco “Lys” Dimauro

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RAMONES – Halfway to Sanity (Sire)

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Quando Halfway to Sanity fa la sua comparsa nei negozi, il 15 Settembre del 1987, Ritchie ha già lasciato la band da un mese per futili motivi sui ricavi delle magliette della band che Ritchie ha curato personalmente per quattro anni. Ma sono ancora le sue bacchette a picchiare su quello che è forse il miglior album dei Ramones dell’intero decennio. Suoi sono anche un paio di pezzi che fanno la loro sporca figura in questa dozzina di brani prodotti da Daniel Rey. Il gain delle chitarre è sempre compresso e il suono robusto li avvicina all’impronta rock dei dischi di Iggy Pop dello stesso periodo senza disdegnare un certo taglio necrofilo che fa di un pezzo come Garden of Serenity un piccolo inno per gli orfani del suono post-punk dai tratti gotici dei primi Cult e della Missione delle Sorelle della Misericordia. Il power-pop di Go Lil’ Camaro Go, con divertente citazione di Papa Oom Mow Mow, mette in mostra la voce (purtroppo solo quella, NdLYS) di Debbie Harry mentre I Lost My Mind (che fa il paio con la scheggia I‘m Not Jesus con tanto di Padre Nostro recitato in latino) è una divertente parodia hardcore scritta da Dee e Johnny che lasciano come sempre a Joey il compito di scrivere i pezzi più vicini al pop anni sessanta come A Real Cool Time (che i Jesus and Mary Chain, altri devoti allo Spector-pensiero, riscriveranno altre cento volte, NdLYS), Death of Me e la stupenda ballata Bye Bye Baby omaggio nemmeno troppo velato a Be My Baby delle Ronettes.

Il ritmo della giungla di Worm Man chiude il sipario su un album che mostra una band ancora in grandissima forma nonostante sia stata costretta, per non essere ridicola, a tagliare via già da qualche anno We’re a Happy Family dalla scaletta dei concerti.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro


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STIV BATORS – Disconnected (Bomp!) / L.A. Confidential (Bomp!)

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È opinione diffusa, confermata dagli stessi reduci di quella stagione, che Greg Shaw abbia speculato sui Dead Boys e Stiv Bators “dimenticando” di versare fiori di royalties sulle pubblicazioni ufficiali e semilegali che riguardavano quella congrega di teppisti newyorkesi. Se così fosse, la Bomp! torna a infierire ristampando dopo 25 anni queste due titoli fondamentali del proprio catalogo.

La cosa certa è che Greg ebbe un ruolo determinante per la breve avventura solista di Stiv dopo la sua fuoriuscita dai Dead Boys prendendo parte attiva in fase creativa e di rifinizione (sua l’idea dell’hand-clapping sotto l’assolo del suo primo singolo It’s Cold Outside, per esempio) e condividendo con Stiv il suo amore per il sixties sound e il power-pop. Stiv voleva scrollarsi di dosso, musicalmente, il ruolo di reietto della punk scene che si era cucito addosso con i suoi precedenti gruppi e dare sfogo al suo amore per il garage rock e il beat. Chitarre Vox e Rickenbacker in bella mostra, beatle boots e zazzeroni lunghi alla Blues Magoos erano il nuovo look sfoggiato sulla copertina del loro primo singolo: guarda caso la cover di una sixties band della sua città, Cleveland. Tutto Disconnected è saturo di quella passione per le chitarre jingle jangle sporcate dalla merda elettrica di quegli anni, così come tutte le restanti sessions raccolte su L.A. Confidential, dove brillano standards come Louie Louie o Have Love, Will Travel. Le ristampe sono curatissime, piene di aneddoti, foto (Stiv amava circondarsi di belle fiche, da Cynthia Ross a Bebe Buell passando per Sabel Stark, NdLYS) e con un bel mucchietto di bonus tracks. Spassosa la Morrison Rant registrata al Ritz il 28 Dicembre del 1980 con Stiv che fa la parodia di Jim Morrison così come la grezza prova di Neat Neat Neat con Brian James che di fatto segna la nascita dei Lords of the New Church così come è da brivido la versione di Little Girl dei Syndicate of Sound nascosta tra le bonus di Disconnected.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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CHOCOLATE WATCHBAND – Melts in Your Brain…Not in Your Wrist (Big Beat)

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A venti anni dalla seminale 44 la Big Beat rimette mano al catalogo della Watchband con la perizia che le è consueta e qualche trascurabile ma curioso inedito. Un doppio CD che raccoglie l’intera vicenda di una delle bands FONDAMENTALI del 60’s-sound, feroce soprattutto nell’esecuzione delle covers. Pochi possono vantare un repertorio in grado di far impallidire anche gli originali, in quegli anni. Ma le loro riprese di Milkcow Blues, It’s All Over Now, Baby Blue, In the Midnight Hour, I’m Not Like Everybody Else o I Ain’t No Miracle Worker erano pura dinamite, roba che fece tremare il culo anche a Mick Jagger che cercò di boicottare la loro versione di Come On.

Melts in Your Brain ne ritraccia la storia ingenua e rapidissima. La camera di riverbero di Gone and Passes By è ancora oggi una delle Meraviglie della Terra. Brividi lungo la schiena, persi nell’eco di sitar e maracas.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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