RAPPRESAGLIA – 1982 (City of the Dead)

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Dura in tutto 16 minuti e si intitola 1982: era il piano d’attacco di una formazione seminale per l’hardcore che proprio in quell’anno stava attecchendo in tutta Italia, esplodendo da Centri occupati come il Virus di Milano (in pratica la loro casa) per dilaniare tutto lo stivale e parte del territorio straniero inghiottendo tutto il punk lercio ma infinitamente più romantico che c’era stato prima. Il punk cominciava a colorarsi di politica perdendo la sua forza di spaccatura sociale per farsi ideologia partitica. I Ramones erano già roba da fumetti, e Dio li benedica per questo. I nuovi punx si schieravano, musicalmente e ideologicamente, su altre traiettorie che del punk raccoglievano l’energia ma poco altro.

Questa ristampa raccoglie dunque i primi vagiti di una scena che avrebbe dominato la controcultura italiana per almeno un lustro. Sarebbe stato più opportuno però, visto anche lo spazio digitale disponibile, una retrospettiva che si allargasse almeno fino a includere tutta la fase pre-CGD del gruppo di Franz Del Cerè, invece ci si limita a ripercorrere l’identica scaletta del disco già pubblicato in 500 copie di vinile giallo qualche annetto fa: i due pezzi sullo split con Nabat, Dioxina e Arrm e quelli dello split con gli Impact.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE SOLARFLARES – Laughing Suns (Big Beat)

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Una BOMBA. Tanto vale dirlo subito ed evitare giochi di parole superflui e pretenziosi. I Solarflares hanno messo a segno il loro capolavoro, una scintilla in grado di accendere il fuoco della mod-scene ormai da tempo orfana di dischi memorabili, decisivi, capitali. Diceva bene Allan Crockford quando mi confessava un paio di mesi fa che i pezzi migliori Graham Day li ha scritti per i ‘flares e non per i Prisoners. E queste 14 tracce ne sono la prova lampante. Non un pezzo mediocre. Pazzesco. Dai pezzi dal taglio garage come Every Way I Lose o Dragging You Down all’Hammond-beat mutante di Really Want Me alle ballate freakbeat come Tender Minds ai soliti imperdibili strumentali, i soli sorridenti dei Flares abbagliano come mai prima d’ora. E chi conosce la loro discografia sa da quali basi altissime si partiva. Fuori tempo massimo, il miglior disco del 2004. Almeno per i prossimi dieci anni.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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EDOARDO INGLESE – L’Inglese per tutti (autoproduzione)

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Non ho riso, ascoltando il disco di Edoardo Inglese.

Non ho riso perché non avevo voglia di ridere.

Non ho riso perché quando rido mi viene su una faccia da cazzo moscio. A stare incazzato mi si irrigidiscono i muscoli facciali e quando mi dicono “hai la faccia tesa” mi viene da pensare “stai guardando un’erezione e non te ne sei neppure accorta, allegra allodola che non sai manco dove deporre l’uovo”.

Non ho riso perché sono disgustato. E quando hai il voltastomaco non ridi, altrimenti vuol dire che stai fingendo. Magari perché fa tendenza.
Non ho riso perché ne ho pieni i coglioni, della gente che ride.

Come li aveva pieni Luigi Tenco. Come li aveva pieni Francesco Guccini. Come li aveva pieni Giorgio Gaber.

Non rido perché il porcospino ha gli aculei, l’alpaca la saliva, la puzzola il buco del culo. A me hanno tolto tutto. Io mi difendo come posso.  

Non ho riso perché con i versi del senso perso di Toti Scialoja avevo già riso, ma era molto tempo fa.

Non ho riso perché i pagliacci mi mettono sempre tristezza. Anche quelli di Leoncavallo e di Gigi Savoia.

Non ho riso perché ho la consapevolezza amara e fondamentalmente errata che in fondo non c’è un cazzo per cui ridere, e so che non la pensate così.

Ma alla fine quello che Edoardo Inglese prova a fare non è farci ridere, perché magari è più incazzato di tutti.

Prova a fare dell’ironia.

Sferzante e anche severa, come quella che attraversa sussurrando I morti nostri, sorta di 19 (Paul Hardcastle, qualcuno ricorda?) che sventola sotto il tricolore italiano, lo stesso adattato ad Union Jack sulla copertina di questo disco della voce solista della Original Slammer Band, da poco arrivata ai venticinque anni di onorata carriera sull’onda gelatinosa della sua blob music. Un disco randagio che si nutre di tantissime suggestioni liriche, musicali, teatrali anche se a livello di attitudine sonora, soprattutto quando scende in campo la Slammer Band, le analogie più palesi sono quelle col funky metropoiIt(ali)ano di Bisca e Folco Orselli.

Un album dove si scherza con l’italiano e sugli italiani. Quello che era il popolo degli eletti e che ora è solo un popolo di elettori.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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