THE JIMI HENDRIX EXPERIENCE – Are You Experienced (Track)

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Bisognava esserci, per capirne pienamente l’impatto.

Bisognava esserci quando arrivarono nei negozi il blues da western di Hey Joe e le deflagrazioni elettriche di Purple Haze.

Bisognava esserci quando Jimi incendiava la sua chitarra davanti al pubblico attonito e stordito di Monterey e quello accorso per vedere i Walker Brothers all’Astoria di Londra. 

Bisognava esserci quando agitava la sua chitarra come un enorme fallo mentre esibiva la sua lingua simulando del sesso orale davanti alle sedicenni che erano andate a far colare i primi liquidi vaginali guardando i Monkees, i Beatles di plastica, fare le moine sul palco.

Bisognava esserci quando dalle casse del palco, per la prima volta, usciva il rumore di un aereo in picchiata. E poi se ne udiva lo schianto. E sembrava di essere arrivati davvero troppo in alto, ancora più alto di dove la fantasia sintetica poteva portare.

E invece, tra quanti ne continuano a scrivere, quasi nessuno c’era.

E molti erano talmente piccoli da non ricordarne il passaggio, di quella cometa selvaggia chiamata Jimi Hendrix Experience. Non il primo ma sicuramente il più devastante terzetto uscito fuori dalla scena psichedelica inglese degli anni Sessanta, messo su da Chas Chandler non per sorreggere l’infinita mole di suoni che sembra affollare la testa di Hendrix ma per elevarli ad un livello ancora più alto.

Mitch Mitchell e Noel Redding non sono due comprimari. La turbinosa batteria del primo e le inventive linee di basso del secondo sono le orbite dentro cui il pianeta lisergico di Jimi può percorrere migliaia di anni luce senza venire inghiottito dal vento stellare.

Il disco cui mettono mano sotto la guida sapiente di Chandler tra l’Ottobre del 1966 e l’Aprile dell’anno successivo è, assieme, la Genesi e l’Apocalisse del movimento psichedelico inglese. Tutto è pura follia dentro Are You Experienced, tutto è frastuono abnorme e sproporzionato per gli ingegneri del suono dell’epoca, disorientati da una colonna di Marshall che sembra voler spazzare via tutto come un enorme, incontrollabile Big Bang. È un suono quasi impossibile da domare, figlio selvaggio del suo selvaggio ideatore. Fiero, maschio ed imbizzarrito, soffre le costrizioni di uno studio di registrazione, esattamente quanto quello dei Beatles di Sgt. Pepper‘s o dei Pink Floyd di The Piper at the Gates of Dawn sembravano invece giovarne.

Hendrix riserva qualche angolo al suo amore per la musica nera (il blues di Red House e il R&B di Remember) lasciandosi per il resto bruciare in pieno da una vampata di colori accecanti figli della cultura flower-power dominante.

Ecco così la psichedelia pluviale di May This Be Love. Quella urbana di Manic Depression. Quella metafisica di Are You Experienced?. Quella spaziale di 3rd From the Sun. Quella funky di Fire. Quella erotica di Foxy Lady.

È il suono di una rivoluzione ideologica, musicale e razziale.

L’affermazione della supremazia nera sulla nuova cultura bianca, tanto da venire corteggiata dalle Black Panthers e guardata con sospetto da servizi segreti e dai giornali del potere.

Ma, come dicevo, bisognava esserci. Ed esserci davvero.

Il resto è pura demagogia.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro


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FUGAZI – Red Medicine (Dischord)

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Nel 1995 Red Medicine arriva a riempire con la calce l’unica crepa presente nel muro di suono dei Fugazi: l’eccessiva seriosità.  La “medicina” che si aggiunge così alla complessa miscela di suoni e concetti fugaziani è dunque il senso dell’humour. Red Medicine è un disco che, senza perdere la voglia di sperimentare tipica del quartetto di Washington, risulta melodicamente meno sfuggente pur sconfinando per la prima volta in qualche angolo di noia (i tre minuti di Version, quasi un Tuxedomoon fuori confine, l’inconcludente Combination Lock, il seppur pregevole caos fine a se stesso di By You, la Fell, Destroyed pavementiana sin dal titolo, NdLYS). 

La sassaiola dei Fugazi diventa dunque terreno edificabile.

L’apertura è affidata a una doppietta di impronta quasi garage (per semplicità d’azione e immediatezza melodica) mitigata appena dalla terza Latest Disgrace che si chiude poi verso il ghigno cattivo di Birthday Pony per poi scivolare nella melodica ed intorpidita Forensic Scene che segna l’ingresso dei Fugazi nell’indie-rock americano, tra Ween e Tripping Daisy.

Passata questa secca, si torna alla furia hardcore e al mai sopito amore per la sinuosa movenza del reggae giamaicano con il trittico finale: la Back to Base che tanto deve a quegli altri profeti del punk emotivo degli Hüsker Dü, la stoogesiana Downed City e l’evocativa Long Distance Runner guidata da un basso caduto da Forces of Victory di Linton Kwesi Johnson.

Un disco di transizione tra un capolavoro e l’altro.

Solo per abbassare la media.

Per non finire tra i secchioni, rimanendo comunque i primi della classe.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MIRACLE WORKERS – Primary Domain (Glitterhouse)

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Trovata una seconda patria in Europa dove la band californiana diventa vero oggetto di culto, i Miracle Workers stampano per la Glitterhouse il deludente Primary Domain, a dispetto del fatto che il disco venga registrato a Santa Ana, negli Stati Uniti.

Abbandonate ormai del tutto le asperità garage dei primi anni ma anche le deviazioni detroitiane di Overdose, i Miracle Workers cercano una via personale al rock provando a confrontarsi con uno sleaze-rock che potrebbe essere la versione da cantina dello street-rock ‘n roll dei Guns n’ Roses.

Il disco, sia nei momenti più accesi (69 Ways su cui Gerry Mohr vuole ancora ricordare al mondo di essere il miglior giovane armonicista in circolazione, il banale boogie di Ninety-Nine, la cavalcata chitarristica di She Came to Stay con un mortifero break che pare una passeggiata sul Ponte dei Sospiri) che in quelli più morbidi (la ballata Your Brown Eyes, la terribile Mary Jane su cui Gerry offre una delle sue performance vocali più mediocri della sua carriera, la lagna funerea di Tick Tock) volteggia greve come un corvo, avvicinandosi alle nefande creature notturne dei Mission e finendo per schiantarsi al suolo con la pesantezza del granito della copertina. Aver anticipato loro malgrado alcune intuizioni del primo grunge (Screaming Trees e primi Alice in Chains in particolare) non basta a salvare, nemmeno col senno di poi, un disco di cui è meglio disfarsi come un cadavere.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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NICK CAVE & THE BAD SEEDS – Dig, Lazarus, Dig!!! (Mute)

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Incalzato e motivato dall’esperienza superelettrica dei Grinderman, Nick Cave torna con Dig, Lazarus, Dig!!! a masticare guitar rock come ai tempi di Henry‘s Dream cui questo quattordicesimo album è in qualche modo speculare.

Impatto frontale spesso vicino alle visioni metropolitane di Lou Reed.

Nomi di persone, nomi di città, nomi di alberghi e poi strade, continenti e pseudonimi affollano il taccuino di Cave.

E, su tutti loro, come sempre, il nome di Cristo.

Musicalmente si va vicinissimo a lambire il rovinoso blues dei Grinderman (Albert Goes West, la stessa andatura glam di Dig, Lazarus, Dig!!!, Lie Down Here, la bellissima Today’s Lesson vicina ai fragori garage di Julian Cope) ma la tensione viene tenuta alta anche da un pezzo come Night of the Lotus Eaters, maligna marea di liquami Ellisiani, dalla fiera We Call Upon the Author, dalle ballate lunari Moonland e Hold On to Yourself e dal basso molto Cure dalla cupa ma scialba ripresa di Deanna che chiude il disco col titolo di More News From Nowhere e scelta, a dispetto dei suoi otto minuti, come secondo estratto dall’album.

Complessivamente tuttavia Dig, Lazarus, Dig!!! non riesce ad eguagliare il fascino del precedente doppio disco ne’ a pareggiare i conti col debutto dei Grinderman diventati con molta probabilità la vera rappresentazione dell’ennesima rinascita di Nicholas Cave, più volte morto e più volte tornato alla vita, invitato a lasciare il sepolcro dei suoi tormenti e a riaprire gli occhi al baluginio del giorno.

Più di ogni altro sulla terra. Anche più di Lazzaro.  

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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