IVANO FOSSATI – Macramé (Columbia)

Da piccolo pensavo la “scuola genovese” fosse un Istituto d’arte ligure.

Una sorta di piccola accademia dove ci si poteva andare a sedere sperando un giorno di poterne uscire come dei nuovi Tenco, dei nuovi Paoli, dei nuovi De André, dei nuovi Bindi, dei nuovi Fossati. Quelli che si erano diplomati prima di te.

Ma da piccolo credevo a tante cose.

Poi, crescendo, ho scoperto che la “scuola genovese” era davvero una scuola: la scuola del dolore.

Genova è una città di mare, una città di frontiera.

Dove tutto è sempre uguale eppure non lo è mai veramente.

Ci sono navi che portano altrove.

C’è odore di marcio che passa per i carruggi sfregando sui muri corrosi dalla salsedine.

C’è ruggine ovunque. Ogni giorno sempre un po’ di più.
La ruggine è il cancro del ferro. È forte ed insaziabile.

Ivano Fossati ha gli occhi profondi di chi ha visto il mondo attraverso i racconti dei marinai che scendono dalle navi per pisciare sulle banchine del porto e che gettano le loro àncore fra le gambe di qualche donna che sosta tra Vico delle Mele e la Maddalena.

Panama, l’Irlanda, l’Argentina. “Terre dove andare”.

Per lasciare lì la propria malinconia e tornarsene a casa con lo spirito sollevato.

Girandosi dietro sulla via del ritorno, si accorgerà di avere sempre una scia di tristezza mischiata alla spuma del mare.

Un velo di sposa ricamato di piccoli dolori irrisolti.  

Fossati è un uomo alla ricerca di un rifugio. Quasi sempre.

Un rifugio che lo protegga dall’amore, dalla politica, dai ricordi, dalle speranze tradite, dalle lancette del tempo, dalle ingiustizie.

Macramé fu il suo fortino dal 22 Ottobre del 1995 al 29 Marzo dell’anno successivo.

Un riparo dove far decantare la delusione per le scelte artistiche di Anime salve, il disco pensato assieme a Fabrizio De André e piegato infine ai gusti di Piero Milesi che avrebbe risolto le apparentemente insanabili divergenze tra i due mediando tra i richiami sudamericani del primo e quelle mediterranee del secondo.

Di quella voglia di tropici non c’è traccia su questo disco di Ivano, se non nell’accenno di tango argentino di L’angelo e la pazienza sottolineato dagli accenti  della fisarmonica di Riccardo Tesi, quasi a voler cancellare la traccia di quei momenti tormentati.

È gravido dell’eleganza tipica di Fossati ma è anche il lavoro più teatrale del cantautore genovese. Ci sono figure tratteggiate con spietata drammaticità, come la sposa rinsecchita de L’abito della sposa scolpita dallo Stick® di Tony Levin dei King Crimson o il soldato muto di Bella speranza.

La guerra torna quindi come elemento pregnante della poetica di Fossati.

Che qui non viene raccontata con il filtro virato seppia delle vicende partigiane di 700 Giorni o con le istanze antimilitariste di Lindbergh.

Ci sono nuovi odi che lacerano i libri di storia, altri 93.837 cadaveri da aggiungere ai morti ammazzati delle altre guerre che ci hanno ucciso un po’ alla volta, in nome di una qualche bandiera, per un tracciato di confine da spostare di qualche metro, di qualche nuovo quartiere da conquistare.

Nuove atrocità da aggiungere alla lista delle cicatrici che dobbiamo portarci addosso.  

Ecco perché l’implacabile Orologio americano che diventa protagonista di una delle più belle canzoni del Fossati adulto, scandisce un tempo che “non c’è più”, tutto da riconquistare ed ecco perché negli ultimi duecentosettantacinque secondi dell’album Speakering si stende dolce come un lenzuolo compassionevole sulle macerie di una repubblica sventrata e sulle voci che da tutto il mondo annunciano la firma in calce ad un nuovo accordo di pace.

Perché alla fine la speranza vince sempre ed è l’unica finestra di luce che il Cielo ha concesso alla tetra prigione della barbarie umana.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Ivano Fossati - Macrame - Front

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