MONSTER MAGNET – Mastermind (Napalm)

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Chi mi conosce sa quanto io sia stato parziale con i Monster Magnet.

In maniera indolore e nessun senso di colpa fino a Dopes to Infinity.

Soffocando qualche molecola di etica professionale da allora in poi, in ricordo dei bei tempi andati. Anche quando Dave Wyndorf ha cominciato a spendere più a puttane che in droghe e i dischi dei Monster Magnet erano diventati una pastetta di metal tamarro con qualche residuo scaduto delle vecchie ricette.

Mastermind, ottavo album della band americana e secondo da quando Dave è uscito dal coma che se lo stava portando davvero tra le stelle a fare lo Space Lord senza più dover fingere chiude invece forse definitivamente il feretro sul corpo decomposto dei Monster Magnet. Mastermind strabocca dei luoghi comuni del loro rock gonfio di testosterone.

Ogni riff, ogni urlo, ogni groove è già stato sentito, sviscerato, metabolizzato, rigurgitato dalla schiera sempre più fitta di headbangers urlanti dei loro concerti. Ogni millimetro di strada di queste dodici canzoni è già stato calpestato, esplorato, setacciato e ispezionato. Tutto qui è già stato sentito, tutto già stato detto.

Dai tetri siparietti di The Titan Who Cried Like a Baby e Time Machine alle fiamme posticce di Bored With Sorcery o 100 Million Miles è un succedersi di diapositive sfocate ma sotto flash abbaglianti, uno srotolarsi di energia che cerca di nascondere una carenza di idee imbarazzante.

Potrei citare ogni pezzo e per ognuno di essi elencare almeno due fotocopie già stampate sui dischi che lo hanno preceduto ma sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.

Potrei essere spietato ma non lo sarò.
I Monster Magnet ci hanno portati nello spazio e illusi che poteva essere per sempre.

Poi, ci hanno riportati a casa, continuando ad indicarci le stelle sperando che qualche fesso non si accorgesse della truffa.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BARRY WHITE – Boss Soul (Vampisoul)

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Accanto alla Harmless di Quinton Scott, la Vampisoul si sta delineando come la più attenta label di reissues di musica nera e meticcia in attività. Un catalogo che puzza di R ‘n B bastardo, percussioni latine e soul da giungla africana. Boss Soul si fa peso di mostrarci le origini musicali di Mr. Barry White, il ciccione che salvò la vita ai Fun Lovin’ Criminals e a qualche altro migliaio di anime e che incrementò la fertilità ai bordi delle piste che nei ’70 scoppiavano dei suoi lentoni da pomicio. Prima di diventare il crooner # 1 della Disco e di mettere su tanti chili da far sciogliere sotto i riflettori, Mr. White era uno dei più quotati autori soul della scuderia Del-Fi, fucina di pachukos virtuosi come Ritchie Valens, Chris Montez e Trini Lopez. Era infatti canone sacro per ogni etichetta black avere nel proprio roster, oltre che a talentuose ugole, un buon numero di autori e produttori di fiducia. Erano loro la “squadra” in grado di creare lo stile dell’etichetta. O addirittura farne una Hitsville, come accadeva a Detroit dietro i vetri della Motown.

Fu dunque al 6277 della Selma Av. di L.A. che Barry White dopo le incerte partenze come vocalista di Valentino & The Lovers, cominciò a creare il suo stile e ad affidarlo a gente come Viola Wills, Felice Taylor, Johnny Wyatt quest’ultimo forse vocalmente il più adatto a focalizzare il sound pieno e rotondo delle produzioni di White qui riassunte in 16 tracce di buon R ‘n B trafugate dagli armadi scardinati di labels come Downey, Bronco e Mustang.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ROLLING STONES – Let It Bleed (Decca)

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Nel 1969 la presunta rincorsa degli Stones sui rivali Beatles subisce un’inversione di tendenza. Sono infatti i primi a battere sul tempo i baronetti di Liverpool pubblicando Let It Bleed e lasciando agli altri l’onere di sgombrare il campo con il quasi eponimo e capitolante epitaffio di Let It Be.

Siamo allo sberleffo onomatopeico. Ma non solo.

Con l’invito a sanguinare, piuttosto che a lasciar andare le cose al loro destino, gli Stones si schierano ancora dalla parte del diavolo, dimostrando di essere per l’ennesima volta più cattivi dei cugini Beatles.

Let It Bleed esce in un anno chiave per la storia degli Stones.

C’è molto sangue, nel 1969. E ce n’è molto anche nel ’69 degli Stones.

È l’anno della morte di Brian Jones e della tragedia di Altamont.

È l’anno in cui il rock perde per sempre la sua verginità e diventa un affare da ultrà.

Uno spettacolo in cui tutto ciò che si canta può essere preso sul serio. Maledettamente sul serio.

Let It Bleed trabocca di sangue. Quello della guerra in Vietnam che si versa dalle visioni apocalittiche di Gimme Shelter, quello violento e assassino di Midnight Rambler, quello consolatorio di Let It Bleed, quello che riempie i calici di You Can‘t Always Get What You Want

Musicalmente si registra l’avvicendamento di Mick Taylor a Brian Jones anche se l’album è in definitiva il trionfo di Keith Richards, vincitore tra i due litiganti. Suoi sono tutti i riff portanti del disco (Monkey Man, Live With Me, Gimme Shelter, Midnight Rambler), quasi interamente sua la You Got the Silver con un Brian Jones costretto all’ultima umiliazione di dover soffiare dentro l’armonica per un pezzo dedicato alla ragazza appena portatagli via da Richards (Anita tornerà su Coming Down Again, qualche disco più in là, NdLYS). Al disco tuttavia collaborano fior fiori di strumentisti, da Ry Cooder a Jack Nitzsche, da Al Kooper a Bobby Keys, da Nicky Hopkins a Leon Russell, da Merry Clayton all’intero London Bach Choir che apre solennemente la versione di You Can‘t Always Get What You Want che chiude il disco.

Sepolti sotto il sangue ci sono il folk, il blues, il country, il bluegrass che erano stati gettati dentro il cesso di Beggars Banquet e che torneranno ancora a girare dentro le fogne di Exile on Main Street (l’altro disco dove il nome della band non è preceduto da nessun articolo).

E c’è ovviamente anche il rock cattivo e sporcaccione. Quello che si circonda di donne che non conoscono la decenza e di amici che non conoscono limiti.

Brian Jones va via e porta con se la sua fetta di torta.

Oppure provate a girare la copertina e ditemi voi se riuscite a trovarla.

   

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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