VERDENA – Requiem (Black Out)

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Dopo anni di concerti in cui si sono spesi senza tregua e tre dischi mutanti per i Verdena è venuto tempo di raccolta. E Requiem ha già dal titolo un’aria di celebrazione marmorea e definitiva: un approdo. La musica dei Verdena sceglie di farsi carne, si immola definitivamente all’altare dei suoi santi pagani (Nirvana, Mudhoney, Soundgarden, QOSTA, Motorpsycho), si fa asciutta, arida, prosciugata. Come nell’iniziale invocazione di Don Calisto che pare un osso dei Mudhoney gettato in pasto alle nuove generazioni. Il suono è volgarmente elettrico, scuoiato, parossistico. Non avrà altre copie lungo la scaletta ma serve per dare il “senso” dell’opera: il suono si sfoltisce e recupera l’essenzialità che le ultime prove in studio avevano frodato in cambio di dilatazioni hippiedeliche che qui sono solo lambite e non approfondite. Requiem è un disco che abbonda di canzoni, più che di allucinazioni, con le parole di Alberto perfettamente spalmata sul tappeto di suono che le accoglie e una ridimensionata voglia di “straripare”.  

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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COUNTING CROWS – Recovering the Satellites (Geffen)

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La tensione causata dall’incapacità di gestire un successo strabiliante ed inaspettato come quello toccato al disco di debutto unita ai sensi di colpa per averlo raggiunto proprio nel momento in cui Kurt Cobain decide di sparire per sempre da questo mondo e raccogliendone quindi simbolicamente il testimone, mettono a dura prova i nervi fin troppo scoperti di Adam Duritz. L’attesa per il secondo album dei Counting Crows si protrae così oltre i tempi previsti dal contratto arrivando sul mercato a tre anni esatti dal debutto. Quando la band tira fuori le luci di Natale, è l’Ottobre del 1996. Un autunno come tanti, come quello di August and Everything After.

Solo, un po’ più cupo.  Un po’ più triste. Un po’ più doloroso.

Recovering the Satellites è un disco solido ma anche più afflitto rispetto al suo fratello maggiore. Ha dei muscoli più allenati alla lotta ma anche la consapevolezza di averla persa, quella lotta. Come quando stai alla corda e il tuo avversario ti gonfia di pugni e ti giri verso il tuo istruttore di boxe e speri di sentirne le incitazioni e tutto quello che vedi sono dei ganci simulati, dei ganci senza guantone, dei ganci senza il rumore della carne e pensi che stai per mollare e tutto quello che senti è solo un gran dolore che nessun giornalista sportivo saprà spiegare il giorno dopo l’incontro. E neppure nei giorni ancora successivi. E neppure in quelli che verranno.

La produzione di Gil Norton è meno azzeccata rispetto a quella di T-Bone Burnett ma fondamentalmente è la scrittura del gruppo a risultare più appannata e depressa. E anche più ovvia, nonostante lo spreco di violini e l’affannosa ricerca di uno spessore espressivo che si rivela alla fatta dei conti più melodrammatico che emozionalmente intenso, pure quando si cercano soluzioni più radicali che in passato (Mercury) o si tenta il colpo gobbo della ballatona d’amore buona per le adunate davanti ai camini pronti a cagare Santa Claus. Duritz si conferma ancora una volta un performer capace di drammatizzare forse anche in maniera eccessivamente invadente (vedi la scelta di sfruttare le code strumentali per i propri mugugni emotivi) le proprie vicende personali e custode del dono non comune di saperle rendere universali. Un frontman in grado di piegare il suono del gruppo alle proprie esigenze espressive grazie a quella confidenzialità ricca di pathos che Adam condivide con pochi altri (Vedder e Stipe su tutti). Salire su un palco e mettersi in mutande, pregando che Dicembre quest’anno finisca un po’ prima.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

 

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BAUHAUS – Burning from the Inside (Beggars Banquet)

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Burning from the Inside fu il disco-rifugio dei miei tredici anni.

Gli anni in cui la tua cameretta si trasforma in una trincea dietro la quale tutto sembra infinitamente più buono.

O immensamente più cattivo.

Comunque, lontano.

Sono gli anni dei poster, degli eroi dalle vite straordinarie, delle riviste ritagliate e intarsiate sui diari, dei primi strazi d’amore, delle prime amicizie sbagliate, del tabacco masticato per bigiare la scuola.

Gli anni in cui sei ancora piromane e non sai che finirai pompiere.

Sono pure gli anni in cui cominci a fiutare che, per qualche oscura congiunzione astrale, il mondo non ti va bene.

Scoprirai presto che è una cosa reciproca.

Per me sono pure gli anni dei Bauhaus e del loro vampirismo elettrico.

Burning from the Inside è il disco che chiude, in diretta, la loro storia.

Ed è un disco che odora di tormenta.

Il resto, tutto quello che era venuto prima, dalla cassa da morto di Bela Lugosi agli inchini glam fatti a Marc Bolan e David Bowie, li avrei scoperti dopo, scorrendo a ritroso la storia di quella che allora mi pareva la band più affascinante del mondo.

E devo ammettere che nei ventisette anni successivi non se ne sarebbero aggiunte molte di più.

Nei Bauhaus tutto era luce fredda e accecante e tenebra profonda, immensa.

Una caverna popolata da topi con le ali e dalle cui fessure penetrano coltelli di luce che ti spaccano gli occhi come lame di ghiaccio.

Come quando, appena la puntina inizia a solcare il disco, il giro di basso di She‘s In Parties doppiato dalla chitarra gelida di Daniel Ash, ti apre uno squarcio sul petto manco fosse una lametta intinta nell’assenzio.

L’assalto si fa ancora più crudo nel pezzo successivo, una marcia epilettica dedicata ad Antonin Artaud, profeta maledetto del Teatro della Crudeltà.

Il suono è vicino a quello dei sabba valpurgici dei Banshees, una liturgia melodrammatica e pagana suonata mentre in cielo cominciano ad avverarsi le prime profezie dell’Apocalisse di Giovanni.

King Volcano è invece un haiku ossianico, un canto votivo per ingraziarsi l’oracolo del Dio del fuoco.

Odori forti di incenso. Piedi nudi e sonagli che picchiettano come in una danza del ventre ballata durante una veglia funebre annebbiata dall’oppio.

Una Carmina Burana araba salmodiata all’ombra del minareto.

Prima di scoprire che il muezzin si è legato una corda al collo.

Peter Murphy buca la session di Who Killed Mr. Moonlight, afflitto dalla polmonite che lo terrà fuori per gran parte del lavoro. Il resto della band fa tutto da sola registrando questa malinconica canzone per piano e voce da Cortina di Ferro.

Slice of Life si muove morbida su quelle terse distese acustiche e vagamente pinkfloydiane che i Bauhaus hanno già cominciato a sviluppare sul disco precedente.

Anche qui c’è un bagliore che esplode accecante e definitivo, come quello del trapasso.

Honeymoon Croon è un glam lunare. Come per Antonin Artaud, riecco apparire gli uomini-lupo. Stavolta con la bava alla bocca.

Kingdom‘s Coming torna all’amore per gli arpeggi acustici di All We Ever Wanted,

Una ballata che ti smorza il sorriso in faccia premendoti il petto con una forza crescente impercettibile ma inesorabile.

Sono lingue di vento che tirano giù le ultime foglie, lasciando solo uno scheletro di legno a campeggiare nel tuo giardino.

La title track è un lungo serpente di cespugli coperto di neve bianchissima.

Benvenuti dentro il labirinto dell’Overlook Hotel.

Hope tiene fede al suo titolo e rompe un po’ l’incantesimo dell’intero lavoro lasciandoci con una canzone che ha un po’ il tenero sapore del commiato e un po’ quello propiziatorio di un Surya Namaskara.

Ma i Bauhaus “bruciavano già dall’interno”. Per quanti tra noi restarono a bocca aperta a vedere esplodere questa Supernova e venire per sempre risucchiati nel loro Buco Nero. Un collasso per tutto simile al nostro.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

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THE SMITHS – The Queen Is Dead (Rough Trade)

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Take me back to dear old Blighty!
Put me on the train for London town!
Take me over there,
Drop me anywhere,
Liverpool, Leeds, or Birmingham, well, I don’t care!
I should love to see…

Poi la batteria di Mike Joyce comincia a rullare ad un ritmo fino ad allora inedito, nella storia degli Smiths. Quindi sono il basso di Andy Rourke e la chitarra di Johnny Marr sfigurata dal wah wah a fare il loro ingresso. Quando arriva Morrissey a gridare “addio alle tetre paludi di questo Paese” la gente è già tutta ai suoi piedi. Gli Smiths ci annunciano che la Regina è morta, e tutto il mondo sa già da che parte stare. Solo dopo anni, dopo la morte di Lady D. tetri sospetti sulla natura luciferina di quel pezzo e dell’intero album cominceranno ad insinuarsi tra le menti dei più attenti studiosi del lessico di Morrissey: dalle “arcate” citate nelle testo (che corrisponderebbero alle arcate del sottopassaggio in cui morì Diana andandosi a schiantare contro il tredicesimo pilastro (“arches” è la tredicesima parola del testo, così come “smash” è la tredicesima parola della B-side dell’album: numerologi di tutto il mondo unitevi!, NdLYS) fino agli agghiaccianti parallelismi tra l’ubriachezza molesta condivisa con un’egiziana (Cleopatra) di Some Girls Are Bigger Than Others e le circostanze di un ubriaco al volante (Henri Paul) e di un egiziano (Dodi Al-Fayed) a bordo con Diana al momento del suo incidente. E sorvolo sul resto, comprese le verosimili o cabalistiche relazioni tra There Is a Light That Never Goes Out o Never Had No One Ever con la fatalità di quella “corsa verso l’Inferno” che fu l’ultimo lampo di vita delle principessa Diana. Ma allora, Dio mio, allora The Queen Is Dead era un urlo liberatorio, era il manuale d’uso su come prendere un monarca di qualsiasi latitudine del globo e schiantarlo contro le pareti di carta dei suoi edifici dorati. E l’invettiva di Moz che, dopo aver sputato sulle istituzioni scolastiche (The Headmaster Ritual) ed educative (anche domestiche, come su Barbarism Begins at Home), si spostava sulla Casa Reale, era la voce di uno sdegno globale, planetario. Comunque condiviso.

The Queen Is Dead si presentava così, maestoso, solenne, trionfante. Non occorreva una laurea alle Belle Arti per fiutarne lo status di capolavoro. Sin dalla copertina, raffigurante Alain Delon (altro parallelismo inquietante? Giuro che è l’ultimo: la notizia della morte clinica di Lady D venne annunciata da un medico di nome Alain… NdLYS) con le mani sul petto, al titolo profetico e comunque statuario, gli Smiths avevano dato in pasto a quelle masse prostrate ai loro piedi il proprio monumento, la propria Tavola delle Leggi, il proprio altare pagano.

Un disco che rappresenta la summa dello stile degli Smiths e marchia a fuoco tutti gli anni Ottanta (sarà dichiarato da più parti come il disco più importante del decennio): dalle ballate fatte di chitarre scintillanti (Bigmouth Strikes Again e, ancora di più The Boy with the Thorn in His Side) al rockabilly figlio di Elvis di Vicar in a Tutu (una delle figure ritmiche ricorrenti nelle musiche del gruppo), dai siparietti tragicomici (Frankly, Mr Shankly) agli abissi di malinconie di pezzi come I Know It’s Over e Never Had No One Ever. E’ come sempre il trionfo dei polpastrelli magici di Marr e delle liriche di Morrissey, ma anche degli arrangiamenti ariosi (i violini che sublimano l’amore totale di There Is a Light That Never Goes Out) o bizzarri (la glaciale voce femminile su Bigmouth strikes again realizzata alterando la velocità della pista del cantato di Morrissey e accreditata ad una fantomatica Ann Coates in realtà mai esistita se non nel perimetro urbanistico dell’amata/odiata Manchester dove Ancoats fu il primo centro suburbano di epoca industriale, NdLYS).  

La Regina può andare fiera, che se ci fosse mai un disco per cui valga la pena morire, questo sarebbe proprio The Queen Is Dead.

E nessuno più scriverà di amore e di morte con la stessa enfasi poetica di Morrissey.

 

                       

 Franco “Lys” Dimauro

 

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NICK CAVE & THE BAD SEEDS – “Kicking Against the Pricks” (Mute)

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Qualche secondo scandito da pochi ciottoli di note e il fango comincia già a seppellire tutto. Le acque minacciose di Muddy Waters ci accolgono dentroKicking Against the Pricks“, il viaggio di Nick tra la polvere e il fango della musica popolare americana, tormentato dalle acque, segnato dal peccato, vessato dall’amore e dal rimorso, piegato e ammutito dal senso di disfatta.

Un album su cui il disastro annunciato in apertura incombe per cinquanta minuti, nascosto tra i vicoli diabolici del blues, dentro la cassa acustica di una chitarra country, perversamente travestito da corista gospel, ferocemente minaccioso nelle cavalcate elettriche fustigate dal rumore.

“Kicking Against the Pricks” celebra l’incontro di Cave con i propri fantasmi musicali.

Un appuntamento a cui si preparano da tempo e in occasione del quale si vestono di tutto punto, eleganti come un’orchestra da camera.  

I Bad Seeds sono la filarmonica del dolore.  

Frac legati stretti perché le viscere non uscissero fuori a sporcare le scarpe di vernice. Papillon che serrano il collo ostacolando il rigurgito del disgusto.

La sinfonia non ammette sorrisi, ne’ tra gli orchestranti ne’ tra il pubblico.

E infatti nessuno sorride, a bordo di questa Sultana Double S che sembra affondare tra le acque del Mississippi.

Ogni momento del viaggio è afflitto da un qualche tormento, con un unico momento di ristoro per l’escursione prevista per l’ora del tè (By the Time I Get to Phoenix di Jimmy Webb) e per il lento riservato al ballo del gran galà serale (Something’s Gotten Hold of My Heart).

Tutto il resto è puzza di legno marcio e pioggia che picchia sui vetri.

Tutto il resto è lo squittire dei ratti che hanno infestato la nave.

Tutto il resto è rumore di schiavi con le schiene piegate dalla fatica.

Tutto il resto è odore pungente di mucillagine in decomposizione.

Tutto il resto è ritmo voodoo e canto blues.

Il Capitano Nick non crede nella cattiva sorte, bacia la Bibbia che gli hanno regalato al porto di partenza e intima alla ciurma di andare avanti.

In qualche modo usciranno vivi da qui.

 

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro 


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WALL OF VOODOO – Call of the West (I.R.S.)

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Country music dell’era digitale. Pistoleri con i cappotti sporchi di polvere di silicio.

Belle da schiantare le musiche dei Wall of Voodoo, sospese tra noir e spaghetti western, tra epiche arie da frontiera texana e inquietanti architetture sintetiche. Sintetizzatori, Hohner morriconiane, chitarre figlie di Duane Eddy e Tex Owens e la voce atipica, nasale di Stan Ridgway ovvero il più grande narratore di storie dell’epoca new-wave. L’unico in grado di raccontarti un intero romanzo nel giro di tre minuti (i suoi album solisti, The Big Heat in testa, sono autentici saggi di sceneggiature bonsai, NdLYS). Un’alchimia perfetta tra futuro e tradizione. Talmente perfetta che durerà lo spazio di due soli dischi, finendo per banalizzarsi una volta alterata la tavola periodica che l’aveva generata (con l’ingresso di Andy Prieboy nel ruolo di cowboy lasciato vacante da Ridgway). E talmente inviolabile che nessuno, NESSUNO, avrebbe più osato miscelare quelle cazzo di polveri che l’avevano generata. Nessuno avrebbe mai più suonato come i Wall of Voodoo, sancendone il definitivo stato di band-culto. Seppure i dischi che lo avevano preceduto (l’omonimo Ep del 1980 e il debutto Dark Continent dell’anno successivo) gli fossero assolutamente equivalenti se non superiori in termini di contenuti, mi piace soffermarmi su questo Call of the West perché contiene quella perla di Mexican Radio: uno di quei pezzi che la Apple dovrebbe inserire da default su ogni Ipod e senza il quale un’isola deserta diventerebbe un luogo banale come la riviera romagnola.

Andamento ciondolante e voci captate da una radio di confine, Mexican Radio è un’autentica cavalcata attraverso il deserto americano. E’ un cavallo che attraversa la frontiera portandosi addosso la polvere rossa del canyon e l’odore del whisky tracannato dal suo cowboy. Un luogo-non luogo da inserire nel programma per il World Heritage Fund.

Ma non è l’unica perla di un disco enorme. C’è la dolcissima cantilena cibernetica di Lost Weekend (ambientata in una delle “location” preferite da Stan per dipingere le sue vignette: quella delle automobili in fuga), quel capolavoro assoluto di Factory, paradigma tutto della teatralità mutante della musica dei Wall of Voodoo col suo tappeto di armoniche a bocca e sintetizzatori e quel parlato “immobile” di Ridgway, oppure il passo marziale e funereo di They Don‘t Want Me o ancora il tribalismo plastico che farcisce il sarcasmo di Spy World dove la vocazione per un “glamourous job” come quello dell’agente segreto si spegne infine con una ammissione grottesca come “I‘m tired of wearing these sunglasses” detta tra i denti. Look at Their Way e Hands of Love simulano altre tessiture glaciali, farcite di rumorismi assortiti fino all’apoteosi finale della melodrammatica Call of the West, il mito della frontiera fatto a pezzi da un’irrisolta frattura interiore. La corsa all’Ovest che diventa una raccolta di cocci dei propri fantasmi, come un The Wall ambientato nella striscia del confine americano, tra coyotes che ululano alla luna, carcasse umane impiccate agli alberi di cactus e iene che ridono ad ogni tuo passo.

Mostri meccanici che camminano tra serpenti a sonagli e mucchi di ossa bovine. Dio abbia in gloria i Wall of Voodoo e vegli sui loro sepolcri.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THAT PETROL EMOTION – Manic Pop Thrill (Demon)

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Damian O’Neill sarebbe morto pompiere (facendosi ambasciatore di “una tranquilla rivoluzione”) ma noi non potevamo ancora saperlo quando, nel lontano 1986, Manic Pop Thrill scese dal cielo per appiccare il fuoco a casa nostra.
L’incendio degli Undertones si era spento da poco ma nessuno immaginava che qualcosa di ancora più aberrante sarebbe divampato da lì a breve, sebbene il trittico di singoli KeenV2Good Thing avesse reso già manifeste le intenzioni piromani dei That Petrol Emotion. Avvertimenti presi alla leggera, perché in un’Inghilterra infettata da centinaia di singoli eccellenti (erano gli anni della Postcard e della Creation e del mercato intasato dai sette pollici di Pastels, Big Audio Dynamite, June Brides, Jesus and Mary Chain, Fuzzbox, Three Johns, Primal Scream, James, Telescopes, Smiths, Easterhouse, Housemartins, Orange Juice, Josef K) tutto sembrava diventato ordinario.

Invece, bizzarro e fulminante, l’esordio della band irlandese fece il suo ingresso prepotente nelle nostre vite per non uscirne più. Diciassette settimane di permanenza nelle charts inglesi e la conquista della vetta, in una Gran Bretagna assetata di giustizia e parità sociale, cavalcando l’onda del dissenso anti-Tatcheriano e delle smanie separatiste irlandesi.

Un album che sposava aggraziate ninne nanne LYSergiche dalla grazia stregata ed arrendevole (il pan-pot scampanellante di Natural Kind of Joy, il carillon velvetiano di A Million Miles Away, il valzer di Lettuce, le dimesse lap steel di Blindspot) a deflagrazioni elettriche devastanti (le implosioni di rumore che bruciano Lifeblood, il vortice marziale e implacabile di Can‘t Stop, il rockabilly psicotico di Mouth Crazy, le epilessie grumose di Cheapskate, le derive acide di Tightlipped). Mosso da una nevrosi che è  figlia diretta del rock metropolitano di Velvet Underground e Pere Ubu, il rock elettrico di Manic Pop Thrill si schiantava addosso con un parossismo simile al punk fragoroso dei Buzzcocks e alle spirali elettriche dei Wire ma pure alla psichedelia sghemba dei Television e al ragliare deforme di Captain Beefheart.  

Con Babble, l’anno dopo, saranno già altrove. E poi sempre più lontano, a dare compulsione ritmica al loro suono originario, ma i That Petrol Emotion di questo debutto restano una delle cose più deflagranti della Gran Bretagna di trenta anni fa.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE REMAINS – The Remains (Epic/Legacy)

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La Legacy continua a mescere il meglio dai pozzi Sony e stavolta, anche se la trovata del 40° compleanno della Summer of Love poteva risparmiarsela, ci regala la gioia di riavere tra le mani la reissue con copertina originale dello storico album dei bostoniani Remains, con annessi i 45rpm della loro stagione Epic. Lo dico da subito: uno dei dischi-chiave del rock pre-psichedelico, al pari di Here Are The Sonics, Psychotic Reaction, Safe As Milk, My Generation, Get the Picture? o Aftermath. I Remains erano autentici folli capaci di lasciare il collage per inseguire il proprio sogno rock ‘n roll. Avevano in mano alcune delle più belle canzoni dei sixties, scritte con classe e perizia SOVRAUMANE, ma non per questo evitavano di stuprare Bo Diddley per 18 minuti prima dei concerti dei Beatles o di suonare covers di pallidi numeri soul e R ‘n R farcendoli di assoli brutali e penetranti come quelli di Kinks e Troggs e bombardandoli sotto una pioggia di watt che solo i Who avrebbero superato. Come fosse l’ultima cosa da fare prima di saltare nel vuoto. Incidendo infine un album e una manciata di singoli e scomparendo subito dopo. Tutto senza rinunciare mai allo STILE.

Una storia incredibile e bellissima, quella dei Remains: partiti nel ’64 come attrazione locale al Rathskeller Club di Boston suonando per 25 $ a serata e qualche boccale di birra, passati in breve sui set nazionali dell’Ed Sullivan Show e dell’Hullabaloo fino ad aprire l’ultimo tour dei Beatles (esperienza raccontata dallo stesso Barry dieci anni fa sul suo libro Ticket to Ride, NdLYS).

Destinati a dominare il mondo nel ’66 e già sciolti e disillusi nel Gennaio dell’anno successivo.

Come decine di altre bands, semplicemente inghiottiti dagli altalenanti interessi delle multinazionali del disco, bruciati da un’offerta avanzata dalla Capitol e mai concretizzata (quelle storiche e crude registrazioni del Maggio ’66 poi recuperate dalla Sundazed su A Session With, NdLYS) in cui Barry Tashian e soci, in presa diretta e senza alcun overdubbing, sputarono sangue e sudore su classici di Chuck Berry, Kinks e Dylan. Ma se vi trovaste nella condizione di dover spiegare a qualcuno la gioia e la forza che la musica beat può trasmettere e non riusciste a trovare le parole giuste, questo è il disco PERFETTO per arrivare allo scopo. Comprarne una copia è un obbligo morale, oltre che un piacere davvero necessario.

Fatelo, e fatelo adesso.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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HITMEN – Tora Tora DTK (Savage Beat!)

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Hitmen phaze II: la nascita dei New Christs per supportare il tour australiano di Iggy Pop dell’83 aveva di fatto decretato la fine del nucleo storico degli Hitmen. Il rientro sarebbe avvenuto col Tora Tora Tour e la nascita degli Hitmen Down to Kill. Ovvero ciò di cui si occupa quest’ultima ristampa della Savage Beat!. Il Tora Tora avrebbe segnato la celebrazione “live” del suono della vecchia band, incuneato tra il power-pop dei Flamin’ Groovies e il proto-punk dei Dictators. Quello che sarebbe venuto dopo, ovvero lo U.E.LA. Ep e l’album Moronic Inferno che qui occupano l’intero secondo dischetto, avrebbe costretto il suono della band dentro una tamarrissima tutina elastica da hard rock satinato con tanto di assoloni e riffs gonfiati come i muscoli di Brock Lesnar.

Una cosa terrificante che allora mi fece abbandonare l’Australia per Seattle, nei miei viaggi artificiali da infame passeggero del rock shuttle. Come vuole la tradizione della SB! le bonus si sprecano (siamo a quota dieci, oltre all’aggiunta del mini Cowboy Angel inciso da Chris Masuak sotto lo pseudonimo di Klondike e da una Kill City del solo Johnny Kennis su un vecchio disco-tributo a Iggy, NdLYS) ma alla fatta dei conti rimane un disco per completisti.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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PRIMEVALS – Heavy War (Beast)

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Vederli invecchiati, con i capelli grigi, gli occhiali da ex-segaiolo, i cappelli di feltro e tutto il resto mi accende di  una tristezza infinita ma ciò nonostante su disco la band di Glasgow fa ancora una gran bella figura, anche se il loro suono ha perso quella freschezza degli esordi invecchiando, dignitosamente, insieme a loro.

Come dire, dove non arriva l’energia arriva il mestiere.

Che, mi rendo conto, non è neppure il miglior complimento da fare ad una rock band. Almeno, non mi piacerebbe lo dicessero alla mia.

Ecco perché ho smesso a vent’anni.

Insomma, qualche puzzo di muffa viene fuori nonostante tutto.

Coming From the Hills, Undertow, Don‘t Be Afraid to Cry, Hit the Peaks stanno più dalla parte dei dinosauri (Led Zeppelin, U2, Mark Lanegan) che dalla parte dei rettili e i numeri buoni stavolta si contano sulla punta delle dita (quelle che usate per scaccolarvi, come scrivevo prima): Predilection For the Blues con quel suono sanguigno figlio dei Creedence Clearwater Revival, High Risk Times con un accenno al ghigno dei New Christs come del resto The Lure of Desire, l’impattivo blues di Rightful Duty.  

Il resto è onesto lavoro. Quello che, a quanto dice qualcuno, è estremamente noioso.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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