REVEREND HORTON HEAT – Revival (Yep Roc)

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Ricordo il buon Reverendo come uno dei casi “anomali” della Sub Pop. Nel periodo in cui alla etichetta di Bruce Pavitt ci si rifugiava per cercare decisamente altro lui invece predicava sul suo rockabilly anfetaminico e spregiudicato sulla scia di Jason & The Scorchers. Amato più dai fans dei Motörhead, che dai puristi del r ‘n r che allora avevano ancora da poco rimesso a posto sugli scaffali i dischi degli Stray Cats e di tanti altri micioni dell’epoca revival, per dire. A parlarci di Revival oggi è lui medesimo con questo ottavo disco in edizione CD+DVD che conferma la sua adesione a un modello superelettrico di r ‘n r che in realtà non è che abbia molto da dire oltre a quelle due/tre cose che già sappiamo dai tempi di Hank Williams ovvero che le donne sono sempre più belle e gli uomini sempre più soli divertendo ancora ma senza più travolgere.

                                                                    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro


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GUN CLUB – Death Party (Revenge)

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Tra le labels dedite a stropicciare il testamento di Jeffrey Lee Pierce, ecco la francese Revenge ristampare il Death Party del 1987, disco semi-legale che racchiudeva le scalette di Sex Beat 81 e dell’infame (per la sua qualità sonora assimilabile a quella di un bootleg) Love Supreme: sono tra le prime testimonianze live della band di L.A. che danno una idea annebbiata dalle qualità di registrazione della forza animale del blues tumorale dei Gun Club, certamente qualcosa di carnalmente più disperato e cattivo di quanto Kills o White Stripes possano fare oggi. L’anima di Jeffrey cominciava a sbrandellarsi, il corpo lo avrebbe seguito pochi anni dopo. Troppo pochi per permettere oggi a chi sbrodola per il nuovo (?) blues di capire da che parte stare. In attesa delle annunciate ristampe storiche della SFTRI, Death Party potrebbe servire come viatico per chiarire le idee a un bel mucchio di gente.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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NERO AND THE DOGGS – Death Blues (Rocket Man)

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Continuano a suonare leggendo il breviario di Dio Iggy, i milanesi Doggs (che sta per cani solo come gli Yardbirds stavano a gallinacci per Mike Bongiorno, NdLYS) , ora ribattezzatisi Nero and The Doggs, quasi ad ulteriore conferma di un percorso artistico che concettualmente li lega a quello degli Stooges.

Rantolano le medesime parole malate, e le depongono sopra un blues.

Ci sono cuori che sanguinano e pistole caricate a piombo e odio, in questo libro nero, a metà strada fra l’abbecedario di Lucignolo e le poesie alcoliche di Esenin (la cui L’uomo nero recitata da Carmelo Bene nel suo spettacolo Quattro modi diversi di morire in versi introduce al disco, rappresentandone insieme prologo e culmine climatico, NdLYS).

Musica urbana e metallica, quella dei Doggs. È il blues che non ha mai conosciuto le campagne, quello intossicato dalle scorie e dai gas industriali delle moderne città-latrina in cui si sceglie di aspettare la morte.

Il blues che non è neppure più canto di lavoro, perché dentro gli opifici non si lavora più.

Città sventrate abitate da zombi barricati dentro casa che Nero and The Doggs dipingono con una passata decisa e viscosa di bitume stoogesiano, rendendola impermeabile e refrattaria alle emozioni. Perché è questo, al di là della ricercata e voluta similitudine stilistica e sonora, quello che li avvicina allo spirito nichilista di Stooges o Velvet Underground: un allestimento sonoro e lirico dove il livello emozionale è ridotto alla soglia minima, umiliato dall’inedia e riacceso solo attraverso il dolore fisico. Musicalmente Death Blues limita, rispetto alle prove precedenti, gli assalti più feroci scegliendo il più delle volte (Blue Moon White Light, Have You Found Yourself, Love Is a Jail, Death Blues, Sin City, Back to the End) di scivolare dentro un suono che è figlio diretto della carnalità fangosa dell’Iggy Pop di Kill City e del Tex Perkins di Sour Mash ma anche vicino al greve hard rock dei Miracle Workers di Primary Domain e ai suoi richiami gotici  di cui la title-track, con tanto di armonica Mohriana, ne sembra quasi l’evoluzione naturale.

Si muore ogni mattina.

Fuori e dentro di qui.

    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

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GIORGIO GABER – Io se fossi Dio (F1 Team)

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Trenta anni.

Tanti ne sono passati dalla sua uscita.

Trent’anni di polvere. Da sparo prima, di cenere dopo.

Compresa quella di Gaber, nel frattempo asceso in Paradiso, in quell’immaginario popolare che ci vuole tutti più buoni e redenti una volta tolti dalle palle.

Ma allora, all’alba di un decennio in cui l’imperativo sarebbe stato godersela nonostante tutto, nonostante Reagan, nonostante Craxi, nonostante Andreotti, nonostante gli yuppies e i paninari, nonostante il rampantismo dilagante e gli Swatch, le camicette con le spalline e i jeans a vita altissima, Gaber stava seduto all’Inferno.

Da lì poteva ingozzarsi del cuore di ogni essere umano, morderli e deglutirli come le uova che Louis Cyphre addentava su Angel Heart.

Un disco scomodo, questo di Gaber. Sin dal formato. Che è si quello consueto di quegli anni (il padellone a 33 giri chiamato volgarmente Long Playing) ma è inciso su una sola facciata.

Dall’altro lato, il silenzio. Una distesa di vinile nero, liscio come l’olio di balena. Tutte le parole, millequattrocentocinquantanove, sono chiuse sul primo lato del disco, sulla stessa canzone.

Un ½ LP, come sta scritto sul retro della copertina nera a scritte bianche, con la stessa austerità di un bollettino di rivendicazione terrorista. 

Io se fossi Dio è l’immagine spietata di un’Italia che io ricordo con vivida memoria, sputata fuori dal mio primo televisore in b/n. Un’Italia in cui il sangue veniva rappresentato solo come un’altra sfumatura di grigio.

Ma lo sapevi benissimo, già da bambino, che in realtà era di un rosso angosciante. Come i garofani che spuntavano dalle asole delle giacche craxiane, come la Renault 4 parcheggiata in Via Caetani, come le bandiere del PCI e quelle delle Brigate Rosse, come i bollettini di Solidarnosc, come la croce degli scudi democristiani, come le lacrime di Alfredino Ciampi. Erano quegli anni lì. Anni terribili.

Ma nemmeno troppo distanti da questi.

Ecco perché Io se fossi Dio suona ancora così cruda, violenta.

Potremmo usarla per raccontare la storia recente ai nostri bambini, se non preferissimo illuderli che stanno vivendo in un mondo fatto di marzapane e non nella pancia di un mostro che caga merda e denaro.

Messa al bando da subito, perché portava il nome dell’“innominabile” nel titolo.

Accusato di blasfemia come era successo a Guccini negli anni Sessanta. Dio era ancora al potere, in questo stato bigotto. Stringeva patti con Andreotti e gestiva le casse dello Stato e del Vaticano.

In realtà Io se fossi Dio non è una caricatura del Creatore cattolico ma un atto di accusa nei confronti dei suoi figli. Borghesi, politicanti, parrocchiani, illuministi, guerrafondai, democristiani, radicali, comunisti, socialisti, brigatisti, giornalisti, pederasti e capi di Governo.

E anche contro se stesso. Incapace, nonostante tutto, di perseguire fino in fondo quella determinazione necessaria per sovvertire le regole imposte, anche se tacite.

Arrabbiato, con la bava alla bocca e gli occhi maculati, ma alla fine destinato al “rifugio”. A chiudere la porta dopo aver sbraitato contro tutto e tutti.

Come facevano i vecchi nei cortili della mia infanzia.

Quello che resta, trenta anni dopo, è un agghiacciante rosario di tristi figuri conformi all’Italia di allora come a quella di adesso. Un’invettiva di dissenso austera e spietata davanti alla quale ci sentiamo dei piccoli, minuscoli, inutili Don Chisciotte.

 

Io se fossi Dio

(e io potrei anche esserlo, sennò non vedo chi!)

Io se fossi Dio,

non mi farei fregare dai modi furbetti della gente:

non sarei mica un dilettante!

Sarei sempre presente.

Sarei davvero in ogni luogo a spiare

o, meglio ancora, a criticare, appunto…

cosa fa la gente.

 

Per esempio il piccolo borghese, com’è noioso!

Non commette mai peccati grossi!

Non è mai intensamente peccaminoso!

Del resto, poverino, è troppo misero e meschino

e pur sapendo che Dio è più esatto di una Sweda

lui pensa che l’errore piccolino non lo conti o non lo veda.

 

Per questo io se fossi Dio,

preferirei il secolo passato,

se fossi Dio rimpiangerei il furore antico,

dove si odiava, e poi si amava,

e si ammazzava il nemico!

 

Ma io non sono ancora nel regno dei cieli,

sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.

 

Io se fossi Dio,

non sarei così coglione

a credere solo ai palpiti del cuore

o solo agli alambicchi della ragione.

Io se fossi Dio,

sarei sicuramente molto intero e molto distaccato

come dovreste essere voi!

 

Io se fossi Dio,

non sarei mica stato a risparmiare:

avrei fatto un uomo migliore.

Sì vabbe’, lo ammetto

non mi è venuto tanto bene,

ed è per questo, per predicare il giusto,

che io ogni tanto mando giù qualcuno,

ma poi alla gente piace interpretare

e fa ancora più casino!

 

Io se fossi Dio,

non avrei fatto gli errori di mio figlio

e sull’amore e sulla carità

mi sarei spiegato un po’ meglio!

Infatti non è mica normale che un comune mortale

per le cazzate tipo compassione e fame in India,

c’ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna!

Che viene da dire:

Ma dopo come fa a essere così carogna?

 

Io se fossi Dio

non sarei ridotto come voi

e se lo fossi io certo morirei

per qualcosa di importante!

Purtroppo l’occasione di morire simpaticamente

non capita sempre

e anche l’avventuriero più spinto

muore dove gli può capitare

e neanche tanto convinto.

 

Io se fossi Dio

farei quello che voglio,

non sarei certo permissivo,

bastonerei mio figlio,

sarei severo e giusto,

stramaledirei gli inglesi come mi fu chiesto,

e se potessi

anche gli africanisti e l’Asia e poi gli Americani e i Russi;

bastonerei la militanza come la misticanza

e prenderei a schiaffi

i volteriani, i ladri, gli stupidi e i bigotti:

perché Dio è violento!

E gli schiaffi di Dio

appiccicano al muro tutti!

 

Ma io non sono ancora nel regno dei cieli,

sono troppo invischiato nei vostri sfaceli…

 

Finora abbiamo scherzato,

ma va a finire che uno prima o poi ci piglia gusto

e con la scusa di Dio

tira fuori tutto quello che gli sembra giusto.

 

E a te ragazza che mi dici che non è vero

che il piccolo borghese è solo un po’ coglione,

che quell’uomo è proprio un delinquente, un mascalzone,

un porco in tutti i sensi, una canaglia

e che ha tentato pure di violentare sua figlia…

Io come Dio inventato, come Dio fittizio,

prendo coraggio e sparo il mio giudizio

e dico: Speriamo che a tuo padre

gli sparino nel culo cara figlia!

così per i giornali diventa un bravo padre di famiglia.

 

Io se fossi Dio,

maledirei davvero i giornalisti e specialmente… tutti.

Che certamente non son brave persone

e dove cogli, cogli sempre bene.

Compagni giornalisti, avete troppa sete

e non sapete approfittare delle libertà che avete:

avete ancora la libertà di pensare,

ma quello non lo fate

e in cambio pretendete la libertà di scrivere,

e di fotografare.

 

Immagini geniali e interessanti,

di presidenti solidali e di mamme piangenti.

E in questa Italia piena di sgomento

come siete coraggiosi, voi che vi buttate

senza tremare un momento!

Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti,

e si direbbe proprio compiaciuti!

Voi vi buttate sul disastro umano

col gusto della lacrima in primo piano!

 

Sì vabbe’, lo ammetto:

la scomparsa dei fogli e della stampa

sarebbe forse una follia…

ma io se fossi Dio

di fronte a tanta deficienza

non avrei certo la superstizione della democrazia!

 

Ma io non sono ancora del regno dei cieli,

sono troppo invischiato nei vostri sfaceli…

    

Io se fossi Dio

naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente:

nel regno dei cieli non vorrei ministri

e gente di partito tra le palle,

perché la politica è schifosa e fa male alla pelle!

E tutti quelli che fanno questo gioco,

che poi è un gioco di forze, ributtante e contagioso

come la lebbra e il tifo…

E tutti quelli che fanno questo gioco

c’hanno certe facce che a vederle fanno schifo,

che siano untuosi democristiani

o grigi compagni del piccì.

Sono nati proprio brutti o, per lo meno, tutti

finiscono così.

 

Io se fossi Dio,

dall’alto del mio trono

vedrei che la politica è un mestiere come un altro

e vorrei dire, mi pare a Platone,

che il politico è sempre meno filosofo

e sempre più coglione; 

è un uomo tutto tondo

che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo,

che scivola sulle parole

anche quando non sembra… o non lo vuole.

 

Compagno radicale,

la parola “compagno” non so chi te l’ha data,

ma in fondo ti sta bene,

tanto ormai è squalificata.

Compagno radicale,

cavalcatore di ogni tigre, uomo furbino

ti muovi proprio bene in questo gran casino

e mentre da una parte si spara un po’ a casaccio

e dall’altra si riempiono le galere

di gente che non c’entra un cazzo…

Compagno radicale,

tu occupati pure di diritti civili e di idiozia

che fa democrazia

e preparaci pure un altro referendum

questa volta per sapere

dov’è che i cani devono pisciare!

 

Compagni socialisti,

ma sì anche voi insinuanti, astuti e tondi!

Compagni socialisti,

con le vostre spensierate alleanze

di destra, di sinistra, di centro,

coi vostri uomini aggiornati,

nuovi di fuori e vecchi di dentro!…

Compagni socialisti fatevi avanti

che questo è l’anno del garofano rosso e dei soli nascenti!

Fatevi avanti col mito del progresso

e con la vostra schifosa ambiguità!

Ringraziate la dilagante imbecillità!

 

Ma io non sono ancora nel regno dei cieli,

sono troppo invischiato nei vostri sfaceli…

 

Io se fossi Dio,

non avrei proprio più pazienza,

inventerei di nuovo una morale

e farei suonare le trombe per il Giudizio universale!

Voi mi direte perché è così parziale

il mio personalissimo Giudizio universale:

perché non suonano le mie trombe

per gli attentati, i rapimenti, i giovani drogati

e per le bombe.

Perché non è comparsa ancora l’altra faccia della medaglia.

 

Io come Dio, non è che non ne ho voglia.

Io come Dio, non dico certo che siano ingiudicabili

o addirittura, come dice chi ha paura, gli innominabili!

Ma come uomo, come sono e fui,

ho parlato di noi, comuni mortali:

quegli altri non li capisco, mi spavento,

non mi sembrano uguali.

Di loro posso dire solamente

che dalle masse sono riusciti ad ottenere

lo stupido pietismo per il carabiniere.

Di loro posso dire solamente

che mi hanno tolto il gusto

di essere incazzato personalmente.

Io come uomo posso dire solo ciò che sento,

cioè solo l’immagine del grande smarrimento.

 

Però se fossi Dio

sarei anche invulnerabile e perfetto,

allora non avrei paura affatto,

così potrei gridare, e griderei senza ritegno che è una porcheria,

che i brigatisti militanti siano arrivati dritti alla pazzia!

 

Ecco la differenza che c’è tra noi e “gli innominabili”:

di noi posso parlare perché so chi siamo

e forse facciamo più schifo che spavento.

Ma di fronte al terrorismo o a chi si uccide c’è solo lo sgomento.

 

Ma io se fossi Dio,

non mi farei fregare da questo sgomento

e nei confronti dei politici

sarei severo come all’inizio,

perché a Dio i martiri

non gli hanno fatto mai cambiar giudizio.

E se al mio Dio che ancora si accalora,

gli fa rabbia chi spara,

gli fa anche rabbia il fatto

che un politicante qualunque

se gli ha sparato un brigatista,

diventa l’unico statista!

 

Io se fossi Dio,

quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio,

c’avrei ancora il coraggio di continuare a dire

che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana

è il responsabile maggiore di trent’anni di cancrena italiana.

 

Io se fossi Dio,

un Dio incosciente enormemente saggio,

avrei anche il coraggio di andare dritto in galera,

ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora

quella faccia che era!

 

Ma in fondo tutto questo è stupido perché, logicamente…

io se fossi Dio,

la terra la vedrei piuttosto da lontano

e forse non ce la farei ad accalorarmi in questo scontro quotidiano.

Io se fossi Dio,

non mi interesserei di odio o di vendetta e neanche di perdono

perché la lontananza è l’unica vendetta

è l’unico perdono!

 

E allora va a finire che se fossi Dio,

io mi ritirerei in campagna

come ho fatto io…

 

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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