THE CRAMPS – Psychedelic Jungle (I.R.S.)

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Di tomba in tomba, di sepolcro in sepolcro i Cramps finiscono dentro il cimitero di Back From the Grave.

Solo che ci finiscono prima ancora che Tim Warren si sia armato di pala.

Anzi, a voler essere pignoli, ci finiscono prima di chiunque altro.

Si aggirano tra gli sterpi con i badili in mano.

Ma non sono lì per sconsacrare chissà quale tomba, sono lì per l’esatto contrario.

Loro sono lì per seppellire.

Hanno trascinato con loro le ossa di Kip Tyler, di Jim Lowe, di Ronnie Dawson, di Ronnie Cook e di altri relitti di cui si sconoscono i nomi e ora scavano per metterli tutti assieme, fianco a fianco. Una Spoon River per gli empi.

Più che una giungla psichedelica, una giungla psicotica.

Nonostante il fisheye utilizzato da Anton Corbijn per lo scatto di copertina ci voglia illudere di poterci trovare dentro un sogno byrdsiano virato in nero, il secondo disco di Lux e Ivy (qui fiancheggiati da Kid Congo Powers, uno che “per amore di Poison Ivy” aveva già suonato altrove mescendo dallo stesso pattume allegorico di cui i Cramps si nutrono, NdLYS) è un caleidoscopio dove ogni specchio è stato verniciato di nero e i piccoli prismi di vetro colorato sono stati sostituiti dalle verdi putrescenze fosforescenti dei fuochi fatui.

Il suono marcio dei Cramps è funereo e greve, crepitante e malsano, si trascina lento e ricurvo tra le sterpaglie mentre il tacco cubano di Lux affonda tra i fanghi al fosforo in cui sprofondano i cumuli di terra rimossa.

Tutto è un rantolare primitivo e sinistro di spettri rock ‘n roll, di zozzi stomp da casa infestata, di rigurgitanti e rattrappiti swamp blues da notte delle streghe.

Mamma, dì a papà che il circo è arrivato in città.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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ERMA FRANKLIN – Super Soul Sister (Vampisoul)

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Eclissata in vita dal successo della sorellina Aretha, la carriera di Erma Franklin si sarebbe bloccata con l’uscita di Soul Sister, album che chiudeva in casa Brunswick quanto seminato nei fertili terreni della Epic fin dalla prima metà dei ‘60. Da lì erano venuti i primi trionfi professionali, compreso il più solido: nel ‘67 Bert Berns, uno dei migliori scribacchini bianchi di R&B offre a Van il rosso la chance di lanciare un pezzo scritto proprio per lui. Morrison, molto candidamente, ringrazia e rifiuta. Quel brano poi consacrato dalla Joplin come una delle più sofferte pop song di sempre era Piece of My Heart ed Erma lo avrebbe trascinato di lì a poco fin nella top ten U.S.A.. Berns non avrebbe mai goduto di quel successo, morto troppo in fretta per spiarne l’avanzata lungo le charts e Erma non avrebbe saputo servirsi di quel trampolino. Soul Sister in realtà, nel suo intento di sfruttare il personaggio, ne uccideva il vigore. Assemblato senza tanti scrupoli infilandoci dentro qualche 45 coevo e qualche ariete rodato dal vivo (Light My Fire, Hold On I‘m Coming, Son of a Preacher Man tra le altre) avrebbe dovuto, come le ultime sessions dedicate al repertorio di Jackie Wilson aggiunte qui a compimento d’opera, sparare in cielo la stella della Franklin. Ma il colpo fallì: capolavori come What‘s Goin’ On, Superfly o There‘s a Riot Goin’ On erano già in agguato a cambiare completamente il senso della soul music.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE BOYS – I Don’t Care (The Nems Records Years) (Recall)

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I London S.S. furono una vera tanica di benzina gettata sul cuore bruciante del punk inglese. Da lì vennero fuori gente come Mick Jones, Tony James e Matt Dangerfield che poco più tardi troveremo alla guida dei Boys. Era quella la Londra che bruciava e il cui odore di pelle bruciata infetta questa bella doppia raccolta sui “Ragazzi” Londinesi dedicata ai loro primi tre anni, quelli urticanti e feroci di autentiche bombe come I Don’t Care, Tonight, Sick on You (dal repertorio degli Hollywood Brats) ritenute a torto marginali al contesto febbrile di quegli anni. Il loro gusto melodico li avrebbe in breve portati a diventare il corrispettivo inglese di bands powerpop come Knack o River City Rebels producendo minor hits come Brickfield Nights o Neighbourhood Brat che avevano tuttavia una dignità del tutto da rivalutare. Magari ora, se ne avete voglia. London‘s burning, dial 99999!

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro


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THE BISHOPS – Cross Cuts (Chiswick)

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Volete sapere qual era la band più cazzuta del breve e effimero fenomeno pub-rock, sul calare degli anni ’70? Be’ ragazzi, veniva da Londra e si chiamava Count Bishops. Il loro era un suono torrido, impastato nel soul, nel blues e nel beat duro di Kinks e Who, un po’ l’equivalente inglese di bands come Real Kids o Hysptrz, ma su loro in anticipo: un EP di esordio nel ’75 con la migliore cover di Route 66 mai incisa, una coppia di album nel ’77 e, una volta accorciato il nome, questo ultimo disco ancora pregno di energia, diviso tra covers feroci calibro-Good Times/I Want Candy (Easybeats e Strangeloves, per gradire) e pirotecnici originali come What‘s Your Number (un autentica zannata boogie che ti lacera la pelle, NdLYS) o No Lies. Il carrarmato punk era già passato. Il motore, lo sapete, erano altri. Ma loro di certo ne erano stati i cingoli.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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