IL TEATRO DEGLI ORRORI – A sangue freddo (La Tempesta Dischi)

Ogni nuovo disco, ogni nuova canzone del Teatro Degli Orrori ha la forza di una cattiva notizia sul TG della sera.

Di quelle che ti fanno risputare sul piatto il boccone appena masticato.

C’è una ferocia perversa e annichilente che sbocca dalle parole di Pierpaolo Capovilla. Una rabbia che sputa veleno perchè di questo è iniettata, quotidianamente.

Come certi randagi saziati a carne cruda.

Tanto più efficace perché sempre più vera e tangibile: “vivere per non morire in questa comunità così operosa, opulenta e vanitosa”, “il tempo, vedrai, guarisce ogni ferita / dimenticherai persino che faccia ho” e, in questo disco più che sul precendente, planetaria.

Perché se su Dell’Impero delle tenebre la chiave di lettura era quel “non me ne frega niente di dio del demonio dei sacramenti e di te” sputato in faccia su E lei venne, A sangue freddo si confronta con i dolori universali: amore, Dio e politica.

Amore. Davvero.

Nonostante la sua agghiacciante forza da volantino brigatista, A sangue freddo è un disco che parla d’amore, ne è totalmente impregnato dall’ inizio alla fine. Ne rivendica il ruolo di unica salvezza concessa agli uomini e unico pasto di cui sentire appetito. Non c’é pezzo in cui non se ne senta risuonare il nome, o quasi.

Un sudario di amore cucito con la carta abrasiva.

Dio è l’altra parola ricorrente del disco. Un Dio invocato e bestemmiato (Padre Nostro) per la poca cura che ha del mondo e di noi bestie che lo abitiamo. Un Dio che diventa placido orizzonte dove ormeggiare il cuore in tempesta (“e il così nobile orizzonte del Mare Ionio che se ne va via verso l’Africa / È così ogni santo giorno”, su In Due) e che solo chi si rifugia in un cattolicesimo posticcio e ipocrita dispera ancora di trovare tra i banchi di una chiesa (“erano tutti dei mascalzoni / orecchie da mercanti dai pensieri impuri / tuttavia sempre in Chiesa / se li prendi tutti insieme / non ne salvi neanche uno” da Alt!).

A sangue freddo è anche un disco politicamente spietato, sia quando denuncia la repressione nigeriana nel singolo dedicato a Ken Saro Wiwa, sia quando su Il terzo mondo sfoga tutto il proprio disgusto (“non posso più sopportare i miserabili al potere”) verso le false libertà delle democrazie o tratteggia l’idiozia cinica mascherata da tutela dell’ordine pubblico nella fortezza noise-rock di Alt!.

Musicalmente ci sono delle novità che hanno dato tregua alle mazzate del gruppo, dalla collaborazione con Bloody Beetroots che dà effettivamente respiro a un pezzo come Direzioni diverse alle sinfonie di cristallo di Robert Tiso nella lunga Die Zeit che sigilla l’album al taglio quasi ambient dell’introduttiva Io ti aspetto.

Rimangono le sciabordate di rumore di scuola Jesus Lizard che continuano a sciogliere le lamiere si pezzi come Due, A sangue freddo, Mai dire mai (con una intro rubata di peso da Nub), Alt!, La vita è breve ma il disco ha un clima che sfocia spesso, oltre che nelle allusioni al cantautorato più o meno colto (direi Gaber e Claudio Lolli piuttosto che il De André che qualcuno si ostina forse un po’ pigramente a trovarci dentro, NdLYS) dentro le paludi di certo rock italiano un po’ stantio come i Marlene Kuntz che echeggiano sulla traccia meno riuscita del disco: È colpa mia o i La Crus con cui finiscono per fare i conti quando l’elettricità si placa in apertura e chiusura del disco.

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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