PLASTIC PENNY – The Best of & Rarities (Repertoire)

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La storia dei Plastic Penny è legata alla evoluzione del beat inglese, ovvero quella fase di passaggio tra l’esplosione della British Invasion e la nascita del pop barocco dei vari Nice, Procol Harum e compagnia. Una vicenda consumatasi nel volgere di un paio di anni e altrettanti albums, prima che lo sfaldamento piroettasse ogni componente nella storia del rock anni ’70 esaltando le loro capacità tecniche dentro i dischi di Elton John, Procol Harum, Savoy Brown, Uriah Heep, Troggs, Spencer Davis Group, Screaming Lord Sutch, ecc.

Artisticamente i Plastic Penny andrebbero ricordati su ogni cronaca del rock anni sessanta perlomeno per il loro sfavillante singolo del 1968 Your Way to Tell Me Go/Baby You‘re Not to Blame, due perfette canzoni di soul psichedelico da annoverare tra i minor-hits dell’ universo mod. Analogamente piena di fascino è la storia di Mrs Grundy narrata sul loro primo album, vicina allo spirito Who di A Quick One. Qui le trovate assieme ad altre 17 tracce (tra cui anche le due sides del loro 45 giri in italiano inciso su Dischi Ricordi) che celebrano la storia di una band misconosciuta e che era finalmente ora di andare a recuperare.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE STABILISERS – Last Chance Saloon (Skipping Musez)

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Gran bel colpaccio per Giacomo Roversi e la sua Skipping Musez essersi assicurato i servigi della miglior punk band attualmente in circolazione nel Regno Unito: signore e signori, ecco a voi The Stabilisers!!! Facile farsi contagiare dell’entusiasmo ora che sembra venir fuori la rock ‘n roll band definitiva da ogni buco dell’Inghilterra, della Svezia o degli Stati Uniti. E facile pure essere diffidenti, oggi che ogni culo che si muove in cantina tira fuori scorregge che puzzano di rock ‘n roll, vedere indifferentemente alla voce Jet oppure mezze seghe.

Eppure, malgrado sia lecito aspettarsi (anzi, da parte mia, sperare) che gli Stabilisers beneficeranno dell’high-visibility cui la neo-rock ‘n roll scene sta godendo in questi ultimi due anni, sono qui a dirvi che l’Inghilterra non partoriva un disco contagioso come Last Chance Saloon da almeno cinque anni a questa parte. Avendo assistito da vicino al difficile “parto” del disco e avendoci dunque familiarizzato già parecchio tempo prima della sua pubblicazione ufficiale che arriva solo ora parlo dopo aver metabolizzato i tipici entusiasmi da primo ascolto. Un disco di punk ‘n roll come non ne sentivo da tempo, marcio e anthemico, immerso nel punk rock asciutto degradato e assassino che veniva fuori dai dischi di bands come Undertones, Buzzcocks, Purple Hearts, Clash, Generation X, i primissimi Cure. Allan Crockford (Prisoners, SolarFlares, Prime Movers, Headcoats, tra i suoi trascorsi) dimostra ancora una volta di aver assorbito e digerito anni di ascolti fino a renderli parte integrante del suo DNA compositivo e pezzi come Frustraction, Born to Kiss Arse, 100 Year Old Riff o Shit List sono in grado oggi di reggere il confronto con i classicissimi del punk britannico senza doversi contagiare con merdate hard rock per far bruciare gli amplificatori. Non sbagliano un colpo gli Stabilisers, e sono sberle che fanno male. Roba che dovrebbe far sparire un sacco di gentaglia convertita al punk rock e che rilascia le interviste solo nelle salette privè degli uffici delle major del disco.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MASTERS OF REALITY – Masters of Reality (Def American)

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La pietra filosofale di tutto il retro-rock desertico. Quello che le scosse telluriche dei Kyuss avrebbero assestato definendo i canoni per lo stoner degli anni Novanta. Quello, ancora meglio, che i loro eredi naturali Queens of the Stone Age avrebbero deciso di rielaborare proprio con l’aiuto di Chris Goss tornando in pratica alle originali intuizioni dei Masters of Reality e del loro “giardino blu”: una selva cresciuta attorno alle rovine dell’hard-rock di Cream (dai quali Goss andrà a recuperare nientemeno che Ginger Baker per il secondo album Sunrise on the Sufferbus), Deep Purple, Led Zeppelin, ZZ Top, Black Sabbath che Chris governa con la sua chitarra e con la sua voce dall’enfasi morrisoniana.

All’alba degli anni Ottanta, quando il progetto prende forma sotto le sembianze di un duo di chitarristi e di una drum-machine, sono la cosa più oscena e indigeribile che si possa pensare di mettere su un piatto. E infatti, non finiscono su nessun piatto. Bisognerà attendere il 1989, con una formazione ormai ampliata a quartetto e l’ausilio sporadico del tastierista Mr. Owl, per avere nei negozi il disco di debutto della formazione new-yorkese. Al banco regia c’è il mago Rick Rubin (inconfondibile la resa asciutta della batteria), reduce dal successo delle produzioni stratosferiche (per vendite ed impatto) di Run DMC, Public Enemy, Danzig, Slayer. Rick ha ricevuto la loro demo e li ha messi sotto contratto per la sua label, credendo in un progetto a cui non crede nessuno, nonostante i tempi per il recupero di certo vecchiume siano ormai maturi.

L’album si dibatte fra truci cavalcate hard-rock, delizie acustiche memori dei Led Zep del terzo album e del folk greve di Jake Holmes (Lookin’ to Get Rite il vertice della sezione) e qualche trascurabile boogie alla Steve Ray Vaughn (la banale Gettin’ High, buona per i saloon americani), con una sequenza di riff e arpeggi rubati al Clapton sbarbatello e al Jimmy Page del post-accordo con il Diavolo. Roba che puzza di piscio di gatto ma che conserva un suo fascino plebeo (le campane di John Brown e il crescendo chitarristico di The Eyes of Texas che pare rubato ai Cult di Electric) a cui è facile cedere, nonostante sia difficile ammetterlo.  

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro 

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