MC5 – Back in the USA (Atlantic)

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Pure il secondo album degli MC5, come il primo, si apre con una cover.

Ma tra la Ramblin’ Rose di Ted Taylor e la Tutti Frutti presa dal libro di filastrocche di Little Richard c’è un abisso.

Chi poggia la puntina sul primo solco di Back in the USA, in quel lontano 1970, si accorge di essere davanti ad un cervello spento.

Come Capo Bromden davanti la testa di McMurphy nella scena finale di Qualcuno volò sul nido del cuculo.

Un involucro vuoto dentro cui dorme la rivoluzione.

Una fiamma domata che puzza di cenere.

E così, mentre negli uffici dell’FBI si brinda all’arresto di John Sinclair e in quelli della Elektra per essersi liberati da un cappio politico che rischiava di trasformarsi in una ghigliottina commerciale, nei GM Studios di Detroit sotto l’occhio attento di Jon Landau, si celebra il funerale ideologico della più pericolosa compagine rock della città. Se resiste ancora, pur vacillante, la trincea tirata su con Kick Out the Jams, dietro la barricata ci si trova davanti ad una piccola truppa di rivoluzionari intenta a sfamarsi col rancio passato dall’esercito americano.

E in quest’ottica, l’altra cover che chiude l’album mette ancora più tristezza.

I ribelli si stringono sotto la bandiera americana e si mettono in posa.

Sorridenti come una surf band qualunque e qualunquista.

Un po’ del fuoco dei vecchi giorni del Grande Ballroom cova ancora tra le polveri piriche di The Human Being Lawnmower e The American Ruse. Ma è un fuoco di paglia perché Back in the USA non è più quella polveriera che era stata Kick Out the Jams nonostante faccia mostra di qualche buon esercizio di rock ‘n’ roll stradaiolo come Teenage Lust, High School, Call Me Animal, Shakin’ Street e la smunta ripresa di Lookin’ at You in cui lo stridore infernale della versione pubblicata su singolo un anno e mezzo prima è stato canalizzato in una muscolosa e testosteronica esibizione di chitarre proto-hard.

Il voltafaccia nei confronti dei vecchi ideali rivoluzionari e del manifesto programmatico del White Panther Party era già stato siglato negli uffici dell’Atlantic dai quali erano usciti con le tasche gonfie di dollari dilapidati nel giro di pochi isolati in spese di lusso.

L’assalto alla cultura teorizzato da Sinclair era adesso una sfilata di limousine, tradito da un paio di spinelli e da un contratto discografico in cui la libertà di opinione era stata messa a tacere da qualche zero di troppo.

Bentornati negli Stati Uniti d’America, Motor City Five.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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RAMONES – Animal Boy (Sire)

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Con un mohicano in sala regia non puoi permetterti troppe dolcezze.

E infatti Animal Boy, il disco del 1986, sembra registrato col fiatone come una versione Motörheadiana dei vecchi Ramones.

Eat That Rat, Animal Boy e Freak of the Nature sdoganano la band presso i seguaci del metal, soprattutto quello di estrazione speed, death e thrash grazie al suono al fulmicotone e a qualche timido assolo chitarristico di cui la band è sempre stata molto avara e finendo pure sotto le zanne dei vampiri della scena horrorbilly incantata  molto verosimilmente dalla voce marcia di Joey su Somebody Put Something In My Drink, il singolo di turno scritto da Ritchie e che diventerà il pezzo dei Ramones con il maggior numero di cover da parte di band non ramonesiane.

E invece anche Jean Beauvoir, il mohicano dei Plasmatics chiamato a registrare il disco, cede alla forza pop della band regalando una smanceria come She Belongs to Me e una perla come Something to Believe In che gode dell’incanto di mille campanelle e che rappresentano, entrambe, il volto gentile del ragazzo animale.

Il veterinario può tornare a casa, la bestia sta ancora una meraviglia.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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