THE DESPONDENTS – The Despondents (Dirty Water)

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Okay, il punk è anche questo: la band che sale sul palco e attacca un pezzo idiota come You Stupid Girl e tutti giù a pogare come matti. A me non diverte tantissimo, ma conosco gente che si diverte anche con gli show di Enrico Papi. 

I Despondents di Leeds hanno un suono marcio, ai confini con il no-budget rock di Supercharger, Dwarves e Mummies, ma ciò malgrado il loro punk-rock non riesce a spaccare la carne, non la mia perlomeno. Sarà che di pezzi come Dressed in Black o Talking About Love, pur nella loro scelleratezza naif, ho già pieni gli scaffali e anche qualcos’altro.

Sarà che ho passato i quaranta e certe cose le trovo più di cattivo gusto che cattive e basta. Sarà che una canzone come So Hung Up On You è di una sciatteria da far rimpiangere i due minuti e mezzo spesi per ascoltarla.

Sia quel che sia, ci si può divertire per mezz’ora in tanti altri modi.

 

                                                                                                         Franco “Lys” Dimauro    

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JOHNNY THUNDERS & THE HEARTBREAKERS – L.A.M.F. – The Lost ’77 Mixes (Jungle)

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La storia di Johnny Thunders continua a venir rievocata con un’ostinazione che ha del maniacale. Fra raccolte, live albums, tributi e repackaging del suo materiale sembra di rivivere perennemente l’amara novella Smithsiana del “Paint a vulgar picture”. Ora, ritengo impossibile che una copia di Like a Mother Fucker non sia già sui vostri scaffali ma nel caso non dobbiate riparare a questa pecca (sicchè avreste vissuto finora privandovi di canzoni come Born to Lose, Baby Talk, I Wanna Be Loved o Chinese Rocks? Non ci credo manco se incontrassi Johnny di nuovo in giro per Londra sfatto come una bertuccia, NdLYS) non mi sento di consigliarvi di riacquistare per l’ennesima volta questo classico del punk inglese solo perché abbagliati dalla presenza del secondo CD allegato a questa ennesima ristampa. Si tratta perlopiù di provini e demo buoni per i completisti o per chi voglia studiare il fenomeno Thunders più che per chi senta la necessità di sbattersi L.A.M.F. con  la smania ormonale giovanile che invece richiede. Bella perché rara la London Boys scritta beffeggiando i Pistols di New York ed esaustivo il booklet con tanto di testi che correda l’opera. A voi ora decidere a cosa rinunciare.

                       

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE FLESHTONES – Roman Gods / Up-Front E.P….plus (Raven)

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Cosa si può dire di un disco e di un gruppo così?

Non lo so, ma ci provo lo stesso, facendo un po’ di storia.

I Fleshtones nascono a New York nel 1976, muovendosi dentro la scena punk della città e dividendo la sala prove con i Cramps che, fuggiti dall’Ohio, avevano trovato rifugio dentro il CBGB‘s col loro spettacolo depravato di sesso e rock’ n roll.

Con i Cramps i Fleshtones condividono l’amore per il rock degli anni Cinquanta e Sessanta, ma l’approccio delle due band è totalmente antitetico.

Dove i primi inscenano uno spettacolo dove la trasgressione viene raffigurata da una crepitante successione di vibrati da catacomba e trucchi splatter, gli altri mettono in vetrina uno spettacolo pieno di energia positiva, coretti surf, barriti di sax, organetti Farfisa, ciuffetti ciondolanti e camicie Paisley.

Dove i Cramps portano sul palco un circo di personaggi dalla carne macilenta e putrefatta, il gruppo newyorkese si mette in gioco facendo brillare carne sana e rosea, usando i colori che i pittori usano per rappresentarne la vitalità: i fleshtones, appunto.

Il passaggio alla I.R.S., l’etichetta appena messa in piedi da Miles Copeland avviene subito dopo la pubblicazione del primo singolo e inaugurato da un E.P. di cinque pezzi che ruota a 45 giri al minuto intitolato Up-Front. Il suono è il festoso american sound che loro stessi hanno annunciato al mondo l’anno prima, figlio dell’energia contagiosa di band come Sir Douglas Quintet, Dave Clark Five, ? and The Mysterians, Coasters, Kingsmen, Standells. Due scattanti college songs cariche di fiati come Cold, Cold Shoes e Feel the Heat, un psicotico beat come The Girl From Baltimore, una strampalata versione di Play With Fire degli Stones e un saltellante strumentale (un pallino che costituirà una costante nella discografia e nei live set del gruppo, NdLYS) intitolato Theme From “The Vindicators”  sono il bottino che la I.R.S. si garantisce per dare inizio alla favolosa storia dei Fleshtones.

È il preludio al capolavoro, anche se ancora nessuno lo sa. Forse neppure Peter Zaremba e Keith Streng, malgrado le nuove canzoni che stanno mettendo su insieme o separatamente e che infilano nelle scalette dei concerti a fianco dei primi pezzi (molti dei quali destinati al disco di debutto per la Red Star che tuttavia verrà pubblicato postumo dalla ROIR col titolo di Blast Off!) e ad una sterminata sequenza di covers, fanno sempre maggior presa sul pubblico.

E invece nel 1982 il capolavoro arriva e rappresenta, assieme al debutto dei Chesterfield Kings, al primo Dream Syndicate e ai mini di Unclaimed e Green on Red, il disco cardine del revival retro rock di quell’anno. Nessuno di questi dischi suona uguale all’ altro ma tutti rappresentano in maniera diversa l’inizio della restaurazione in atto in tutti gli angoli dell’America e che farà da detonatore per le scene del Paisley Underground, del roots-rock, del cow-punk, della neo-psichedelia e del neo-garage. Roman Gods si apre con uno schiacciasassi intitolato The Dreg che cresce attorno a un efficace giro di chitarra, ma è quando entra il basso fuzzato di Jan Marek Pakulski che ti accorgi che i Fleshtones hanno teso la loro trappola e che tu non riuscirai a liberarti prima che il disco sia finito.

Da lì in avanti infatti i Fleshtones sciorinano una serie di brani beat al cardiopalmo, sapientemente miscelati con handclapping, call and response, fuzz guitars, tastiere vintage, fiati, armoniche a bocca, cembali, mettendo in piedi quello che da “american beat” si appresta a diventare il “super-rock” filtrando le polveri del frat rock, del beat, del northern soul, del surf, del punk, del R ‘n B. Scorie, polveri, detriti e particelle che passano dal setaccio del gruppo e mettono su questo piccolo mucchio di cristalli che generano pepite come Hope Come Back, Let‘s See the Sun, R-I-G-H-T-S, Shadow-line, Stop Fooling Around!, The World Has Changed, I‘ve Gotta Change My Life, Chinese Kitchen e Roman Gods, i due strumentali di turno che circondano Ride Your Pony di Lee Dorsey, unica cover presente in scaletta.

Un disco che, se esistesse la giustizia terrena, dovrebbe spalancare le porte del successo ma che invece serve solo ad accrescere lo status di cult-band e poco di più, soprattutto in Europa. E infatti è lì che Miles li spedisce, dopo il fiasco commerciale dei primi due album, per realizzare i due volumi di Speed Connection

In questa ristampa viene inclusa un’ampia selezione dal secondo volume, con i due medley dedicati a Kingsmen e al “super-rock” di casa e qualche bella cover come Wind Out dei R.E.M. e When the Night Falls dei grandi Eyes suonate entrambe con la comparsata di un Peter Buck inaspettatamente legnoso alla seconda chitarra.

Non è uno spettacolo memorabile quello documentato dal disco registrato a Parigi nel 1985 (soprattutto per la voce sottotono di Peter) e non impreziosisce la teca di Roman Gods. Che del resto non ha bisogno di altre suppellettili. Tutto l’oro dei Fleshtones stava già lì dentro, li avremmo continuati ad amare fino ad oggi anche solo per quel disco lì.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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