THE MUMMIES – :Play Their Own Records! (Estrus)

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Dal Dicembre 1988 e per la prima metà degli anni Novanta i Mummies furono i custodi del più intransigente lo-budget garage-rock.

Una reputazione nata con rovinosi concerti dove quattro stupidi ragazzini bendati come mummie assaltavano la California dominata dai Guns n’ Roses a base di scorticati riff rubati al Northwest-punk di Wailers e Sonics e proseguita con un (all’epoca) fedele rifiuto di ogni tipo di strumentazione, registrazione o stampa digitale dei loro scassatissimi pezzi e con la celebre risposta negativa condita con parolacce inenarrabili con cui la band di San Bruno rispedì al mittente l’offerta della più desiderata etichetta discografica dell’epoca.

Quella per cui tutti sbavavano.

Quella per cui tutti erano pronti a perdere la loro verginità.

Quella per cui tutti sognavano di poter incidere.

Decidendo di preservare lo spirito punk della loro musica i Mummies immolavano se stessi all’altare del garage più becero e primitivo dell’epoca. Una intransigenza cocciuta e tenace da mettere all’angolo pure Tim Warren che si vedrà negare dalla band, a sessions ultimate, il permesso per la pubblicazione del disco registrato con MikeMaz Katt Mariconda (più tardi “omaggiato” dalla band con Mariconda’s a Friend of Mine, NdLYS) stampato poi illegalmente con il titolo di Fuck The Mummies!. Dopo i primi singoli stampati in proprio è invece la Estrus ad assicurarsi i servigi di Trent Ruane, Larry Winther, Maz Kattuah e Russell Quan, le quattro canaglie bendate evase dalle piramidi del frat-rock più lazzarone dei primi anni Sessanta.

Assemblato mettendo assieme i cocci dei loro primi singoli (That Girl, Food, Sickles and Girls, The Fabolous Mummies, Shitsville, lo split con i Phantom Surfers 1991 NorthWest Budget Rock Massacre) il primo album dei Mummies è un cortometraggio a bobine sul garage rock del Nord Ovest americano: Sonics, Wailers (ben tre le cover presenti sul disco, tutte suonate con approssimazione e violenza pari alle originali), Kingsmen, Frantics, Galaxies, Viceroys. È quella la latrina su cui i Mummies si divertono ad orinare scrollando gli uccelli al suono depravato di pezzi come I‘m Bigger Than You o dell’incredibile One By One, una delle più rovinose garage songs di tutto il decennio.

 Una delle più debosciate di sempre.

:Play Their Own Records!  è una fatiscente rappresentazione del punk.

 Pura merda garage suonata con l’approssimazione di una gang di teppisti. 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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BLUES EXPLOSION – Damage (Mute)

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Orribile, come sempre, diventare dei professionisti.

Ricordate i Pussy Galore? Una latrina in cui il rock ‘n roll andava a morire. Jon Spencer era allora un tossicomane che scriveva e incideva i dischi nel cesso. Poi evidentemente la signorina Cristina, nel frattempo diventata signora Spencer deve aver fatto le sue richieste. Una ripulitina alle piastrelle, una toilettina per evitare le sbavature di rossetto, un bidet per prepararsi ai doveri coniugali, magari un box doccia. E Jon ha finito per trovarsi a imbrattare le mura con lo stick rosso fragola della moglie pur di apparire comunque sovversivo. E diciamo pure che il trucco alla fine ha pure funzionato a lungo. La sua JSBX ha macinato ottimi dischi. Magari non più nella latrina, ma pur sempre dentro un cesso. Jon ha invece deciso adesso di spostare la strumentazione (e la copertina non ne fa mistero, NdLYS) verso la stanza da letto. Il leone va a riposare. E noi con lui. Damage è un disco che fa male perchè è il disco di un declino, la colonna sonora di un fallimento. Damage rimane una pastiglia inzuppata in una soluzione di rock ‘n roll mutante. Ma non sono più pasticche di anfetamina, ma barbiturici. Peccato per lo spreco di ospiti con cui Jon ama far salotto (stavolta si toccano icone come Chuck D e James Chance, tra i tanti altri), Damage è la caricatura stessa della Blues Explosion che amavamo. Il simulacro vuoto della sua retorica Stonesiana.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE STYLE COUNCIL – Our Favourite Shop (Polydor)

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Signore e Signori, vi presento gli anni Ottanta.

Eleganti e coolatoni.

A sinistra Signor Eleganza in persona, Mr. Paul Weller.

A destra l’organista pel di carota Mick Talbot, da Merton.

Si sono conosciuti nel fremente giro mod inglese alla fine degli anni Settanta e Mick ha già prestato la sua maestranza per Setting Sons dei Jam.

Sono gli ultimi anni di vita della grande mod-punk band.

Weller e Talbot suonano e sognano.

Ascoltano i vecchi dischi di Georgie Fame e Jimmy Reed e sognano.

Rovistano in vecchi negozi alla ricerca di roba vecchia e sognano.

Ogni tanto accendono la tivù. E vedono gli ABC. E i Visage. E gli Human League.

Non gli piace. E sognano.

Sognano di mettere su un gruppo che abbia dentro il calore del soul e l’eleganza del jazz da club, i colori tempera della bossa nova.

Che suoni moderna ma non di plastica.

Ci riusciranno per un po’.

Sicuramente per i primi due album incisi come Style Council.

Gruppo che già dal nome decide di fare i conti con lo stile, la classe, l’eleganza.

Che negli anni Ottanta significa essere fuori dal giro delle popstar di successo, quelle dalle acconciature improbabili e dai raggi laser, metà Megaloman e metà Atlas Ufo Robot.

E invece, dopo Cafè Blue che aveva “creato il caso”, gli Style Council si trovano al centro di un movimento di restaurazione chiamato Cool Jazz, scoprendo che la loro voglia di musica retrò può essere condivisa e che il loro bisogno è un’ esigenza sentita anche da una grossa fetta di mercato.

Così ci riprovano, con più convinzione. Tirando fuori Our Favourite Shop.

Rendendo tutto palese fin dalla copertina.

Un emporio dove si trova di tutto, dove molte vite possono trovarsi rappresentate. Di certo quelle di Mick e Paul: c’è Otis Redding, c’è la venerata Rickenbacker 360/12, un manifesto di orgoglio gay come Another Country, c’è Al Green, ci sono le cravatte e i dischi della Motown, la maglia della Raleigh, Sinatra e i Beatles.

Un inventario della propria vita, più che un negozio di uno svuotacantine.

Ascoltato dopo venticinque anni ci si accorge di quanto ci suoni ancora familiare e di come riesca ancora a scaldarci il cuore nonostante una sottile patina eighties lo avvolga come un leggero foglio di cellophane, di come tutti gli Housemartins stessero già dentro una cosa come Welcome to Milton Keynes e i Kings of Convenience ovviamente a galleggiare dentro le vasche spa di Down in the Seine e All Gone Away, di come il funambolico soul di Internationalists sarebbe potuto stare allo stesso tempo dentro The Dream of the Blue Turtles di Sting o, con i piccoli ritocchi  necessari, dentro l’unico album dei Redskins o di come, quando passa A Stones Throw Away, ci si sia fatti scappare la Eleonor Rigby degli anni Ottanta distratti da chissà cosa. Non so se possa essere anche il mio negozio preferito.

Ma sono sicuro che un bel po’ di roba la porterei ancora volentieri a casa.

                                                                      

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MONSTER MAGNET – Powertrip (A & M)

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La volgarizzazione del suono e dell’immagine (Powertrip è tra l’altro il primo disco che vede il gruppo posare per la copertina) dei Monster Magnet, accennata sul precedente Dopes to Infinity diventa atto compiuto con l’uscita del quarto album della formazione americana.

Le esalazioni sulfuree, quel drogatissimo e spesso strato di distorsioni e di voci oscilloscopiche che aveva generato i capolavori di Spine of God e Superjudge sono del tutto evaporate lasciando il posto ad un hard-rock muscoloso ma abbastanza ordinario.   

Tutto è sovrabbondante e sovraesposto, qua dentro.

Muscoli e ghiandole mammarie, Ray-Ban™ e lattice, giubbotti di pelle e capelli unti, musi lunghi e fiamme, tutto in primo piano.

La voce di Wyndorf, prima sapientemente fusa alla colata metallica delle chitarre, è ora messa in evidenza, a sovrastare un impianto sonoro che ha quasi del tutto smarrito la sua forza primordiale per diventare una sorta di miscela (o alternanza, in termini più appropriati) tra l’hard-rock iperamplificato dei Grand Funk Railroad (Tractor) e certa psichedelia decadente e horror dei Fuzztones (See You in Hell).

Quel suono che sembrava precipitare da un buco nero è diventato adesso un accumulatore atomico che scarica energia verso terra.

Lo sputafuoco galattico adesso è un Beppe Maniglia che gonfia le sue borse d’acqua calda per la gioia di grandi e piccini, prima di andare via sulla sua Harley-Davidson carica di figa.   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

 

 Powertrip

THE LOST CRUSADERS – Have You Heard About the World? (Everlasting)

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Ma come cazzo è possibile.

Qua dentro ci sono Mike Chandler dei Raunch Hands, gli Heavy Trash, Keith Streng e Steve Greenfield dei Fleshtones, Laura Cantrell, Brian McBride degli Electric Shadows, Hans Chew, Buffi Agüero dei Tiger! Tiger!, Johnny Vignault dei Woggles e nessuno ne parla?

Miracoli del giornalismo musicale di quest’Italiucola ormai ridotto a pura propaganda per il distributore di turno, in cambio di qualche pagina di pubblicità e una manciata di promo.

Così va il mondo.

A proposito, avete sentito riguardo il mondo?

Se non ne avete sentito abbastanza, è ora di ravvedervi. Perché Michael Chandler è diventato Reverendo e vi condurrà verso la luce col suo gospel sporcato dal garage e dal rock ‘n roll. Non sono più i Raunch Hands e non sono ancora i Mercy Seat ma sono sulla perfetta via di mezzo. Un biglietto di sola andata per il paradiso, a bordo di una Roush Cobra che sfreccia da Madrid (dove nel frattempo Mike si è trasferito, NdLYS) al New Jersey, guidata dall’organo di Jerome Jackson, organista della Kelly Temple Church of God In Christ di Harlem.

I dodici sermoni di Have You Heard About the World? sono l’alternativa a tanto rock che puzza di cadavere e che sta atterrendo il mondo.

Mandate a cagare gli xx e fatevi due salti di autentica gioia.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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