THE DREAM SYNDICATE – Ghost Stories (Enigma)

0

L’atto conclusivo della vicenda Dream Syndicate è un disco che parla di fantasmi.

Fantasmi che hanno un nome e un cognome, come chiarito dalla copertina:

Steve Wynn, Paul R. Cutler, Mark Walton, Dennis Duck.

Ghost Stories chiude nella maniera più scontata una delle più belle storie del rock americano degli anni Ottanta con la cosa più brutta che si possa chiedere ad un gruppo psichedelico: un disco ordinario, oleografico e banalmente muscoloso.

La band che aveva sfidato la new wave riempendo l’aria di chitarre acide e nervose, che aveva teso un’imboscata al rock spingendone la carovana fino al luogo prescelto per l’agguato, lasciandolo sbranare dai canini strappati dalle bocche di Velvet Underground e Television se ne andava via con un paio di ballate al pianoforte come Whatever You Please e l’opprimente Someplace Better Than This, con un orribile boogie figlio degli Status Quo come Weathered and Torn, una I Have Faith che sembra caduta dal secondo album dei Commotions di Lloyd Cole senza che nessuno se ne accorgesse, una parodia della musica da saloon come My Old Haunts e una versione tutta testosterone di See That My Grave Is Kept Clean e la sommessa e amara When the Curtain Falls che prova a ritirare su il manichino di Neil Young senza riuscire a sorreggerlo.

Il sogno è finito.

Ci si alza e si va tutti a casa. Ognuno nella propria. Con l’augurio sotteso che sia lontana da quella degli altri.

Il vino è finito e le rose appassite.

E i fantasmi non riescono più nemmeno a farci paura.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

NICK CAVE AND THE BAD SEEDS – Murder Ballads (Mute)

0

Apoteosi del romanticismo sanguinario del suo autore, Murder Ballads registra anche grazie alla sua nutrita schiera di ospiti (tra cui il vecchio amico Shane McGowan con cui Cave ha inciso un paio di anni prima lo splendido 12” What a Wonderful World, Henry Rollins, Kathe delle Miranda Sex Garden, l’amante dell’epoca PJ Harvey e la pop-star Kylie Minogue da cui Cave è ossessionato fino a scrivere per lei diverse canzoni rimaste nel cassetto, NdLYS) il periodo di maggiore visibilità per Nick Cave grazie soprattutto alla Where the Wild Roses Grow che gli regala un dignitoso undicesimo posto in classifica.

Murder Ballads è un disco totalmente immerso nell’immaginario feroce di amore e morte di cui trasuda la poetica di Nick.

Nove brani in cui la febbre d’amore si trasforma in furia omicida, nove vicende di delitti efferati dove la brama di tenerezza viene esorcizzata con l’annullamento fisico dell’oggetto stesso di quelle attenzioni e dove la spregevole sensazione di diniego viene castigata e sublimata con il soffocamento stesso dell’istinto alla pietà proprio della natura umana. I protagonisti delle Murder Ballads sono bestie mosse dall’odio e dal rancore che si muovono sotto un cielo pesante come il piombo.

È un disco nato per esorcizzare le stesse ossessioni di Cave, una espulsione catartica e terapeutica di muco carico di sangue talmente intensa che il suo stesso autore si rifiuterà di rappresentare dal vivo nella sua interezza e che permetterà di cambiare registro poetico nei dischi immediatamente successivi, spurgati dal richiamo diabolico alla purificazione attraverso il sangue.

Musicalmente Murder Ballads si muove su due forme di arrangiamento speculari: una più struggente e romantica (Where the Wild Roses Grow, Henry Lee, The Kindness of Strangers) e una più macabra e torva (Song of Joy, Stagger Lee, Lovely Creature, Crow Jane, O’Malley’s Bar). Fanno un po’ storia a se The Curse of Millhaven una marcia zigana dalle arie irlandesi e la conclusiva, corale e noiosa cover di Death Is Not the End di Dylan con una carrellata di tutti gli ospiti del disco che stempera volutamente il tono del disco insinuando la luce della catechesi tra le imposte che nascondono il raccapriccio di cui è stata disseminata la casa degli orrori di Murder Ballads e che, dopo i minacciosi respiri di morte, suona come la cosa più banalmente fuori posto in cui ci si possa imbattere, mentre si resta a guardare la propria mano color rosso sangue.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

5364

FLORENCE + THE MACHINE – Lungs (Island)

0

A me sto disco piace un sacco.

Come dite? Non è esattamente quello che vi aspettereste da uno che sborra sui dischi di Stooges, Cramps e Hüsker Dü?

E chi se ne frega.

Qualcuno vi ha mai rinfacciato il fatto che continuiate ad ascoltare i Pink Floyd credendo di essere davanti alla più alta creazione celeste mai apparsa sulla terra?

Quindi ognuno scelga di cosa morire.

E io piuttosto che morire sotto la pancia di David Gilmour, preferisco farlo sotto la sottana di Florence Welch.

 

Fatta questa premessa, questo è il più bel disco pop del 2009, non quello di Iggy Pop.

 

Florence ha una voce da giardino incantato.

Florence è una sirena.

Florence è una ninfa. E Zeus voglia sia pure ninfomane.

Lungs è il suo regno, una vecchia foresta magica piena di felci e fiori di loto.

 

Lei ti prende per mano e ti porta dentro questa Terabithia popolata da minuscoli folletti e orchi pelosi come uno yak.

Lei ti prende per mano e può portarti ovunque.

Lei è Kate Bush.

Lei è Elisabeth Fraser.

Lei è Tori Amos.

Lei è Joanna Newsom.

Lei è Annie Lennox.

 

Lei è Beatrice. Tu, solo la sua macchina.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 Lungs_FatM

THE MASTER‘S APPRENTICES – The Master‘s Apprentices (Aztec Music)

0

Come per il fuzz-sound di Link Wray, anche il suono unto di Undecided, primo singolo dei Master’s Apprentices, fu dovuto ad un caso fortuito: una valvola che friggeva sul culo dell’amplificatore di Mick Bower. Quel suono sarebbe diventato il marchio di fabbrica dei primi Apprentices. Ovvero quelli di questo discone, unico album in grado di contendere ai Missing Links la palma di miglior album australiano degli anni ’60. Roba per cui vale la pena impegnare anche le mutande pur di portarselo a casa.

Folgorati dagli zazzeroni di John Lennon e del Macca abbandoneranno le frecce degli Apache con cui tutti i quindicenni di allora si divertivano a giocare nei garage per dedicarsi ai liquidi vaginali delle adolescenti di Adelaide prima, di Melbourne dopo. Suonando qualche classico del periodo e urticanti originali falciati dal fuzz e dall’armonica: Hot Gully Wind, Buried & Dead, War Or Hands of Time, But One Day, Undecided. Mi viene la bava solo ad elencare i titoli. Ristampato finalmente in lussuosa edizione doppia con un intero disco di bonus per quei fessi che ancora non sanno di cosa cazzo stiamo parlando e per i pochi che invece lo sanno eccome.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro


Master's_apprentices_1967