NICK CAVE AND THE BAD SEEDS – Murder Ballads (Mute)

Apoteosi del romanticismo sanguinario del suo autore, Murder Ballads registra anche grazie alla sua nutrita schiera di ospiti (tra cui il vecchio amico Shane McGowan con cui Cave ha inciso un paio di anni prima lo splendido 12” What a Wonderful World, Henry Rollins, Kathe delle Miranda Sex Garden, l’amante dell’epoca P.J. Harvey e la pop-star Kylie Minogue da cui Cave è ossessionato fino a scrivere per lei diverse canzoni rimaste nel cassetto, NdLYS) il periodo di maggiore visibilità per Nick Cave grazie soprattutto alla Where the Wild Roses Grow che gli regala un dignitoso undicesimo posto in classifica.

Murder Ballads è un disco totalmente immerso nell’immaginario feroce di amore e morte di cui trasuda la poetica di Nick.

Nove brani in cui la febbre d’amore si trasforma in furia omicida, nove vicende di delitti efferati dove la brama di tenerezza viene esorcizzata con l’annullamento fisico dell’oggetto stesso di quelle attenzioni e dove la spregevole sensazione di diniego viene castigata e sublimata con il soffocamento stesso dell’istinto alla pietà proprio della natura umana. I protagonisti delle Murder Ballads sono bestie mosse dall’odio e dal rancore che si muovono sotto un cielo pesante come il piombo.

È un disco nato per esorcizzare le stesse ossessioni di Cave, una espulsione catartica e terapeutica di muco carico di sangue talmente intensa che il suo stesso autore si rifiuterà di rappresentare dal vivo nella sua interezza e che permetterà di cambiare registro poetico nei dischi immediatamente successivi, spurgati dal richiamo diabolico alla purificazione attraverso il sangue.

Musicalmente Murder Ballads si muove su due forme di arrangiamento speculari: una più struggente e romantica (Where the Wild Roses Grow, Henry Lee, The Kindness of Strangers) e una più macabra e torva (Song of Joy, Stagger Lee, Lovely Creature, Crow Jane, O’ Malley’s Bar). Fanno un po’ storia a se The Curse of Millhaven una marcia zigana dalle arie irlandesi e la conclusiva, corale e noiosa cover di Death Is Not the End di Dylan con una carrellata di tutti gli ospiti del disco che stempera volutamente il tono del disco insinuando la luce della catechesi tra le imposte che nascondono il raccapriccio di cui è stata disseminata la casa degli orrori di Murder Ballads e che, dopo i minacciosi respiri di morte, suona come la cosa più banalmente fuori posto in cui ci si possa imbattere, mentre si resta a guardare la propria mano color rosso sangue.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

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