LOOSE – Rock the Fuck On! (Punch)

0

Il Robert De Niro gonfio e ammaccato di Toro Scatenato ben si presta a rappresentare il gancio dei Loose. Roba da far cascare i denti a un mucchio di gente. Non so quali difficoltà abbiano ritardato l’uscita di questo nuovo disco della band di Paolo Petrini ma onestamente, ora che posso goderne del risultato, poco mi importa.

Allora lo dico senza temere smentite: Rock the Fuck On! è uno dei più grandi dischi di rock ‘n’ roll mai prodotti in Italia e i Loose, in assoluto, la MIGLIOR r ‘n r band italiana in circolazione. L’inizio, affidato alla rodatissima Son of Dirt, serve per farci ambientare con l’universo di citazioni e ispirazioni che si muovono dentro la musica dei Loose sull’asse Melbourne/Detroit, ma è con Here Comes My Fire che si comincia a entrare nel cuore del disco: è un pezzo di grande r ‘n r 70’s oriented che mi ha subito riportato alla mente quello che io considero da anni uno dei più bei dischi di sempre ovvero Shaking Street dei Sick Rose. Le qualità di scrittura dei Loose hanno raggiunto ormai vertici di assoluta perfezione, in grado di competere (e non sto per niente esagerando) con quelle di geni come Rob Younger o Iggy Pop. Non vorrei banalizzare il concetto cercando di spiegarlo ma è facile uscirsene fuori con un bel riff o azzeccare una melodia piacevole, magari riuscire discretamente a fonderle insieme ma SCRIVERE una bella rock ‘n roll song è altra roba. È questione di attitudine e metabolizzazione dei propri ascolti, non semplice scopiazzatura degli stessi.

Ora lasciate la merda là fuori e infilate la testa nella musica dei Loose.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

R-2900331-1381965022-7881

REDD KROSS – Neurotica (Five Foot Two/Oglio)

0

Alzi il dito chi tra voi si ricorda dei Redd Kross! Ahahah…non il medio, bastardi! Abilissimi miscelatori di melodie e riffs nonchè attori in erba, mooolto “in erba”, su numerose pellicole culto i fratelli McDonald attraversarono gli ‘80 traghettando il loro punk originario in un pastiche sonoro di cui la variopinta cover di Neurotica riassume perfettamente lo spirito. Nella loro musica si incrociavano, scambiandosi sorrisi e sputi, Lennon e i Box Tops, Phil Spector e i Kiss, gli MC5 e DeeDee Ramone, gli Hollies e Suzi Quatro, bubblegum pop, glam rock, psichedelia hard, folk-beat e punk melodico. Un totale investimento sull’assurdo in un periodo in cui era difficile essere credibili, se ci si sporcava le mani in più pozzanghere. Una pantomima da circo pop così volgarmente sfrontata da risultare fastidiosa ed attraente allo stesso tempo. Un equilibrio che, negli apici di perfezione estetica raggiunti con Neurotica e il successivo Third Eye, aveva attirato loro le attenzioni di media e dei kids prima che entrambi venissero inghiottiti dal vortice grunge. È ora la 5Foot2 di Anna Waronker ad aver allestito una antologia di prossima uscita e organizzato la ristampa di questo seminale album glam/punk/psych con l’aggiunta di due inediti inebrianti come il vortice hardpunk di Pink Piece of Peace e la cover di It‘s the Little Things degna delle Shangri-Las. Sparite in una bolla di chewingum color rosa e porpora.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

musredneu.jpg

AA. VV. – Sex: Too Fast to Live, Too Young to Die (Only Lovers Left Alive)

0

Malgrado possa sembrare fazioso come pretesto, è anche giusto rilevare come “Sex”, il negozietto di stracci usati condotto da Vivienne Westwood al 430 di Kings Road in quel di Londra, sia stato oltre che uno dei punti nevralgici per il movimento punk londinese che si stava creando in quei giorni proprio stringendosi attorno al negozio di Chelsea, una delle icone trasversali che hanno tagliato la storia del rock. Al pari di Carnaby Street, o del Sunset Strip, o del Greenvich Village, quello è uno dei posti più mitizzati tra quelli che hanno fondato l’immaginario collettivo debosciato figlio di Elvis e dei suoi nipoti degeneri. Sex Pistols compresi, ovviamente. Questo per dire che questa raccolta assemblata dallo storico Marco Pirroni (ricordate Adam & The Ants?) si fregia di mettere in scaletta venti brani che egli stesso dichiara sostare in pianta stabile dentro il juke-box AMI situato tra le grucce e le spille di Sex.

È ovviamente tutta roba pre-punk, che magari al punk stesso preparò il terreno: qualche nugget assortita (Count Five, Spades, Castaways, Sonics, Strangeloves), qualche numero rock ‘n roll (Vince Taylor, Johnny Halliday) e più in generale brani e artisti animati da quella visceralità cruda e scabrosamente disadorna che avrebbero esercitato un’enorme pressione sulle strutture minimali del primo punk inglese (Troggs, Modern Lovers, Flamin’ Groovies, ecc.). Sono tasselli, briciole, mozziconi di una storia ormai talmente familiare che fa un po’ di tenerezza ascoltare in sequenza ma lo scopo di questa raccolta, oltre che avere un valore sentimentale per chi dentro quelle mura scalfite dall’aerosol ci mise il naso, è quella di un pretesto ludico per inventariare un culto divenendo esso stesso oggetto di culto.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

download (7)

THE CULT – Dreamtime (Beggars Banquet)

1

Love li avrebbe consegnati alla storia, gli album successivi alle grandi arene del rock da stadio, gli ultimi all’oblio. Ma Dreamtime, cazzo, Dreamtime resta uno dei più begli album di debutto di tutti gli anni Ottanta. Un disco che ti si attorciglia sull’anima come un serpente maculato di nero-dolore. Un viaggio nell’oltretomba pellirossa, nel sogno infranto di un popolo massacrato dall’ipocrisia cristiana.

Come il piccolo Jim Morrison che incrocia i Navaho insanguinati e morenti lungo la strada del New Mexico, Ian Atsbury resta affascinato dalla cultura indiana tanto da onorarne la memoria sin dagli inizi della carriera battezzando la sua band Death Cult, in onore a una piccola comunità indiana rifugiatasi lungo le sponde del Mississippi.

Anche dopo l’abbreviazione della sigla in Cult, quella degli indiani sarà un’ossessione che accompagnerà Ian per tutta la sua vicenda artistica e privata.

Le formulazioni ritmico-tribali riconducibili alle tradizioni percussive e sciamaniche del popolo pellirossa saranno la chiave dentro cui Ian innesterà, ad inizio carriera, il suo amore per la cultura gotica ed ossianica.

Quando la band mette mano a Dreamtime queste coordinate trovano altri sbocchi creativi sfociando nelle reminescenze psichedeliche e nell’hard blues triviale di stampo hendrixiano che in quel momento sembrano affascinare Ian e Bill Duffy, forse l’unico guitar-hero della stagione new-wave. Quello che ne esce fuori è un disco dove epica guerriera e barbarie gotica convivono fianco a fianco e dove nulla è sprecato, dalle messianiche invocazioni di cui è capace la voce di Ian ai variopinti strati di chitarre annegate nel flanger di Duffy, dalle marziali rullate di Nigel Preston agli evocativi cori lanciati da Jamie Stewart sotto il suo implacabile basso. La prima facciata del disco riallaccia i nodi col recente passato, snodandosi dalla rilettura di Horse Nation attraverso Spiritwalker, 83rd Dream e Butterflies in una tetralogia carica di suggestioni tribali. Go West è già proiettata verso le visioni darkedeliche di Love, con gran spreco di voci e controcori sovrapposti e una intricata maglia chitarristica ed è un po’ il preludio ai toni della seconda parte del disco dove l’esigenza ritmica si fa meno prepotente e il clima sfocia in quel gioco di luci fredde che la band svilupperà con She Sells Sanctuary e Resurrection Joe di lì a breve. In quest’ottica viene riletta pure la Flowers in the Forest risalente all’epoca dei Southern Death Cult che dal funky sgangherato che era in origine diventa qui una splendida power-ballad dall’anima nera che annuncia il grido disperato di Dreamtime: “io avrò il mio tempo dei sogni, l‘unica cosa intoccabile che mi è rimasta, avrò il mio tempo dei sogni, il tempo per i miei sogni. Lascerò crescere i miei capelli, come un’estenzione della mia anima, i miei lunghi capelli”.

Che Dio costringa il generale Custer e gli altri carnefici a veder scorrere per mille e mille anni i cadaveri di Little Big Horne in un fiume di sangue e carni maciullate.

 

P.S.: Nella mia originale versione in doppio vinile venne incluso un secondo disco registrato dal vivo al Lyceum il 20 Maggio dello stesso anno,con apocalittiche versioni di vecchi primi classici come Moya o God‘s Zoo.

Ma Dreamtime era già oltre.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

images

 

THE PSYCHEDELIC FURS – Mirror Moves (CBS)

1

Il primo album era scuro ed enigmatico, il secondo sexy e ammiccante, il terzo volgare e impudente. E lo so bene che tutti i capi più pregiati della pellicceria psichedelica londinese erano già sfilati quando uscì Mirror Moves ma per me questo quarto disco resta il più figo di tutti, nonostante i fantasmi dei Joy Division e dei Roxy Music abbiano ormai lasciato l’atelier. Anzi, lo confesso, proprio per quello.

È il disco di tre puttane che si stanno vendendo.

Ridotti gradatamente da sestetto a gruppo di famiglia (i due fratelli Butler + il basso di John Ashton, il resto è manodopera imprestata, NdLYS) i Furs riescono a mettere a fuoco quello che su Forever Now era stato solo progettato: costruire la disco-music definitiva dell’epoca new-wave.

Keith Forsey, il trentaquattrenne che si sono scelti come produttore e all’occasione come batterista, sa come deve suonare un disco che deve entrare in classifica senza fermarsi ai controlli di dogana. È cresciuto a casa di Giorgio Moroder, suonato sui dischi della lilith della disco Donna Summer e degli Sparks, ha prodotto i dischi di Billy Idol e se ne fotte di quello che si aspetta la critica e il pubblico snob del post-punk.

Non gliene frega un cazzo nemmeno di apparire in copertina.

E infatti sulla copertina di Mirror Moves lui non c’è. Ci sono invece le sue mani.

Perché in quegli anni Keith si infila dentro ogni canzone di successo, o quasi: The Never Ending Story, (Don‘t You) Forget About Me, Eyes Without a Face, Hot Stuff, The Heat Is On, Flashdance…What a Feeling.

E così, finisce pure in paradiso.

Se c’eravate anche voi quel 2 Aprile del 1984 in cui venne lanciata in orbita Videomusic ve lo ricordate di sicuro quel paradiso perché era apparso solo un mese prima, quasi fosse arrivato apposta per noi: Richard Butler che canta sotto una pioggia incessante, tremendamente bello e con quella voce lì…

there’s a hole in the sky

where the sun don’t shine

and a clock on the wall

and it counts my time

and heaven

is the whole of the heart

and heaven don’t tear you apart

yeah heaven is the whole of the heart

and heaven don’t tear you apart.

Quando sei ragazzino versi così te li scrivi sul diario, c’è poco da fare.

Dell’atmosfera asfissiante di India o Sister Europe non è rimasto nulla, ovviamente.

Il suono adesso è costruito per assaltare le classifiche e far bagnare le ragazzine che credono David Bowie e Bryan Ferry troppo stagionati per i loro primi pruriti vaginali. La batteria è diventata quella cosa orribile e di plastica che i tempi richiedevano (Here Come Cowboys, Only a Game) e i fiati spingono come una chiamata alle armi (Heartbeat, Like a Stranger) anziché colorare il cielo di piombo come sui primi dischi.

Eppure ancora oggi due sofisticate pop songs come The Ghost in You o Heaven farebbero facilmente bagnare altre mutande che non quelle di Robert Butler.

 

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

Psychedelic-Furs-Mirror-Moves