THE PSYCHEDELIC FURS – Mirror Moves (CBS)

Il primo album era scuro ed enigmatico, il secondo sexy e ammiccante, il terzo volgare e impudente. E lo so bene che tutti i capi più pregiati della pellicceria psichedelica londinese erano già sfilati quando uscì Mirror Moves ma per me questo quarto disco resta il più figo di tutti, nonostante i fantasmi dei Joy Division e dei Roxy Music abbiano ormai lasciato l’atelier. Anzi, lo confesso, proprio per quello.

È il disco di tre puttane che si stanno vendendo.

Ridotti gradatamente da sestetto a gruppo di famiglia (i due fratelli Butler + il basso di John Ashton, il resto è manodopera imprestata, NdLYS) i Furs riescono a mettere a fuoco quello che su Forever Now era stato solo progettato: costruire la disco-music definitiva dell’epoca new-wave.

Keith Forsey, il trentaquattrenne che si sono scelti come produttore e all’occasione come batterista, sa come deve suonare un disco che deve entrare in classifica senza fermarsi ai controlli di dogana. E’ cresciuto a casa di Giorgio Moroder, suonato sui dischi della lilith della disco Donna Summer e degli Sparks, ha prodotto i dischi di Billy Idol e se ne fotte di quello che si aspetta la critica e il pubblico snob del post-punk.

Non gliene frega un cazzo nemmeno di apparire in copertina.

E infatti sulla copertina di Mirror Moves lui non c’è. Ci sono invece le sue mani.

Perché in quegli anni Keith si infila dentro ogni canzone di successo, o quasi: The Never Ending Story, (Don‘t You) Forget About Me, Eyes Without a Face, Hot Stuff, The Heat Is On, Flashdance…What a Feeling.

E così, finisce pure in paradiso.

Se c’eravate anche voi quel 2 Aprile del 1984 in cui venne lanciata in orbita Videomusic ve lo ricordate di sicuro quel paradiso perché era apparso solo un mese prima, quasi fosse arrivato apposta per noi: Richard Butler che canta sotto una pioggia incessante, tremendamente bello e con quella voce lì…

there’s a hole in the sky

where the sun don’t shine

and a clock on the wall

and it counts my time

and heaven

is the whole of the heart

and heaven don’t tear you apart

yeah heaven is the whole of the heart

and heaven don’t tear you apart.

Quando sei ragazzino versi così te li scrivi sul diario, c’è poco da fare.

Dell’atmosfera asfissiante di India o Sister Europe non è rimasto nulla, ovviamente.

Il suono adesso è costruito per assaltare le classifiche e far bagnare le ragazzine che credono David Bowie e Bryan Ferry troppo stagionati per i loro primi pruriti vaginali. La batteria è diventata quella cosa orribile e di plastica che i tempi richiedevano (Here Come Cowboys, Only a Game) e i fiati spingono come una chiamata alle armi (Heartbeat, Like a Stranger) anziché colorare il cielo di piombo come sui primi dischi.

Eppure ancora oggi due sofisticate pop songs come The Ghost In You o Heaven farebbero facilmente bagnare altre mutande che non quelle di Robert Butler.

 

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

Psychedelic-Furs-Mirror-Moves

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