THE BYRDS – Mr. Tambourine Man (Columbia)

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Nessuno lo sapeva allora, perché nessuno lo disse.

Ma l’illuminazione fondante del folk-rock nasceva dall’idea di Terry Melcher, il produttore incaricato dalla Columbia di sviluppare le ali degli ancora implumi Byrds, di fondere la musica di Dylan con le armonie vocali dei Beach Boys.

Un connubio di spregiudicatezza e calcolo che servì a mettere in piedi, con l’ausilio di esperti session-men, la versione di Mr. Tambourine Man che diede via a tutto il fenomeno. Chitarre tintinnanti e voci intrecciate.

In studio, l’unico Byrd ad armeggiare un qualche strumento è Jim McGuinn, mentre agli altri viene offerto solo qualche microfono per armonizzare, sulla falsariga di Don‘t Worry Baby, su quegli arpeggi di cristallo.

Il miracolo, seppure in provetta, riesce.

E i Byrds spiccano il volo.

E il mondo con loro.

L’album che arriva a due mesi dall’uscita di quel singolo, sfruttando ancora e ripetutamente il canzoniere di Dylan (Spanish Harlem Incident, Chimes of Freedom e All I Really Want to Do si aggiungono alla canzone sull’uomo tamburino) è già un capolavoro. Puoi ascoltarlo mille volte e restarne sempre incantato, come quando guardi dritto negli occhi la persona che ami.

E qui puoi incontrarci quelli di Dylan, di Lennon, degli Everly Brothers.

E, noi che abbiamo vissuto una vita sfalsata in avanti, quelli di Peter Buck, di Tom Petty, di Peter Koppes, di Bob Mould, di Lee Mavers, di Johnny Marr (che sfrutterà il trucco di Don‘t Doubt Yourself, Babe per tirare su il riff di How Soon Is Now?, NdLYS).

La bellezza vera esplode col primo pezzo firmato dal gruppo, uno scintillio jingle jangle sull’accordo di La che rischiara il cielo anche nelle plumbee domeniche d’autunno. I‘ll Feel a Whole Lot Better è il vertice supremo dello stile Gene Clark, con i suoi arpeggi di opale a costruire una geometria allo stesso tempo fragile e vigorosa.

Una canzone d’amore che, in un oceano di canzoni d’amore popolate di belle speranze e di cuori infranti, offre una visione singolare.

Probabilmente, dice Clark, starò meglio quando te ne sarai andata. E se lo dice cantando una canzone che scampanella raggiante tra mille cembali come un dì di festa, è davvero molto, molto probabile.

Se You Won‘t Have to Cry è un’imitazione del clichè beatlesiano di quegli anni, il tormento dell’ombrosa Here Without You sembra invece tratteggiare il primo abbozzo del suono westcoastiano dell’era flower-power.

I Knew I‘d Want You, dal canto suo, è un preludio alla quinta dimensione che i Byrds raggiungeranno senza più l’ausilio di Gene Clark mentre It‘s No Use, ultimo pezzo autoctono, ritorna alla fisicità di un suono che dalla California ha scelto di raggiungere le rive del Mersey passando per il Greenwich Village.

Tra le cover sono All I Really Want to Do e The Bells of Rhymney a librarsi nell’aria come farfalle variopinte e leggiadre, sospinte dalle mille bolle blu delle Rickenbacker, a forma di occhio di pesce.

Come dei cuculi, depredando i nidi altrui, i Byrds avevano trovato posto nell’albero genealogico del rock. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

The Byrds - Mr.Tambourine Man

NICK CAVE & THE BAD SEEDS – The Good Son (Mute)

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La disintossicazione dalle droghe e il ritrovato equilibrio affettivo coronato dalla nascita del figlio Luke si riflettono sul carattere morbido e compiaciuto di The Good Son. Il disco, realizzato in terra brasiliana dove Nick si ritira per concentrarsi sulla stesura di And the Ass Saw the Angel, è inaspettatamente melodico e pretenzioso.

L’andatura solenne e mesta di Foi Na Cruz in apertura è già sintomatica della nuova aria che tira in casa Bad Seeds: Cave veste per la prima volta i panni del crooner sorretto nell’impresa da un sofisticato arrangiamento di archi, da melodici tintinnii di vibrafono e da un pianoforte diventato d’un tratto docile e persuasivo.

I vecchi seguaci dei Bad Seeds gridano allo scandalo.

Ma sono gli unici a gridare perché anche il resto del disco non si solleva dai toni accondiscendenti dell’apertura e Nick è compassato ed attento a trattenere l’urlo licantropo che soffiava gravemente sui dischi precedenti.

Pure quando la forza sinistra dei Semi Cattivi pare spingere da sotto e gonfiarsi come un mare che si prepara alla tempesta (The Good Son, The Hammer Song, The Witness Song), il suono resta soffocato, incapace di trovare la giusta via per assalire e soffocare l’ascoltatore come era successo nei dischi precedenti con Cabin Fever!, Tupelo, All Tomorrow‘s Parties, The Carny, The Mercy Seat.

Il blues ha lasciato il posto ad una infinita tristezza da salotto e lo spirito di Elvis sembra aver fatto spazio al gessato bianco di un nuovo cantante confidenziale che ama circondarsi di quegli stessi bambini che solo pochi anni prima soleva atterrire col suo sguardo spiritato da orco tossicomane.  

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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JAPAN – Gentlemen Take Polaroids (Virgin)

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Il glam effeminato dei Japan, dopo la svolta esotica di Quiet Life si rifiuterà di tornare alle buffe pantomime dei primi dischi scegliendo piuttosto di scalare il dorso della new-wave più eccentrica per piantare sulla vetta due Hinomaru che rappresentino tutto il fascino della musica orientale immersa nell’algida geometria elettronica del freddo post punk occidentale.

Gentlemen Take Polaroids è il primo di questi due vessilli, conficcato qualche passo più in basso rispetto al baluardo estremo Tin Drum che vibrerà di una timbrica e di un’ispirazione più costante ed omogenea. Aspetti di cui pecca invece questo penultimo disco della formazione inglese, carico di belle canzoni tirate però un po’ troppo per le lunghe e dentro cui convivono ispirazioni molteplici che lo rendono concettualmente meno robusto e artisticamente più disorganico, diviso tra le gymnopedie dal Satie notturno di Nightporter e la disco music chic di Methods of Dance, tra le fascinazioni synth-prog di Burning Bridges, (replicate su singolo dalle tracce di Richard Barbieri e Rob Dean The Experience of Swimming o Width of a Room, NdLYS) e il funky sintetico di Swing, tra la rilettura di un classico della “musica nera” come Ain‘t That Peculiar ed un omaggio al “continente nero”come Taking Islands in Africa regalata al gruppo da Ryuichi Sakamoto, tra l’eleganza new romantic della title-track e le sinuose curve di My New Career dove gli occhi di David Sylvian, ancora sporcati dal make up, cominciano la trasformazione antropologica che li farà diventare definitivamente a mandorla sul disco successivo.

 

                                                                                        Franco “Lys” Dimauro

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GIÖBIA – Introducing Night Sound (Sulatron)

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Qualcuno finalmente si sarà accorto di loro, adesso che hanno aperto per i Black Angels. Chissà. Nel frattempo però, per licenziare il terzo disco, i milanesi Giöbia sono dovuti approdare alla corte della crauta Sulatron, casa di Vibravoid, Electric Moon, Causa Sui e altri mostri psichedelici contemporanei. Poco male, perché la band lombarda sembra aver trovato la sua connotazione e identità perfetta, a livello iconografico, strutturale e promozionale.

Introducing Night Sound è un disco inquinato di psichedelia, shoegaze, space rock, banghra surf, prog, un pizzico di new-wave e un pugno abbondante di grebo. È un suono sovrastrutturato e a tratti quasi terapeutico grazie all’uso di qualche strumento insolito come il sitar elettrico o il bouzouki, parecchio lontano da quello del Beyond the Stars che ce li fece conoscere tanti anni fa nonostante certe inclinazioni etniche rimangano sottotraccia, esaltando il gusto esotico di alcuni segmenti della musica dei Giöbia. Bellissime le due cover di Santana e Electric Prunes che si affiancano, esaltandoli, ai sette originali scritti dal gruppo.

Non è mica vero che qui in Italia ogni volta che fai un passo pesti una merda. A volte capita di trovare pure qualche moneta. Che poi ce le facciamo fregare dai tedeschi è anche colpa nostra.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro    

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BILLY CHILDISH – The Genius of Billy Childish (Cherry Red)

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Più che un “Genio” in senso stretto, Childish è il più prolifico son of a bitch partorito dal rock ‘n roll inglese dai primi anni ‘80 ad oggi. Un autentico cannibale del r ‘n r più essenziale prodotto negli anni ’50 e ’60, un cane sciolto della discografia contemporanea in grado di ridere in faccia a Bruce Pavitt quando questi gli propose di sottoscrivere un contratto per Sub Pop, di inventarsi di sana pianta una corrente musicale (il trash rock) che non è altro che la riproposizione ignorante e priva di alcuna inventiva del canone sacro del beat e del frat rock e di farsene profeta perenne lungo più di un centinaio di Vangeli. E tutto senza imparare a suonare più dei due accordi che conosce. Un mito. Provate a confrontare le due esibizioni dei Milkshakes e degli Headcoates raccolte su questa antologia e provate a dirmi se vi siete accorti che tra l’una e l’altra erano passati dieci anni. Mi correggo: un Genio. In senso stretto.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE MISSING LINKS – Driving You Insane (Half a Cow)

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Credo non ci sia altra band dei mid-60 ‘s che possa meglio descrivere il concetto di punk style più che i Missing Links di Peter Anson, capelloni australiani scomodi a tutti, impresari, presentatori televisivi e genitori inclusi. Cacciati fuori dai TV shows, simpaticamente invitati a lasciare le città dove si esibivano e si intrattenevano amorevolmente con le loro fans e capaci di rendersi odiosi dando alle stampe, nell’Ottobre del 1965, un 45 con un’unica canzone divisa in due parti e incisa totalmente al rovescio. Gente non banale, fastidiosa, malsana, perfetto manifesto visivo e musicale di quegli anni di rottura: provate a stilare una classifica definitiva delle garage songs più distruttive dei sessanta omettendo pezzi come Wild About You o Drivin’ Me Insane e ditemi se ne siete capaci. Loro erano i pescecani che abitavano l’Oceano tropicale e spezzavano le tavole ai surfisti, prima di lasciare il posto a barracuda affamati come Saints e Radio Birdman.

Qui sta tutta la loro storia, dai singoli pre-Links degli Showmen all’inedita registrazione dei Running Jumping Standing Still che la chiude, passando per le 24 incisioni del gruppo madre e uno scrupolosissimo libro che ne racconta gesta, sogni e delusioni.

 

                                                                      Franco “Lys” Dimauro

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